
di Pasquale Vitagliano
Qual è la religione della bellezza? Questa domanda ci sollecita la raccolta di poesia di Ilaria Giovinazzo La religione della bellezza (peQuod, 2023). La risposta è fin troppo scontata, la poesia. Ciò nonostante, in questa opera non c’è nulla di scontato. Cos’è la poesia, allora? Un corpo a corpo/ tra te e il verso. Dunque, in questa religione non c’è nulla di vanamente spirituale. L’anima, perché un’anima alla fine c’è, è quello che resta dopo questa lotta. Questa lotta è la nostra lotta. Non c’è peccato nella bellezza. Dunque, è una religione laica, nella quale, come scrive David La Mantia, “l’elemento naturale diventa lo strumento per cogliere l’assoluto”.
Mi accorgo che gran parte dei libri di poesia che sto leggendo in quest’ultimo periodo sono stati scritti da poetesse. La scelta è casuale. La constatazione è oggettiva. Credo ci siano antenne più sensibili su quest’altra faccia della luna. Non credo che esista una poesia femminile. Ma certo esiste una percezione più acuta e una lingua poetica più sincera.

La poesia di Ilaria Giovinazzo non sperimenta un nuovo linguaggio poetico. Si pone con consapevolezza dentro il canone poetico del Novecento che segue con rigore e autenticità. Solo con queste qualità cristalline si è potuta permettere di citare la rosa almeno quattro volte. Il canone poetico assume la fisicità di un’identità, di una dimora, di un orizzonte. La poesia è in bilico e fa oscillare l’anima stessa. Si coglie questo equilibrio sottilissimo in modo continuo. Qui la bambina è spezzata ma sorride a tutti/ senza trovare le chiavi di casa. Ritorna questa immagine delle chiavi, lasciate sul tavolo/ e dovrò tornare a prenderle. Salvo, buttarle per sempre, risanare questa scissione dolorosa e prendere il volo senza più esitazioni. La poesia della Giovinazzo resta fedele ad un canone. Si sente, tuttavia, un sincero ardore che brilla sotto la brace della tradizione. Come lettore vorrei riscaldarmi a questo fuoco. Io so soltanto/ di essermi arrampicata/ sulla parete di fuoco/ che brucia le mani/ e scotta di febbre e di vita.
