L’UOMO VIVO (inno al Gioia) – Vinicio Capossela

gioia

Ha lasciato il calvario e il sudario
Ha lasciato la croce e la pena
Si è levato il sonno di dosso
E adesso per sempre
Per sempre è con noi!
Se il Padreterno l’aveva abbandonato
Ora i paesani se l’hanno accompagnato
Che grande festa poterselo abbracciare
Che grande festa portarselo a mangiare
Ha raggi sulla schiena
E irradia GIO-GIO-IA!
Le dita tese indicano GIO-GIO-IA!
Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA!
Si butta in braccio a tutti per la GIO-GIO-IA!

È pazzo di Gioia
È l’Uomo Vivo!
Si butta di lato non sa dove andare
Perché è pazzo di Gioia
È l’uomo vivo
Di spalla in spalla
Di botta in botta
Le sbandate
Gli fanno la rotta
Alziamolo di peso gioventù
Facciamolo saltar
Fino a che arrivi in cima fino al ciel
Fino a che veda il mar
Fino a che veda che bellezza è la vita
E mai dovrebbe finir
Barcolla, Traballa
Sul dorso della folla
Si butta
Si leva
Al cielo si solleva
Con le tre dita
La via pare indicare
Ma nemmeno lui
Nemmeno lui sa dove andare…
Barcolla Traballa
Al cielo si solleva
Con le tre dita
Tre vie pare indicare…
Perché è pazzo di Gioia
È l’uomo vivo
Si butta di lato, non sa dove andare
Di corsa a spasso senza ritegno
Va il Cristo di legno
Non crede ai suoi occhi
Non crede alle orecchie
Nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno
Portato a mangiare…
Ha raggi sulla schiena e irradia GIO-GIO-IA
Si accalcano di sotto per la GIO-GIO-IA
Esplodono le mani per la GIO-GIO-IA
Lo coprono di garofani di GIO-GIO-IA
Gioia viva Gioia viva per noi
Gioia viva Gioia viva per noi…
Di qua di là, no di qua…
Di qua, no di là… GIO-IA! GIO-IA!!
È PAZZO DI GIOIA…
È L’UOMO VIVO
Esplode la notte
In un battimano
Per il Cristo di legno
Che Cristo com’era è tornato cristiano.
Barcolla traballa
Sul dorso della folla…
Fino a che arrivi in cima, fino al ciel
Fino a che veda il mar..
Fino a che veda che bellezza è la vita
E mai dovrebbe finir…

Vinicio Capossela

Registrato in Scicli (RG), Chiesa di S. Bartolomeo
Il 18 agosto 2005

da: Ovunque Proteggi (2006)

7 pensieri su “L’UOMO VIVO (inno al Gioia) – Vinicio Capossela

  1. fabry2007

    “Nemmeno il tempo di resuscitare e subito l’hanno
    Portato a mangiare…”.

    teologia dell’incarnazione, è pazzo di gioia, è la vera rivoluzione.

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  2. Marina Pizzi

    poveraccio, ancora carne da macellare!
    buon appettito ancora!
    questa umanità recidiva!
    povero Gesù che ci riprova!
    capisco la (bellezza) del senso metaforico, ma qui mi sembra un po’ macabro, ancora, sardonico ed egoistico come minimo.
    la canzone l’ho ascoltata ieri: buona, da fine messa e, forse, tanto per ricominciare daccapaco e in (tutti) i sensi…

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  3. Marina Pizzi

    il folclore è catartico, certo, non lo nego e la festa anche. ma il mio significato era altro. ben venga la tua puntualizzazione di festa e di terra e di tutto ciò che desideri.

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  4. augusto43

    Vinicio Capossela, uno nato ad Hannover , in Germania , da genitori salentini , che avevo ascoltato la prima volta alla Radio Tre e m’era parso un mix tra Buscaglione, Paolo Conte , Carosone e Kurt Weill, un po’ Nino Taranto e un po’ Vinicius de Moraes ; uno che si era proposto come scrittore con un libro – “Non si muore tutte lemattine, – che è un ingorgo di parole , un guazzabuglio di allitterazioni, un repertorio di modi di dire , una sequela di punti esclamativi , di fantasie discorsive , di sconfitte, di viaggi a Stanbul e pranzi da taverna , di gente che si fa un giro di ouzo al bar sirtaki , di partenze, ritorni, punti a capo , di puntini di sospensione , punti e basta; uno dallo stile sovrabbondante, eccessivo, barocco , che scrive le sue storie , – storie strampalate , un continuo rovistare , borbottando, da innamorato della poseia , delle spezie profumate , dell’opera lirica: pagine da prendere sfuse, come raccomanda l’autore stesso; uno che vive senza temere tutto quello che ci si perde , prendendo una cosa sola , uno che riconosce le cose quando arrivano , che ha gli occhi sempre distratti , che non si capisce nemmeno di che colore sono …uno che potevamo aiutarci un po ‘ di piu’ , caro amigo, a imparare a prendere, a non temere, …ad afferrare! , a farla nostra la vita , a godercela del tutto una buona volta , senza bruciarci le dita con tutta questa impresa; un caro palombaro della contrada , un chiavicone in servizio permanente nei cuori e nelle orecchie. Uno dai gironi, spurghi e serenate. Un assediato sotto basse luci allo iodio, uno da schiere di ussari, ulani in miniatura, cappellerie a cavallo, costruttori, guastatori, farneticatori, rebetici, sollevatori di pesi, macchine morte, riparatori tv, uno da macerie di Sarajevo e ospitalità tangenziata, coi doppi vetri dei motel, l’amicizia virile, la fine della gioventù, lo Sprechen Deutsch, l’onore, l’orrore, la lealtà, un vestito leggero a ciliegie rosse, Troilo, Tony Castellano, Jeff Buckley, Glenn Gould, Napoleone. Uno da non si muore tutte le mattine , un’opera sull’ambizione, l’impresa, la resa e la grazia.

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  5. augusto43

    Capossela è uno che fa viaggi nell’irrealtà fra scioglilingua orchestre ad archi , canzoni a manovella e bande paesane , che ti trascina con la fanfara degli ottoni macedoni ( nei suoi pezzi c’è perfino una Medusa che balla il cha cha cha ) uno che ti dice che il paradiso è ormai perduto e che siamo tutti dalla parte di sotto, dove c’è solo odore (sic!) di merda. Belli, brutti, ubriachi e sobri, non ci rimane che andare al Colosseo come facevano gli antichi romani, quel tritacarne che è il mondo dello spettacolo, con i gladiatori Ben Hur , i beduini, Masala e la macellaria mediatica dove non importa chi è il vincitore o il vinto, sandali e polvere , uno che ha scritto “Canzoni a manovella”, un contenitore di emozioni e nostalgie ,storie del nonno davanti al camino, una manovella che riscopre ritmi e canzoni nate tra la gente e per la gente, quasi un’aria che proviene da un grammofono impolverato che bisogna far girare a mano; uno che ha scritto una decina di libri di successo e tanti , tanti pezzi musicali dedicati al circo, o rifacimenti del pugile sentimentale e il volo di Volodja ; uno che porta “Camera a sud “ all’Opera di Parigi , che celebra John Fante a New York, con i “Sogni di Bunker Hill”, che dimostra ad ogni concerto di possedere una sensibilità musicale mostruosa , nonché ricercatezza armonica e intima coesione in tutti i lavori che realizza . Vi assicuro che a vederlo suonare con quegli strumenti ormai in disuso( rotopiano, chitarra sirena, banjolino, fisarmonica e piano giocattolo; strumenti alternativi come bottiglie soffiate, fruste, ed il simpatico fischio; ed ancora grancassa, contrabbasso, archi, ottoni e clarino, tuba ed altri) , ti trasporta e ti travolge, ti frastorna, ti trasforma.

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