Dalle tende, dalle pietre,
da te solo volendo rinascere,
con altri otto hai assecondato il destino.
Di te padre, dalla piana
hai fissato il canale, dell’imbuto
interrogando le ombre, il margine
che più della terra dell’uomo
sempre propaga il cammino.
L’incarnazione nel compimento.
La resa ragione di sé-
e della propria speranza.
Amore che ti ha pensato,
che ti ha custodito tra uomini e donne;
di uomini e donne, nella buona
e nella cattiva sorte, nell’assenza
e nella presenza. Virgulto
che poi hai tentato, a cui ti sei appeso
come anello a tracciare il confine
del giardino che deve restare sacro,
muto e ignoto ragazzo la cui bracciata
è mancata, la cui statura s’è rotta
nella rena coperto da insetti.
Tu che volendo dire la vita
hai pronunciato la morte –
ti sei pronunciato alla morte –
dalla pancia di una nave madre
ad un acqua senza cordone –
incontenibile, inesauribile
che non comprende e che non ha requie.
Che non ha tempo-
e non ha divenire.
Che non ritorna-
e cancella le tracce.
Che non ha termine-
ma solo correnti.
Acqua su acqua- che continua e continua.
Sì, acqua su acqua
che ANCORA continua, sempre
più cupa, sempre più scura
mentre la fame
supera il freddo
ed anche la luna volta la faccia
in una traversata da cui non si torna..
E che il gruppo subisce
compatto, chiuso – in due, tre
o quanti più giorni – in tre,
quattro o quanti più malori – nella cittadinanza
senza cittadinanza, nel nutrimento
senza nutrimento.
Gli occhi solo dei lupi
a cui s’è affidata la carne, per uscire
dalla favola antica.
Ma per cui non vale il racconto
nella parte che mai avrà freno
quando il cielo non riconoscendo le nubi
del mistero teme il respiro
e la corrispondenza della violazione col fuoco
nella necrosi da cui si lasceranno portare.
Qui è il lampo a decidere il tempo
e il rigetto, nella divisione veloce
di umano e non umano.
Qui è la parola a nascondersi
ed è per questo che il canto non sale:
non può, NON DEVE,
il battito
reciso al suo metro.
Unicamente, propriamente
solo il discendere infatti può dare misura
di quanta vita è già sacco nel carico;
entro quale odore si preannuncia l’abisso,
il sale iniziando a bruciare le ferite,*(9)
le ombre trattenendo le ombre.
***
Versi tratti da Questo mare, di Gian Piero Stefanoni


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