Matteo Fantuzzi, la cura e la grazia

di Sonia Caporossi

Ci conoscemmo una quindicina d’anni fa, dapprima online. Era il tempo in cui le riviste militanti e i lit-blog erano campi di battaglia quotidiani, e in mezzo a quel frastuono rintronante Matteo e Andrea Temporelli mi invitarono a scrivere per Atelier. Da lì iniziò una frequentazione intermittente ma sempre trasparente come un bicchier d’acqua, fatta di stima reciproca e di un affetto che si rinnovava a ogni incontro, come se il tempo intercorso non incidesse mai davvero. Di Matteo ricordo soprattutto la cura: quella filologica, minuziosa, che applicava ai testi propri e a quelli altrui; e quella umana, che lo portava a metterci la faccia quando serviva difendere un redattore o un collaboratore dalle polemiche (e allora ce n’erano, e come, troll e detrattori che spuntavano come funghi dopo la pioggia). Lui non arretrava di fronte alle accuse né tantomeno di fronte alle invidie del panorama letterario di quegli anni: non certo per orgoglio, ma per quel senso di responsabilità e quell’interna urgenza veritativa che sempre lo accompagnava in ogni gesto critico e poetico.

Nel 2017, nel mio Da che verso stai?, scrissi anche di lui, e non in modo necessariamente lusinghiero. Lo indicai come esempio di un categorema che mi sembrava sufficientemente irriverente da individuare una nuova categoria di sociologia della letteratura: quella della dissipatio auctoris. Era un autore dissipato, a mio giudizio, per la sua scelta (che poi scoprii essere deliberata) di pubblicare poco, pochissimo, e sempre con una qualità che non ammetteva compromessi, tipica di chi si occupa più della poesia degli altri che della propria, come avrebbe continuato a fare nel corso degli anni con le infinite iniziative editoriali, curatele e riviste cartacee e digitali a sua firma. Lui non se la prese. Della sua dissipazione, che poi si scoprì essere la modalità espressiva di un poeta calmierato da una vera e urgente ricerca di stile, parlammo a una cena bolognese, con quella sua ironia quieta, e finì che mi diede pure ragione.

Sì, perché la poesia di Matteo Fantuzzi nasceva da un’attenzione estremamente calcolata alla materia linguistica: ogni testo, a rileggerlo oggi, vive di una freschezza costruita per sottrazione, come se la parola debba essere riportata alla sua temperatura minima per dire davvero qualcosa, in una sorta di disamina inerme del quotidiano come cifra stilistica che sussume il contenuto. La sua scrittura, sia libero il campo dai pregiudizi, non ha mai indulto al lirismo, perché Matteo preferiva la densità controllata, la frase che si assesta su un equilibrio interno, senza barocchismi e senza leziosità. La sua è una poesia che, da Kobarid come caporetto dell’anima a La stazione di Bologna come caporetto della società, ha compiuto un percorso coerente dalla dimensione umana a quella civile. Kobarid in barba al titolo, non è affatto un libro civile, la sua materia è altrove: nella fragilità del quotidiano, nel corpo vulnerabile, nelle incrinature dell’essere e del senso delle cose, in una parola, nella realtà; mentre La stazione di Bologna ha restituito la verità umana di un trauma storico indelebile come punto di collasso della società italiana attraverso quella densità tersa, qualità ossimorica del versificare, di cui solo Matteo, tra gli ultracontemporanei, era capace. Ecco che, allora, nei suoi libri si avverte la costante volontà di misurare il mondo attraverso forme brevi, nette, anticonsolatorie come deliberazione consapevole, come filosofema della forma. Altro che dissipazione dell’autore: il critico Caporossi aveva avuto torto, torto marcio.

Bologna in Lettere era uno dei nostri luoghi comuni: non mancava mai un invito, una lettura, una conversazione lunga sullo stato dell’arte. In una foto (una di quelle che ora si riguardano con un nodo alla gola) sorridiamo insieme a Julian in un pomeriggio di maggio, uno dei tanti che sembravano destinati a ripetersi all’infinito. L’ultima volta che ci siamo visti è stato al matrimonio di Alessandro e Natale, tre anni fa. Con Brusino era molto amico, avevano lavorato per anni insieme all’edizione critica e filologica delle poesie inedite del papà di Ale, Maurizio Brusa. Matteo era sempre così disponibile nei confronti della poesia e dei poeti, i vecchi e i giovani, i nuovi e gli affermati, da avere creato uno spirito di comunità incredibile, con sé e dietro di sé. Quella sera parlammo a lungo, con Maria Laura e Chiara, di vita e di famiglia. Non avrei mai immaginato che sarebbe stata l’ultima volta che l’avrei visto. Sono ricordi che oggi scaldano: non per nostalgia, ma per la grazia con cui Matteo sapeva stare nelle cose, come se intravedesse ogni volta la filigrana della realtà con una chiarezza composta e gentile che stenta, per chi resta, a rendere ragione della sua partenza.

Non so se questo sia un coccodrillo. Forse sì, forse no. So che è un saluto. E che, al di là delle formule, una cosa la posso dire con semplicità, senza rampini astraenti e senza esitazioni:

Matteo Fantuzzi non sarà dimenticato.

La sua ultima lettura a Bologna in Lettere

 

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