
Killers of the flower moon (2023), l’ultimo film di Martin Scorsese, ci insegna qualcosa di drammatico sulle guerre che sono riesplose in tempi recenti. Certo, è terribile. Ma se i nativi non fossero stati piegati, anche l’America oggi sarebbe ancora in fiamme. Il finale sembra alludere all’ascolto giovanile del regista del racconto radiofonico della storia della tribù degli Osage. Questo ricordo sentimentale addolcisce appena il senso di colpa di una nazione che viene ancora una volta evocato. Sono passati 53 anni da Soldato blu (1970) di Ralph Nelson. Questo film ha spezzato la narrazione tradizionale degli indiani cattivi, assegnando loro il giusto e autentico posto di vittime della colonizzazione, come quella che si stava tentando in forme nuove in Viet-Nam in quegli stessi anni. È curioso notare che anche nel mio immaginario giovanile, quello che più plasma la nostra identità futura, gli indiani hanno occupato un ruolo importante.
Ed anche l’Europa sarebbe oggi ancora in fiamme se baschi, irlandesi, catalani non si fossero arresi, accettando la convivenza pacifica. Quasi non ce ne sarebbe testimonianza. Grazie al cinema possiamo “vedere” quello è accaduto e immaginare quello che sarebbe potuto accadere ancora. Gillo Pontecorvo ha lasciato due tracce dolorose prima con La battaglia di Algeri (1965), ancora in tema di colonialismo, e poi con Ogro (1979), che racconta dell’attentato letale contro Carrero Blanco, erede politico del dittatore Franco, da parte degli indipendentisti baschi. In questa regione spagnola, esiste un’altra minoranza, i Cagots, veri e propri paria, di cui c’è un’eco nella Trilogia del Baztàn (2013) prodotta da Netflix. Nel 1981 muore dopo giorni di fame, Bobby Sands, leader dell’IRA, il partito armato degli irlandesi repubblicani. Michael Fassbender lo interpreta magnificamente nel film Hunger (2008) di Steve McQueen. Rende intensamente, al di là del merito politico delle questioni, quanto le ragioni degli uni fossero parte integrante della loro esistenza anche fisica.
La battaglia di Algeri è il capostipite di tanti film sulle lotte di liberazione delle minoranze, che col tempo hanno assunto persino l’identificabilità di un genere a sé stante. Hotel Rwanda (2004) di Terry George racconta la strage di Tutsi da parte dell’etnia degli Hutu. Per chi conosce quell’orrenda vicenda e ha visto il film non può che avere un brivido alla proposta inglese di utilizzare quella terra col fine di accogliere e concentrare flussi di migranti irregolari. Il padre (2014) di Fatih Akin ci ricorda del genocidio degli armeni. Nel 2007 anche i fratelli Taviani se ne occupano con La masseria delle allodole, e nel 2016 ancora Terry George gira The Promise, interpretato da Christian Bale e Jean Rero. In alcuni casi, più che in altri, la persecuzione etnica si è intrecciata con ragioni politiche. In Terra e Libertà (1995) di Chen Loach si coglie bene come la guerra contro i franchisti e l’ostilità dei repubblicani rossi contro gli anarchici si stratificavano con l’avversione di entrambi verso la forte identità catalana. Analogamente, l’Holodomor, la persecuzione degli ucraini attraverso la collettivizzazione forzata dell’Ucraina, piegata per questo da una tremenda carestia, fu anche un modo per piegare la classe sei kulaki da sempre ostili alla rivoluzione bolscevica. Pochissimi film ne hanno parlato. Per questo vale ancora di più vedere L’ombra di Stalin (2019) della regista polacca Agnieszka Holland. Alla fine, dunque, dobbiamo prendere atto che l’unica pace duratura è quella che segue una sconfitta definitiva.
