20 righe (per niente) facili

 

di Pasquale Vitagliano

Con Elea, la sua ultima raccolta, Les Flàneurs, 2024, Bruno Di Pietro vola come l’Angelus Novus di Walter Benjamin verso una più acuta comprensione della nostra identità e della nostra storia. Quando verrà il passato, è il sottotitolo di questa piccola ma complessa silloge divisa in tre sezioni tematiche. Per conoscere il nostro destino abbiamo la necessità di volgere lo sguardo indietro. Le macerie del passato sono, tuttavia, frammenti luminescenti di un universo esploso. Il poeta li filtra e li ricompone in una nuova mappa stellare. Una torcia/ illumina la Porta./ Il giorno si accorcia.// Le stelle faranno notte/ (e io con loro).

Di Pietro attraversa questo vuoto in solitudine e con calma. Sa che non ci sono soluzioni possibili se non la stessa incessante ricerca di una risposta che non c’è se non nel continuo mutamento delle nostre forme di vita. Il massimo di continuità nel massimo di cambiamento. Il poeta raggiunge questo grado elevato di coscienza, una vera e propria illuminazione, nel dialogo con la tradizione classica, Zenone e Parmenide, guide sempre presenti. La poesia è l’abito curiale di questo dialogo permanente. Antichi spiriti mediterranei/ attraversano il giorno,/ si dispongono nell’ora mediana/ dove preciso è il taglio del tempo.

La poesia è questo fare spietato che cerca la fine ma si alimenta della sua stessa ostinazione. Come in una danza dionisiaca. Leggiamo, come scrive Daniele Ventre nel suo saggio finale, è una personalissima gaia scienza, fatta non di nichilismo, ma di un singolare pensiero forte, la riscoperta di un’idea meridiana dell’essere. Si tratta di ottimismo tragico che ci motiva a continuare a inseguire la tartaruga. Perché Achille è felice lo stesso. E’ questa rincorsa che lo rende vivo. Quanta eternità mi circonda!/ E non mi appartiene.

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