
di Pasquale Vitagliano
Con la sua raccolta d’esordio, Ter (r ) apeutica (Lietocolle, 2023) Luca Chendi affida alla parola poetica la realizzazione della sua statua interiore. Così lo scienziato François Jacob definì a metà del secolo scorso la struttura della personalità che ciascuno di noi per un’intera esistenza si adopera di scolpire, alla ricerca di un’identità capace di relazione con l’altro. Come egli stesso chiarisce nella sua Nota, la terza stanza in cui si articola il testo – Tra i corti di Moretti – è dedicata al “rendere la propria esperienza un culto”. Il culto è coltivazione e cura di sé stessi, come indica la prima – Dolore – mentre la seconda – Miele – pianta la radice di questa esperienza poetica nella relazione.

La poesia di Chendi cerca la guarigione in un punto di equilibro tra opposte tensioni. In questa sintesi istantanea, che è comune eppure unica, e più è unica è più è comune, sta la sorgente della sua salvezza. La giostra che sotto casa gira/ l’ira del vento che la muove/ non so se sente i richiami o/ se li lascia scivolare sopra/ ma dentro è uno stare eterno. D’altro sguardo, la mediazione è sempre relazionale. Non è nuova la comparsa/ la ribalta di due corpi/ presi tra parentesi/ lascia una strada di mezzo/ un fiato diverso che starci accanto/ dice tutta l’umanità. E dentro questo movimento, dunque, che la statua della nostra vita prende corpo. Curiosamente lo stato di grazia, di completezza, Chendi lo associa a Moretti. Infatti, una statua, in fondo, è come un goal (in Palombella Rossa). La poesia assume l’esatta durezza di un cortometraggio. Quindi, è così che il tempo/ ha lo statuto del sogno tra le mani. Cura, servizio e culto, sono i lati del piano terapeutico che questa poesia ci dona. Precisa ancora l’autore che la erre tra parentesi indica l’appartenenza ad un suolo certo. E’ una dichiarazione che mi rende familiare la sua poesia. Allude, ricordandomi Simone Weil, al radicamento come il più importante fra i diritti fondamentali dell’umanità.
