Lo stato dell’arte. Raffaele Floris

Provo a rispondere per punti.

1. Una delle poesie più popolari di Elizabeth Barrett Browning, The cry of the children, influì molto sul pubblico riconoscimento dell’iniquità dello sfruttamento dei fanciulli. Cosa può fare oggi la poesia, la letteratura, se non c’è una consapevolezza collettiva, o meglio comunitaria, su questi e altri temi? Niente, temo. E questo non lo dico io, lo ha affermato Valerio Magrelli lo scorso fine settimana a Volpedo, nell’ambito della rassegna Fiori di pesco (https://www.fioridipesco.it/). La poesia può soltanto offrire una visione che, pur partendo da elementi che possono anche essere autobiografici, non ceda il passo di fronte alla “logica binaria che ha ormai preso il sopravvento (…) e il pensiero tecnico ha determinato la svolta antropologica della persona da homo sapiens a homo videns” (Francesco Macciò, L’universo in periferia, ed. Moretti & Vitali 2023).

Oggi la letteratura paga lo scotto dell’ansia dilagante di comunicare attivando reti sempre più estese di riscontri e di consensi, prosegue Macciò nella sua analisi. La conseguenza logica di questo scenario non può che essere la “parola a effetto”, che prova, non riuscendoci, a bucare un muro di nebbia. Inoltre molta poesia che s’incontra sul web o sui social sembra inconsapevole della tradizione, italiana e internazionale, che abbiamo alle spalle. Non per regredire, o per non innovarsi, ma per non disgregarsi nell’informe, nella banalizzazione del linguaggio, nell’omologazione su uno stile “medio” nell’assenza di un canone che è ormai fatto acclarato. E se la quotidianità degli accadimenti e degli oggetti sembra imprescindibile, prosegue Macciò, la poesia non può che trascenderli, anziché circoscriverli.

2. Quando mi imbatto in espressioni quali “la poesia deve, la poesia dovrebbe, la poesia dovrà” sono sempre un po’ diffidente e un po’ scettico. La poesia deve davvero “dovere”?

3. La società liquida teorizzata a suo tempo da Bauman mi sembra che si stia ulteriormente trasformando in società gassosa. Il “tramonto delle ideologie”, se così vogliamo definirlo, in letteratura, o meglio in quegli spazi ordinari di letteratura che siamo soliti frequentare, ha generato autoreferenzialità. Io stesso potrei autodefinirmi “esperto” di poesia contemporanea, aprire un blog, pontificare…Ma quanto ho letto realmente? Inoltre, seguendo la riflessione di Macciò, chiunque pubblichi un libro di poesie dovrebbe essere consapevole di “esercitare” la stessa “professione” di Dante, di Rilke, di Montale, di Baudelaire…Continuiamo a levare gli scudi contro le case editrici che pubblicano troppo, distribuiscono poco e investono ancor meno, dimenticandoci – forse – che anche i poeti stanno prendendo parte al “banchetto”, che tuttavia è fatto di like, di recensioni ossequiose, senza contare, talvolta, le incompetenze diffuse.

5 Pochi, oggi, hanno il coraggio di prendere posizione, a meno che non si tratti di generici “manifesti per la pace”, “appelli al dialogo”, “rispetto dei diritti civili” e via discettando. Oggi sono pochi quelli che hanno ancora il coraggio di dire apertamente:  sono comunista, sono socialista, sono cattolico, sono liberale. E “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.”

11

Un pensiero su “Lo stato dell’arte. Raffaele Floris

  1. S&R

    La sindrome di don Abbondio forse trova terreno fertile in un pensiero che si fa sempre più debole, lasciando spazio alla sensazione momentanea su cui è facile far leva attraverso la manipolazione dei media. Tornare al ben dell’intelletto mi sembra una delle maggiori urgenze del nostro tempo.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *