
di Pasquale Vitagliano
Ultimo atto (Consulta librieprogetti, 2025) dice tutto su mia madre. Lucia Diomede dedica questa ultima sua raccolta di poesie a sua madre. Ma sono versi su tutte le madri, tutte le nostre. Conferma, quasi un risvolto ancestrale e fossile di una verità banale, che il rapporto materno è di per se una relazione poetica universale. Come l’autrice preannuncia nella nota introduttiva, l’opera è un commiato in versi, l’ultimo saluto alla propria sorgente matrice. L’umanesimo della fine, che la Diomede esprime, è una definizione che intuisce la nostra attuale condizione esistenziale e civile. Non leggo o scrivo/ se non di te/ bugiardini, referti/ lacerti di lingue a me oscure/ che pure restituiscono/ tuoi brandelli di carne e sangue vivi.

Questo viaggio è anche, come sa chi lo ha fatto, un’esperienza dentro il corpo, che in quest’epoca di restaurazione feudale è diventato la frontiera estrema della nostra civiltà, un habeas corpus che ancora ci difende dal più terribile ritorno al dominio come cose. La malattia è oggi una battaglia costituzionale. Francamente come e perché siamo addivenuti/ a una tale inimicizia con i batteri non lo so dire. Nell’afasia verbale della comunicazione globale e nell’autismo sociale in cui siamo caduti il recupero di una relazione che sappia fare a meno delle parole può essere la salvezza. Questo deve essere anche lo statuto poetico di questi nostri giorni duri. La poesia deve nascere nel togliere. Non nell’aggiungere, nell’accumulare. La poesia più autentica è sempre una poesia della fine. In questo senso il recupero dell’energia generativa è un atto di rinascita e di rigenerazione. Il lutto riproduce il dolore del parto. Così come non c’è poesia senza travaglio. Bene fa l’autrice a invocare una madre-poesia, che ci accumuna e nello stesso tempo ci interroga e ci chiede conto dell’umanità che c’è rimasta di quella che c’è stata data. E adesso ch’è finito tutto/ quasi tutto/ devo finire ancora io. Bisogna sempre finire, per ricomonciare.
