
di Pasquale Vitagliano
Le occasioni per proteggerci/ dai bisogni primari, non le abbiamo/ favorite abbastanza. Le poesie di Francesco D’Angiò sono strette in quest’abbrivio tra terra e cielo, tra la necessità della materia e l’ambizione a svincolarsi dai limiti. Verranno a perderci in trionfo, pubblicata quale finalista della prima edizione del Torneo dei Poeti del 2021, è una silloge, la seconda, che conferma la lucida consapevolezza poetica del poeta campano ma materano di adozione.

Divisa in stanze, colpisce che la maggior parte dei testi non ha un titolo ma un numero, che però non segue un ordine. Chissà, potrebbero essere reperti di una catalogazione misteriosa. Invece compiuto, anche se non esplicito, è il loro schema intimo. Possiedono un andamento dialettico che quasi sempre si conclude con una sintesi, un’illuminazione finale. In più, sono spesso dialogiche, rivolgendosi a un interlocutore invisibile, l’altro, il doppio, l’amata. Infine, leggiamo una poesia di natura, impresa complicata. Il poeta ne supera le insidie della retorica e del già-detto con versi in levare, che spogliano gli elementi naturali di ogni indicatore deittico. Il testo pertanto assume un’aria metafisica misteriosa e suggestiva. Ci sono persiane chiuse/ alle tre di ogni pomeriggio/ sulle foglie di basilico bruciate. L’altro vincolo con cui il poeta deve fare i conti è la storia. Anche in questo caso la via d’uscita è la metafisica, la capacità di stare dentro e fuori allo stesso tempo. Questo sembra essere il suggerimento, o l’avvertenza, del poeta per sopravvivere. Forse qualcuno ha ragione,/ i viaggi più importanti/ non prevedono viaggiatori.
Ci sono cancelli che non voglio aprire, è il titolo della prefazione di Paolo Polvani. Infatti, la scarna poesia di D’Angiò ci propone questa mediazione, che i limiti al volo possiamo accettarli senza che ciò ci impedisca di alzare sempre lo sguardo al cielo. Quest’anno l’oleandro/ ha messo due fiori,/ e l’unico senso che trovo/ è ancora soltanto nei suoi colori.
