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Lo stato dell’arte. Raffaele Floris

Provo a rispondere per punti.

1. Una delle poesie più popolari di Elizabeth Barrett Browning, The cry of the children, influì molto sul pubblico riconoscimento dell’iniquità dello sfruttamento dei fanciulli. Cosa può fare oggi la poesia, la letteratura, se non c’è una consapevolezza collettiva, o meglio comunitaria, su questi e altri temi? Niente, temo. E questo non lo dico io, lo ha affermato Valerio Magrelli lo scorso fine settimana a Volpedo, nell’ambito della rassegna Fiori di pesco (https://www.fioridipesco.it/). La poesia può soltanto offrire una visione che, pur partendo da elementi che possono anche essere autobiografici, non ceda il passo di fronte alla “logica binaria che ha ormai preso il sopravvento (…) e il pensiero tecnico ha determinato la svolta antropologica della persona da homo sapiens a homo videns” (Francesco Macciò, L’universo in periferia, ed. Moretti & Vitali 2023). Continua a leggere

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La parola ai poeti. Raffaele Floris


“Non ci deve essere una parola inutile: tutto deve dire qualche cosa […]”. Così scriveva Giuseppe Verdi a Francesco Maria Piave mentre il libretto del
Macbeth stava cominciando a prender forma.

Così anche a me piacerebbe scrivere: nessun aggettivo superfluo, nessuna espressione arcaica o ridondante, ma – di converso – nessun cedimento alle mode o alle correnti. A me piace utilizzare il verso tradizionale (endecasillabi, settenari…) perché non riesco davvero a scrivere in assenza di un ritmo, e non mi sento di dover recitare il mea culpa per questo. Continua a leggere