Postille alla poesia, di Maurizio Soldini 11. Vincenzo Ostuni

Vincenzo Ostuni, Faldone, ilSaggiatore, 2025

 

A marzo ultimo scorso ricevo il Faldone di Vincenzo Ostuni per una eventuale nota al libro e all’inizio di giugno mi viene chiesto per e-mail:

<<Buonasera Maurizio, novità circa Faldone di Ostuni? Ha avuto modo di leggerlo? Grazie mille e un cordiale saluto, C.>>

La mia risposta è stata la seguente: <<Buonasera, C. Per il momento ho solo dato una scorsa e dovrò ritornarci sopra con più calma più in là. È un bel faldone e non può essere liquidato con pochissimo tempo.

Per ora le dico che è opera che può essere inquadrata nel filone della neo-neo-neoavanguardia e che pertanto sarà apprezzata soprattutto da chi si rispecchia in una poetica siffatta. Risentiamoci tra qualche mese. Cari saluti M.>>

Quella sera stessa, indotto dalla sollecitazione a dare una risposta più motivata all’implicita domanda fattami per e-mail, se mi fossi fatto un’idea del libro, riprendo questo in mano e comincio a orientarmi, leggo le bandelle, la quarta di copertina, la nota dell’Autore e quindi inizio la lettura, un poco scoordinata, andando a ramengo qua e là, cercando di cogliere qualcosa che possa fornirmi il filo rosso, che non trovo, e dopo un paio di ore ho solo un convincimento: che sarà una bella impresa portare a termine una lettura circostanziata e completa. E chissà se riuscirò mai a portare a termine la lettura. La seconda impressione da me avuta conferma la prima e con qualche convincimento in più penso che sia un libro sui generis, per quanto stia nel filone della neo-neo-neo-avanguardia, e che apra a nuove visioni della letteratura e dei generi letterari. E per quanto il titolo e la struttura rimandino a ben altro libro, lo Zibaldone (di pensieri) di Giacomo Leopardi, la differenza lampante sta nel fatto che il primo è in versi (per meglio dire ci offre degli a capo che nell’opera leopardiana non ci sono e non potevano esserci). Faldone sta oltre il genere, i generi. Si ha davanti un flusso di coscienza che porta a scrivere di getto e a raccogliere in un faldone (nel significato proprio del termine) qualsivoglia cosa: filosofia storia psicologia letteratura saggio autobiografia romanzo… 

Ma a mio avviso manca in questo libro la primazia, manca la poesia. Che dovrebbe essere e fare da protagonista.

In effetti nella bandella della seconda di copertina si trova scritto che Faldone è “opera che si vuole unica di Vincenzo Ostuni, apertissima e indecidibile (né raccolta poetica né poema)”; qui il grassetto è mio per mettere in evidenza che quanto scritto sembrerebbe fatto apposta per mettere le mani avanti e dire, anche se tra parentesi, che questo non è un libro di poesia. Ma siamo sicuri che siano tutti d’accordo nel pensare e nel dire che Faldone non sia un libro di poesia? Per certo io lo sono. Ma non tutti sembra che lo siano, a cominciare dallo stesso Ostuni che scrive nella nota finale: <<Il concetto e la pratica della tradizionale raccolta di poesie hanno presto generato in me un’istintiva irritazione; l’idea più seducente del poema mi è parsa altrettanto presto impraticabile. Mi sono dunque provato, fin dall’adolescenza, a concepire una forma terza; e oggi, con molti dubbi, licenzio il faldone, nello stato in cui versava il 21 ottobre 2024, per la prima volta nell’orizzonte di un’interezza (non di una completezza, per sua natura).>> Ecco, l’Autore afferma qui di essere istintivamente irritato dal concetto e dalla tradizionale raccolta di poesie. Motivo per cui avrebbe concepito una terza via… per andare oltre la pratica della tradizione poetica. E, dunque, ne consegue il suo convincimento – non detto – di essere qui poeta che scrive poesia. Con messa in contraddizione di quanto scritto nella bandella.

Del resto, anche in quarta di copertina ci sono endorsement di autorevoli poeti della neo-neo-avanvuardia e di critici accademici che non condividono quanto scritto nella bandella. Altro che… Ostuni è poeta e Faldone è poesia. Riporto qui, a suffragio, quanto scritto per intero nella quarta di copertina (in modo particolare le mie considerazioni sono relative soprattutto alla prima e all’ultima frase):

<<Ostuni ci svela un altro segreto che in segreto conosciamo tutti: che tutti i libri di poesia sono infinito nel finito.>> L. P.

<<Un’opera in cerca di chi senta in sé rimuginare il mondo.>> G. F.

<<Se arrivi in fondo, il faldone non ti lascia più.>> G. P.

<<Un’opera ultra-aperta, programmaticamente in costruzione: entità testuale mutante, per principio.>> M. G.

<<La pretesa luciferina (o faustiana) di dire “tutto”, in poesia. La politica, il pensiero, l’amore il mondo.>> A. C.

Ebbene sì, ma questo si sapeva, gli esponenti della neo-neo-neo-avanguardia hanno una concezione a sé della poesia, che esula dalla tradizione e soprattutto dalla lirica, lirica che da sempre li (ma non tutti) irretisce e irrita e indispone.

Ma sempre nella bandella si trova, per usare una metafora, la presenza, nella presentazione del libro, di un altro bug che nuoce alla funzionalità non dico della logica ma della coerenza di quanto si vorrebbe far comprendere, in sintesi e in anticipo, del libro: <<Attingendo alla lezione di grandi maestri novecenteschi – Montale, Sanguineti, Pagliarani su tutti – ma anche a fonti, registri, lessici narrativi, drammaturgici, saggistici, Ostuni presenta al lettore un’opera-mondo che battendo le mille strade della lirica occidentale – dalle più tradizionali alle più sperimentali – sembra volerle trasmutare e conservare assieme, e affidare questo antichissimo macro-genere alle incertezze e agli slanci del futuro.>>, (corsivo e grassetto miei).

Ebbene sì, trovo che i due termini, lirica e tradizionali siano fuori luogo. Come trovo che sia fuori luogo far cenno a Montale, soprattutto, ma anche a Sanguineti e a Pagliarani.

Inoltre, per quel poco che ho letto di Ostuni del suo unico libro, sì e no un centinaio di pagine (che di sicuro sono molto poche per poter dare un giudizio definitivo e complessivo dell’opera – ma mi chiedo se tutti, proprio tutti, di quelli che ne hanno scritto e parlato, abbiano già letto per intero tutto il libro, tutte le settecentosessantuno pagine di Faldone), per quello per come s’intende la poesia agli antipodi di questa impostazione della neo-neo-neo-avanguardia, che è ben diversa dalla poesia cosiddetta di ricerca, ricerca per lo più a livello di un lavorio condotto sulla parola con la parola e nella parola, parola capace, anche, di farsi canto), posso dire che sono talmente equidistante dalla poesia per come la intendono Ostuni e chi è con lui, che a mia volta non posso non sentirmi irritato dalla lettura di Faldone

Irritato, e anche insoddisfatto, per non dire spaesato e annoiato, ho tralasciato il libro per qualche giorno, per iniziare e portare nel frattempo a termine la lettura di un libro che, questo sì, mi ha preso profondamente, Lou Salomé. Amare la vita, della filosofa e scrittrice Susanna Mati per Feltrinelli, libro che cuce intorno alla protagonista, amante in primis della vita, una temperie davvero felice in cui filosofia (quella di Nietzsche), poesia (Rilke) e psicoanalisi (Freud) si abbracciano a dar luogo a un intreccio di vicissitudini e di temperie esistenziale e culturale, che situano questa stupenda biografia sullo sfondo di un alone che non può non riportare alla tradizione e in particolare al Romanticismo, pur in un’epoca di rivolgimenti politici sociali e culturali con un positivismo e un neopositivismo scientifico che sgomitavano per affermarsi.  Ho, quindi, ripreso in mano il Faldone di Ostuni, ma, con tutto il rispetto e la stima per la persona dello scrittore e per il lavoro fatto di per sé, e qui, infatti, si parla della lettura di libri, e non della persona dell’Autore, tra l’altro stimato editore, al terzo tentativo di lettura non sono riuscito ad andare oltre le ulteriori altre cento pagine. Ho sfogliato di nuovo, così, fino alla fine il libro/faldone composto dalle settecentosessantuno pagine; ho riletto la nota dell’autore e poi mi sono rifiutato di leggere anche la nota critica di inquadramento e di esegesi che conclude il libro. La lettura è durata, nel complesso, solo qualche giorno, quando per leggere, bene, l’intero libro ci vorrebbero almeno un paio di mesi. Ma proprio non ce l’ho fatta a continuare e ad approfondire la lettura. Non mi sono sentito in grado di farlo. Può capitare una volta su mille di interrompere la lettura di un libro, quando non si riesce pur con tutta la buona volontà ad andare avanti, ma questa volta purtroppo è successo. Ed è successo, perché quando ho davanti un libro di poesia, si mette in moto in me il motore della comprensione, che cerca di riporre tutti i suoi sforzi per andare a sintesi, mentre in questo caso sarebbe stato necessario un processo analitico, che non ritengo opportuno per un’opera poetica. E nella sintesi abita soprattutto il senso, il sentimento. Ma forse Faldone, in effetti, non è un’opera poetica. Come dire che chi ha scritto la bandella lo aveva intuito, anche se poi ha cercato di metterci una pezza. Faldone è, dunque, altro dalla poesia, checché se ne dica, e in quanto altro necessita di altro. Necessita di strumenti alieni alla letteratura, e in particolare alla poesia, per come è stata sempre intesa. Facevo riferimento al senso, alle passioni, ai vissuti e soprattutto al canto che, emanando dai versi, come un tutto inteso sull’onda lunga della tradizione, sappiano toccare le corde del lettore. Altro il metodo algido della descrizione della spiegazione e da ultimo dell’analisi, che è più consono alla scienza che alle materie umanistiche. La scienza si forgia per lo più dell’analisi invece della sintesi e abbisogna, più che della comprensione, di quel capire e spiegare, che espliciti il significato invece del senso. La poesia spesso non ha bisogno del significato. Gli basta un significante che suoni canti e faccia rabbrividire di gioia o anche di dolore. E la filosofia? La filosofia non è una… Sono molte le filosofie. E qui, in questo libro mi è sembrato di cogliere più il vezzo della filosofia analitica, che si appiattisce sulla scienza, invece, che so, della fenomenologia che emerge, ad esempio, meravigliosamente, dal dettato di Vittorio Sereni.

E, da ultimo, non sono d’accordo con l’apparentamento di Ostuni a Pagliarani (se non per l’aspetto tipografico del libro, presente in Faldone, caratterizzato come è da una scrittura in orizzontale anziché in verticale). Pagliarani è sì poeta, vero e grande poeta del Novecento, e la sua scrittura oltretutto canta e incanta. Ma anche Sanguineti, che ho sempre apprezzato, sin da quando, giovanissimo, frequentavo il ginnasio, ha fatto poesia e ci ha lasciato la sua poesia, certamente d’avanguardia, ma pur sempre poesia, e che poesia; con un lavorio, questa volta sì, sulla parola; oltre a essere stato critico e saggista di spessore; ma non ha con-fuso i generi, li ha rispettati: avanguardista, vero, ma sempre nel solco della tradizione. 

La mia è stata una lettura incompleta, sicuramente superficiale, ma la scrittura di Faldone, come ho già detto, non mi ha affatto entusiasmato, non mi ha carpito, non mi ha emozionato. Ho trovato questa scrittura fin troppo intellettualistica.

Sempre la bandella recita: <<Chi vi prende la parola (in Faldone, ndr) sembra riversare in questo corpo mutante la sua intera esperienza vitale, le contraddizioni e i rovesci del nostro tempo.>>: su questo ci si può anche stare, ma non si parli, lo ripeto – come dice la bandella stessa – di libro di poesia o di poema.

Molti non saranno d’accordo, infine, con questa nota, diranno che solo i critici hanno facoltà di parlare. Ritengo, invece, che anche i lettori ne abbiano facoltà.

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