Come un fiume, la pace»
[Is. 66, 10-14]
In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città“. I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. [Lc 10,1-9]
Salam
Shalom
Lo stesso concetto di Pace. La stessa infedeltà. Lo stesso scandalo.
Non si parla di pace a partire dalla guerra. Pace non è assenza di guerra. Non basta non fare la guerra per vivere la pace.
Pace è dono di pienezza dei tempi. Pace è sovrabbondanza di dono.
“Come un fiume, la pace”, dice Isaia.
È dono inarrestabile. Dono di allegria e di consolazione.
Non è un augurio, la pace: è una benedizione. Per chiunque. Per “qualunque casa”.
Non saprà mai parlare di pace chi non ha lo sguardo volto all’altro. La pace non è un’idea, ma la concreta vicinanza all’altro, la concreta vicinanza dell’altro. L’alterità è la cifra della pace perché distoglie lo sguardo dalla cupidigia narcisistica e lo sposta in altra dimensione. Solo da questo spostamento si percepisce e si comprende la pace. Solo da qui la pace diventa l’unica realtà possibile. Il resto è rivendicazione di possesso, è prevaricazione, è cancellazione di diritti acquisiti, è negazione di pace.
La pace è dono ed è compito. La si riceve e la si costruisce. Proprio come l’amore. Sussiste senza di me, che lo ricevo, ma senza di me è monco. Pace è essere mandati. È obbedire ad una missione che non consiste nel “convertire” o nel “convincere”, ma nella povertà di ogni strumento che non sia pace.
“A due a due”.
Due è la cifra della ripetizione non identica, nella tradizione rabbinica.
Due è l’umano, fatto per non essere solo, immagine dell’Uno che è plurale.
L’ Umano è due, definendo il sé in nome dell’altro.
Che dire? Tutta la nostra storia parla di pluralità e di differenza proprio mentre ci propone la parabola della comunità come luogo di superamento delle differenze non per annullarle ma per farsene carico. È la nostra ricchezza, questo patrimonio. L’unica nostra ricchezza. E, come da ogni ricchezza, ce ne deriva tristezza e consolazione.
La tristezza è intuibile, se si considera come paura di perdere ciò che abbiamo. Non è la conseguenza logica degli eventi, ma mancanza di speranza. Se ci si affida alla “borsa” o alla “sacca” o ai “sandali”, avremo sempre la paura di non avere abbastanza per essere all’altezza della missione.
E la paura paralizza e insterilisce.
La consolazione, invece, è segno della libertà che porta con sé l’allegria. “Rallegratevi con Gerusalemme”, non si stanca di ripetere Isaia, “perché – dice il Signore – io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace”
Ci viene chiesto di farci carico fino in fondo di ciò che abbiamo fra le mani. E ciò che abbiamo non è una struttura, ma l’essere inviati. Inviati in situazione, in un qui ed in un ora che indicano la differenza e la radicano lì dove la nostra sorte è caduta. Ed è caduta in luogo meraviglioso, fonte di inizi. Sarà così l’obbedienza alla nostra missione?
La nostra allegria e la nostra pace sono scritte “nei cieli” insieme ai nostri “nomi”. Sarà questa “scrittura” a fare di noi dei costruttori di pace. Se il nome è ciò che racchiude l’essenza degli esseri umani, dobbiamo riconoscere che questa è pura relazione. Il nome, infatti, è il nostro essere chiamati, è il modo con cui siamo conosciuti, è l’appello a cui rispondiamo. È sempre un altro a chiamarci e a nominare ciò che siamo. Se restiamo obbedienti a questa relazionalità la nostra via sarà via di pace e sapremo riceverla e costruirla, la pace, sapremo donarla e custodirla e anche, politicamente, organizzarla.
E la nostra allegria sarà come fiume, fecondo e inarrestabile.

La pace non è un’idea, ma la concreta vicinanza all’altro, la concreta vicinanza dell’altro.
Ci viene chiesto di farci carico fino in fondo di ciò che abbiamo fra le mani.
Inviati in situazione, in un qui ed in un ora che indicano la differenza e la radicano lì dove la nostra sorte è caduta
Sono queste le frasi che mi hanno colpito, che mi rimbombano, che mi toccano perchè mi riguardano qui ed ora, ma che faccio fatica ad accettare col cuore.
E la nostra allegria sarà come fiume, fecondo e inarrestabile.