Lucerne nella luce, di Lucio Brandodoro

Krìsis è il volto dell’Altro

(R. Magritte)

«In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui.
Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio». [Gv 3, 16-18]

***

Dio non giudica. E quindi non condanna.

In realtà, il senso primo del verbo usato da chi ha scritto questo vangelo (krìno) è “giudicare”, ma anche “separare”, “discernere”.

Al v. 19, subito dopo il brano riportato, si dice che il “giudizio” (krìsis) è che nel mondo era venuta la luce, ma gli uomini hanno le hanno preferito il buio.

È krisis, è giudizio, non condanna; è un discrimine che ci apre gli occhi; è occasione di libertà.

Chi non crede è già stato giudicato, perché ha già fatto la sua scelta. È questa stessa scelta che diventa giudizio e separazione.

La crisi come momento di libertà e, quindi, di salvezza.

Non salva ciò che non mette in crisi. Non salva ciò che blandisce e accarezza senza costituire in autonomia. Dio non è un caramellaio, che elargisce dolcezze. Dio non è il garante dello status quo. Dio è krìsis. Non perché si diverta a scompigliare le carte, ma perché “Dio è amore” e non c’è amore senza crisi. Se l’amore costituisce l’altro in autonomia, non può non essere crisi. L’altro è la crisi permanente che mi obbliga ad un continuo esercizio di libertà, e, quindi, ad un continuo sottoporre a giudizio (krìsis) me stesso e la mia relazione con l’altro. Anzi, è tanto vero questo, che non riuscirò a separare me stesso dalla mia relazione con l’altro. Questa relazione è Dio. In questa relazione si manifesta il suo essere Relazione. Quanto il “mondo” è altro rispetto a Dio, tanto questa relazione è fondante. Il “mondo” viene come risucchiato all’interno della relazione fra il Padre e il Figlio e qui viene fondato e rifondato ogni volta che un atto d’amore viene compiuto. Così, il Dio che è Amore, è Relazione pura e, in tal modo, fonda e costituisce ogni relazione. In questo senso, il “mondo” non è riflesso della Relazione che è Dio stesso, ma è costituito in autonomia, rispettandone l’alterità. Se quello che chiamiamo Dio è Relazione pura, il mondo è relazione sempre bisognosa di krisis, bisognosa di giudicare e di essere giudicata. Questo giudizio non può essere interno alle dinamiche del “mondo”, ma deve avere lo sguardo dell’altro, le parole dell’altro, il volto dell’altro. Più ci si renderà desiderosi di ciò, più la relazione che si vive sarà autentica, libera e liberante; perché amore non è rifuggire dai conflitti, ma è assumerli come espressione di alterità e, in quanto tali, occasioni di confronto e di crescita, offerta di autenticità e di liberazione.

È questa la “vita-per-sempre”? È questa la “salvezza”?

Un fatto è certo: il Dio di cui parliamo, nella sua totale alterità, è concepibile solo nella relazione e, come relazione, è mistero, mai conoscibile nella sua totalità, ma pure coinvolgente nella sua prossimità. La parola che urge dovrebbe essere purificata da lungo e profondo silenzio. Il non detto si addice di più all’indefinibile di ciò che si sa dire sul mistero del volto dell’altro. “Dire” è in qualche modo “definire”. Come può essere definito il volto di Dio?

Sempre oltre e altrove, ma pure atto primo di ogni atto d’amore, origine e sorgente di ogni relazione, i cui termini, mai conquistati e mai interamente posseduti, si sottendono alle nostre vite come fede che non giudica mentre salva.

Non giudica, ma si pone come “luogo” in cui ogni comunione trova casa. “Luogo” di accoglienza e di tenerezza, dove ogni crisi è accompagnata da una carezza.

12

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *