a tutti i consacrati- uomini e donne- a me cari
– Nessuno verrà a separare i vivi dai morti se questo regno non avrà fine.
Cristina Alziati
IL TUO SACERDOTE
a Don Antonio
Sostieni il tuo sacerdote,
non è facile stare alla presenza
nella custodia del senso.
La parola nella sua lingua rischia la regola
che un abile buffone restituisce
nella forma separata dall’uomo.
Resta col tuo sacerdote,
sii sacerdote nel ministero anche della sua luce.
Passa da una solitudine accesa
la trasmissione che viene dalla notte,
il gemere di Dio alla sua nuova nascita.
ESODO
È storia ora di vocine,
di piccoli alberi abbattuti dai nidi,
di sottocolpi scanditi tra fratelli.
Avevamo dimenticato il fiume,
pensavamo fosse salda la barca
nascosta nella pelle ogni distanza.
Ma di questo si nutre la plancia
nella scorta delle offese residue.
Chi cerca il timone vede la costa,
non sente i colpi che dietro
si affollano dai pesci.
LE SCARPE
Guarda il volto, e se vedi
quello che vedi è tuo Padre,
la misura che apprende da tutti
E prega per la infinità delle ombre,
contro la calata del sonno.
È come la pietra che non sa levigare,
troppo basso e restia alle voci del vento
questo battito che perde il credo
nella sua restrizione.
Osserva le scarpe sotto la veste.
-Le più alte possibilità, all’inizio, sono soltanto promessa.
Karl Rahner
LA TREBBIATRICE
a Padre Massimo Naro, a Don Fabrizio Centofanti
Tutto è in attesa di provvidenza
ché tutto è provvidenza ed anche oggi
la natura freme nel compimento degli spazi.
Viene da una più vasta dilatazione
la pietà dell’idrogeno, la formula
dell’acqua con l’ossigeno.
Prende voce e scorre dai campi
nelle braccia dei figli.
Compone secondo l’erba
la lirica che con te a lui solleviamo.
LA FUNZIONE
Si raccoglie nelle mani
il perché delle mani
nell’intima disposizione del corpo.
Prima di agire, trae a sé
dal buio il silenzio, scontornando l’abisso,
la paura dell’uomo dell’uomo.
Cosa attendiamo
nella rimessa del debito,
nella fatica di quella postura?
Sarà con noi ogni giorno
della nostra vita.
LO SPIRITO
Rispondigli. Se ne vanno
ed anche lui può cadere
se confonde ancora libertà e negazione
la misura della terra,
la sua proporzione tra l’ascolto e la resa.
Cerca per ognuno l’ognuno,
la parte riscattata tra il patire del discernere
e il mistero che ora si nasconde.
La lotta è con l’opera.
IL SIGILLO
Si posa e ne ha misericordia.
Sempre femmina nella somiglianza
quel dire del Padre la carezza,
l’opportunità del tendere
che è già tra noi guarigione.
Così tu non sai chi è
il salvatore e il salvato.
Ma vibra dallo scapolare
nella liturgia di essere e sfamare,
mentre esce, il suo sigillo.
IL NOME
Come un ricordo della prima infanzia
lontano da casa, un obbedienza
a un rivelato avanzare, questo andare
e tornare dalla strada all’altare,
questo cingersi di vocali e giardini.
C’è un tempo- ed è il tempo che resta,
che incide e decide- in cui il cuore
salmodia e comprende la vista.
Terribile e vasto il suo nome su tutta la terra.
LA TERRA
La terra è questa e non muta
e povertà nega l’amore
ma Cristo crede e resta nella carne,
Cristo crede ed eccede; spezza
di nuovo il pane, versa ancora da bere.
Ha desiderio di noi- e fede-
la contrazione che presiede al travaglio,
l’atto che nasce da quel volto.
Non rompe né spiega la fedeltà
l’ordire sulla soglia, la leva
senza nome della morte.
LA COSTRUZIONE
Ciò che ritorna è un sapere per numeri,
un male in pochi versi, una coscienza del tempo
accesa per immagini.
Eppure su queste braccia trattiene la distanza,
su questo andare ha luogo nella tensione del pensiero.
Ed attesta e risiede nella verità del capitolo
dividendo capacità e delitto, sciogliendo
attraverso te la distinzione.
Dio è uno nella sua trasparenza.
IL GRIDO
Una sola carne un solo spirito
stretto a Sé e libero d’ognuno il suo costato
nella moltitudine del grido.
Non sfugge ma vince il peso nella luce
il guardare per nome, l’uomo la donna
l’abbandono rivelato.
“Perché il mondo passa, ma la presenza non passa”.*
Ed arde- dentro questo giogo rimandato dall’acqua-
dentro questa ferita accesa dalla strada,
scaturita dall’amore.
*- Aldo Capitini.
IL MIO SACERDOTE
per Padre Stanislao Rogala
Esce tra i banchi cercando qualcuno.
Ha sentore di pietra composta nel legno.
Dove è buio è solo l’uomo-
teme d’esser venduto. Ha davanti
una domanda di pane, una città che muta
entro una strana apostasia di pensieri.
Qui resta il mio sacerdote-
e ricomincia- al collasso della parola.
Perché ogni mano è stata sulla croce
nella divina follia del creato.
LA SCELTA
Essere per la scelta- da cui puoi cadere-
e della luce- di cui hai sete
nell’intima sottrazione della carne.
Ma di ciò che hai in petto- di te-
l’assenso è sostanziato alla perdita,
la risposta la cruna sulla soglia della forma.
Nell’udire non domandare alla terra.
Solo al Padre lo sguardo.
‘
LA SCHIERA
Andiamo nella scrittura come siamo-
Tu che ci vuoi in piedi.
Si apre a un elemento sottile
la preghiera dei corpi- il volto che si confonde
nella veste del tuo consacrato.
Vieni, Signore, vieni
nella schiera muta che discende dai pesci,
asperso, dentro quella voce in cui ci raggiungi.

‘MI PIACE’ …. alcune ‘scuole di poesia’ tendono a definire versi come questi [alti] ‘consolatori’ … il discorso sarebbe lungo; il mio punto di vista è che la poesia, a qualsiasi livello, ha il diritto/dovere sacrosanto di potersi ‘consolare’ in sé medesima avanti il poema, nel poeta, per il poeta o nessun poeta… come in questo caso di [alto] gradimento, confermo.
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