Ho visto “Capote”, la pellicola racconta i quattro anni della stesura e pubblicazione di “A sangue freddo”.
Ci sono due aspetti, uno interessante e uno dilaniante nella storia di Truman Capote di cui vorrei parlare; il primo è la presentazione del suo lavoro all’editore: “cambierà il modo di scrivere”, la risposta: “Cambierà il modo di leggere”, in ogni caso un libro epocale, il romanzo-documento che ancora oggi, e forse ancora di più, tiene banco.
Il secondo, più centrale, è: “Hai proprio il disperato bisogno di una storia”, gli dice Dick Hickock mentre lui va per l’ennesima volta in visita da Perry Smith.
Sono i due autori della strage nel “Laggiù” come chiamano gli abitanti dell’Arkansas quella parte dello stato.
Questo bisogno-necessità; necessità di entrare nella storia, bisogno di possederla, e nello stesso tempo starne distaccati, essere “autore” quindi sopra, prima e dopo, non dentro se non per il tempo necessario e mai senza sosta.
“E’ una miniera d’oro” dice a Nelle, che aveva smesso di accompagnarlo nei suoi viaggi dopo essere stata sua assistente, balia e amica, infatti l’ossessione di Truman era insostenibile oltre che confusa.
“Una miniera d’oro” come per difendersi, nascondere dietro un cinico interesse professionale il legame terribile che lo sta legando a Perry Smith, legame d’amicizia impossibile tra l’autore e il personaggio del suo libro.
E’ abbastanza unanime la convinzione che i personaggi di cui si sta scrivendo devono necessariamente coinvolgere per essere credibili, ma in questo caso, il coinvolgimento avviene tra un intellettuale omosessuale sensibilissimo ed egocentrico e un autentico condannato a morte dalla personalità lacerata e interessantissima, entrambi abbandonati dalla famiglia d’origine, quasi uno specchio in negativo fotografico, l’albino Truman e lo scuro mezzosangue Perry, il ricco colto newyorkese e il disperato vagabondo del midwest.
Truman procura un nuovo avvocato ai due assassini, e comincia il calvario dei ricorsi, nel frattempo frequenta assiduamente Perry, (più tormentato e, evidentemente, più intelligente seppur più debole di Dick), perchè gli mancano due elementi essenziali per terminare il libro: la scena del crimine e il finale.
Perry è ossessionato dalla dignità, nel film di Brooks del 1967 questo fatto è più marcato, persino quello che succederà dopo l’impiccagione lo spaventa, il rilascio incontrollato di feci e urine; non è dignitoso, vorrebbe evitarlo. Aver ceduto al panico che ha scatenato la strage per lui è altrettanto vergognoso; l’onta più che la paura, vergogna più che pentimento.
Da lui Capote vuole la descrizione della scena del delitto, le sue emozioni, le ragioni di un gesto così feroce; una famiglia sterminata a sangue freddo per quaranta dollari, e non siamo nel ‘29.
Perry Smith non vuole, si rifiuta di rievocare quella notte e Truman Capote, che ha carattere da vendere, se ne va, interrompe le visite, smette di portargli libri. Continuerà a mandarne, di più discutibili, a Hickock.
L’ultimo avvocato lascia la causa, chiaramente persa, non ce ne sarà un altro, lo scrittore tormentato e depresso a stento risponde ai condannati che non può più trovare un sostituto, di fatto li abbandona.
Quando la data dell’esecuzione è stabilita dopo l’ennesimo tentativo fallito di revisione della sentenza, Perry cede e gli fa sapere che è disposto a raccontargli tutto.
Capote avrà così insieme i due elementi mancanti per concludere il capolavoro della sua vita, quello che probabilmente, consacrandolo letterariamente forse il più grande scrittore americano della sua epoca, lo distrugge umanamente, “A sangue freddo”, “In a Cold Blood” uno dei migliori tra i ritratti lividi e lampeggianti della follia americana.
Nelle Harper Lee, è l’autrice del Pulitzer “To kill a mockingbird”, “Il buio oltre la siepe”, collaboratrice del libro-documento di Capote, è l’unica amica, l’unica persona che ha il coraggio di dirgli la verità più terribile: “anche se tu avessi potuto salvarli, non hai voluto”, come dirgli che il romanzo esigeva quel finale, che credeva di aver trovato in lui un Atticus Finch invece non c’è che Truman Capote e il suo best seller.
In tutto questo, la sincerità, sempre la sincerità pur nel tradimento.
Io credo che nello scrivere senza filtro, anche sotto l’egida della qualità assoluta, che in fondo è un aiuto e una protezione, (non vorrei dire un’alibi), la cosa più difficile sia trovare una protezione da se stessi.
La volontà compulsiva di scrivere la verità, di scriverla bene, di raccoglierla in un’opera di grande forza, di cristallina visione, di riscatto dell’umanità ridotta a mostro, di spietata evidenza, può tradire; tradire un’amicizia come anche la brutale banalità dei fatti.
“Capote” è un film in cui non c’è un’inquadratura che non sia un capolavoro, ti chiedi persino perché, a che serve.
Pensandoci, la fotografia è una parte essenziale del racconto, senza dirlo ti mostra come Capote raccontasse la sua storia agghiacciante; con la forma più straordinaria e rigorosa.
Anche Brooks si pose la questione della fotografia nel suo film e decise di andare controcorrente e girare con un bianco e nero da fotografo della Farm Security Administration, contrastato e violento, da pellicola sottoesposta a luce naturale, trucco che servì ad accentuare la drammaticità della storia, ma anche ad assimilarla al giornalismo militante, al documento storico e legale, un trucco per rendere la verità più vera.
Ancora conflitto, ancora esigenze artistiche che dilaniano la coscienza; applausi, apprezzamenti e royalties in cambio di una storia orribile e sanguinaria.
Mettersi in gioco, farlo scrivendo bene, alla fine è l’unico modo, ma non sempre basta, a Truman Capote non è bastato, l’ha ucciso aver riconosciuto in Perry Smith un fratello ed essergli sopravvissuto, aver lasciato uccidere il suo usignolo.

E’ uno di quei film che ho perso al cinema o vorrei vedere da un po’ in Dvd. Dopo questo post penso proprio che rimedierò presto. Non ho mai letto nulla di Capote (altra cosa che presto farò!) ma la sua figura mi ha sempre incuriosito. L’ultimo grande scrittore amato come un divo? Chiedo a chi conosce meglio le sue vicende biografiche. Grazie per questo post!
Un caro saluto
“In tutto questo, la sincerità, sempre la sincerità pur nel tradimento.
Io credo che nello scrivere senza filtro, anche sotto l’egida della qualità assoluta, che in fondo è un aiuto e una protezione, (non vorrei dire un alibi), la cosa più difficile sia trovare una protezione da se stessi.” :
qui la grandezza di ogni scrittura.
marina
“a Truman Capote non è bastato, l’ha ucciso aver riconosciuto in Perry Smith un fratello ed essergli sopravvissuto, aver lasciato uccidere il suo usignolo”.
e qui la grandezza che va oltre la scrittura.
grazie, Mario.
fabrizio
Confessione
Questo post è nato da una mail privata indirizzata ad una mockingbird della rete, il tema era quello del rapporto tra la scrittura e la morte come ultima frontiera della verità di un testo.
Anche il tradimento era parte importante, soglia necessaria quando si scrive di qualcosa di reale e vivente, la destinataria ama ripetere una frase di Virginia Wolf; “La letteratura è autobiografia, o non è”, quindi sempre un conflitto o tensione tra questi due limiti, tradimento e morte.