Per Matteo Fantuzzi. Il pacato titanismo della poesia, di Massimo Orgiazzi

 

di Massimo Orgiazzi

Addio Matteo. Colpevole come sono di non sapere, della sua malattia, della sua storia, la notizia mi ha raggiunto e messo a tacere. Poi, dal silenzio sono emersi i segni, dalla memoria i ricordi di come si siano brevemente incrociati i nostri destini.
Il mio è stato uno sguardo tangenziale sulla poesia contemporanea: nel mio peregrinare attraverso il gioco di ruolo che è stata la mia vita, sono stato una comparsa tra chi con la poesia e per la poesia, ha lavorato seriamente: come Matteo.

In quei primi anni del XXI secolo, scrivere in versi diventò per me una passione, una parte di me. Una parte poi facilmente abbandonata nelle nebbie della vita, quando si comincia a credere che poco o nulla abbia più senso. Per dirla con De Angelis, «in un silenzio di ospedali, quando il tempo / rivela i suoi grandi paradigmi» è facile per alcuni dimenticare anche le passioni.
Per alcuni, ma non per i veri poeti.
Qualcuno ha scritto che la malattia poteva togliergli tutto, ma non il suo essere un poeta. Ed è questa la differenza tra noi. E’ questo ciò che va detto, oggi che Matteo non c’è più. Va detto che rimane la sua Poesia e il suo impegno. Quando pensiamo a cosa questo significhi, per chi è passato attraverso la dimenticanza, il molle adattamento alla mancanza di significato, sembra poco. Ma è invece molto.
Tornando a quegli anni, approdai alla poesia proprio leggendo i versi di Matteo. Quando ancora non sapevo che volesse dire scrivere versi nel 2005, mi imbattei in Ode al Lexotan: rimasi spiazzato, perché per me la poesia, fino a quel momento, era stata qualcosa di diverso.
Appresi poi che Matteo, oltre ad essere poeta, aveva un blog, UniversoPoesia. Ne divenni un lettore assiduo, fin che non mi venne in mente di aprirne uno che mi aiutasse a capire cosa volevo dalla parola.
In quegli anni fiorirono molte esperienze online, l’epoca dei blog letterari, una stagione di confronti, incontri, produzione e critica. Anni che sono stati preziosi e in qualche modo continuano ad esserlo. Perché tra i blog e le riviste, feci gli ultimi incontri personali che hanno lasciato un segno intellettuale. Tra blog e riviste, quella stagione riemerge genuina e pulita come poco altro in quel che ricordo.
Poi ci fu la bufera, che ci trascinò nel vortice bulimico delle piattaforme sociali, ci condusse al cospetto della viralità, ci illustrò come un social medium può mangiare tutto, rigurgitando quel minuto di gloria che svanisce, per poi tornare dal rumine in forma di meme nel corso degli anni. Poi ci mostrò l’intelligenza, ma quella artificiale, i large language model e, forse, la fine del linguaggio come prerogativa esclusivamente umana.
Incontrai Matteo a casa di Giuliano Ladolfi nel 2006, quando entrambi collaboravamo ad Atelier. Ho incontrato pochi, pochissimi dei poeti di quella stagione de visu. La maggioranza è stata un contatto digitale: sebbene sinceri, molti dei carteggi avuti con molti poeti non hanno mai visto un incontro nel mondo.
Di Matteo, in quelle poche ore trascorse a parlare, ricordo il sorriso, la parola pacata tra la pungente ironia e la sua maturità. Più giovane di me, lo vidi e lo trovai come nei suoi versi: molto più grande, vissuto di quel che mi pareva io fossi. Lui aveva già tracciato una via e io la seguivo.
«Quale via?», mi sono chiesto per anni. E ora, a distanza di tutto quel tempo, ho capito la forza della sua voce, la linea diritta della sua via.
I poeti, ridotti ai minimi termini, ai margini del flusso sociale, erano e sono il coraggio fatto persona. I poeti come Matteo sono i pochi rimasti a credere nella parola come forma di dignità, come ponte sul vuoto che c’è tra le persone, i pochi ancora disposti a resistere per il futuro di un verso. Senza gli strilli, le stories, senza il concetto del bello in quanto più visualizzato.
Matteo questo mi ha dato: il sapere che senza alzare la voce si può affermare ciò che si crede. Che si può e si deve accogliere i testi degli altri. In un mondo dove si vince se si fanno i grandi volumi, i numeri e le impressioni, il suo percorso e la sua vita sono stati la prova che si può essere grandi perché si tiene a qualcosa, curandola e inviandola al mondo.
Lo rileggo, lo rivedo e lo sento, Matteo, nella luce, nell’entusiasmo di quella stagione in cui in tanti ci demmo alla pagina online seguendo il suo esempio, raccogliendo poesie, accogliendo autori, costruendo legami, imparando.
Lui è andato oltre. Ha resistito, ha lottato ed è lì, ora trasmette un segnale, «pure lontano miglia, tra secoli e millenni», «qualcosa che rimanga pure quando sarò / fango, o terra o vivo appena / in qualche flebile ricordo».

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