
di Pasquale Vitagliano
Ci sono poesie verticali e poesie orizzontali. Le prime scorrono tra alto e basso e puntano sulla parola. Le altre sono pianeggianti, camminano e ragionano. Le poesie della Terra nullius, scritte da Doris Emilia Bragagnini (Anterem Edizioni, 2025) usano i versi come tracce di un attraversamento, un passaggio. Liminali, come nella poesia che porta proprio questo titolo. Poi il sapore del dopo impietrito dal nulla o dal poco/ il tuono come ragione prima del lampo. Questa terra di confine è appunto Terra di Nessuno. Ma è anche (forse) Terra di Niente. Quella che resta quando tutto è trascorso.

L’autrice friulana conosce bene per ascendente geografico le terre di mezzo. Sembra scrivere nel bardo, in quell’insondabile stato a metà tra la morte e la rinascita. Come camminare sull’orlo di una battigia/ che dissemina i passi delle sparizioni e le restituisce/ purificate di una schiuma bianca imprecisa/ gonfiata di niente. Questa sospensione di qualsiasi assertività dell’io-poetico porta in sé la gestazione di nuovi approdi di significato. Più il verso si allunga, quasi attendendo alla prosa, più la ricerca di senso si fa tesa, si dipana. Ci suggerisce che bisogna avere pazienza, si deve saper aspettare. Non guardare le vette ma concentrarsi sul sentiero. Si sciolgono significati come stecchi del shangai/ averne uno almeno da tenere per mano.
All’assodato determinismo verticale di un’età adulta, paradigma di una condizione universale dell’esistenza, l’autrice contrappone, anzi affianca come un’ipotesi alternativa, la vigile incoscienza dei poeti che riscoprono il mondo come bambini pur dopo averlo sperimentato lungo un’insonne esplorazione senza età. Terra Nullius è l’attraversamento infantile senza dare la mano. Il nulla di ritorno senza più pretese da guarnire. Come percorrere con calma una foresta di notte pur sapendo che tutti i cammini sono ciechi.
