[Federico Miozzi è medico specializzando in radiologia. L’immagine a sinistra è di Ursula Barilli]
È una lotta all’ultimo sangue tra me e lei. Eleonora Nocca, la ritardata della scuola, corre goffamente vicino al cordolo della pista di atletica, ondeggia il corpo massiccio sui piedi storti. La raggiungo con una mano sul fianco che mi punge a ogni respiro e la imploro: “Non voglio arrivare ultimo, dai…”
Eleonora Nocca si volta a guardarmi, non crede al mio tono benevolo, è troppo abituata ad essere disprezzata. “Dai! C’è mio padre che mi guarda!” aggiungo con stizza. Se non riesco ad evitare l’umiliazione con le buone dovrò farlo con le cattive. “Se mi fai arrivare davanti a te, ti faccio un regalo”. Eleonora mi è davanti agli ottocento metri e sghignazza come un cartone animato.“Che regalo?” mi chiede tornando improvvisamente seria.
“Rallenta! Cosa vuoi?”
“Un bacio da grandi” dice.
“Ok. Lasciami passare.”
“No, adesso…” dice e tiene l’andatura oltre le mie possibilità. “Dammelo ora!”
“Ora non posso, lo vedi che ci guardano tutti?”, mi volto verso la tribuna. Due cori cercano di sovrastarsi, i maschi tifano per me, le femmine per Eleonora. Si tratta di una guerra dei sessi e io, l’esponente del sesso forte, devo dimostrare di esserne degno.
Eleonora è eccitata dagli incitamenti delle compagne delle elementari, ne trae una forza titanica. Io che invece alimentavo ambizioni di vittoria, ho esaurito tutta l’aria, ho sfiancato i polmoni nei primi cinquanta metri, sono scattato al massimo, sono stato primo per quel poco prima di vedermi sorpassare dagli altri partecipanti, nani sfigati, mocciose con le treccine. Eleonora è predestinata all’ultimo posto, non capisce che lei non deve superare se stessa.
Le sono accanto, la urto con il gomito: il contatto infiamma il tifo, gli atleti in attesa del loro turno battono i piedi sulle panchine di legno. Eleonora è divertita, non c’è niente di più imprevedibile di una ritardata che ride. “Se non mi lasci spazio ti meno!” minaccio. Ma a lei piace il gioco della contrattazione, rallenta e si rovescia le palpebre sugli occhi, uno spettacolo orribile.
Siamo ormai all’ultima curva, il dolore alla milza, al fegato, il gelo nella gola, penalizzano la mia coordinazione: dagli spalti sembro una vespa stordita, con il completino a strisce gialle e nere che mi ha confezionato mia madre, ed Eleonora un fiore dal lungo gambo su cui cerco di poggiarmi.
Arriviamo sul rettilineo dei cento metri spalla contro spalla. “Vieni che ti bacio”, le urlo. Eleonora mi aspetta, rallenta, corre girata verso di me. Vedo la saliva solidificata che le incrosta gli angoli della bocca. Guardo la faccia di Eleonora Nocca scomparirmi di fronte, sparire in basso e indietro. Lo sgambetto ha funzionato. Vedo riapparire il suo volto alcuni metri dietro di me, le sue labbra sono rosse, Eleonora prende a correre ancora più forte, si mangia la pista sotto i piedi. Sono spacciato. In tribuna riconosco mio padre, è l’unico seduto e tiene il suo binocolo pentax puntato sulla mia rivale. Il dolore è ormai parte di me, è talmente profondo che penso sia un osso del mio scheletro. Ai trenta metri Eleonora rallenta, finalmente anche il suo corpo deforme sembra sentire la fatica, fino a fermarsi del tutto. Sto andando verso il filo bianco e teso, il penultimo posto più desiderato della storia dei giochi della gioventù. Un’ultima occhiata indietro: Eleonora piange con la bocca insanguinata e le palpebre ancora rigirate.

Mi sembra più handicappato il maschietto, a dire il vero. Eleonora ha un po’ la sensualità di Gaja Cenciarelli:- )
Ovviamente *è* il maschietto il più handicappato. [Gradirei una spiegazione sulla similitudine tra la mia (presunta) sensualità e quella di Eleonora. Dènghiù!]
questo blog ha decisamente il gusto dell’horror
Gaja: è per via di quella “saliva solidificata che le incrosta gli angoli della bocca”, naturalmente:- )
Sei davvero gentilisssssimo!!! Quale complimento più sublime potrebbe desiderare una donna?
Maddai, scherzo. Sai benissimo quanto tu sia universalmente adorata, oltre che adorante…
Soprattutto adorante, altro che adorata! 😉 (massì, lo so che scherzavi, Lucius!)
Oddio Lucio, mi hai fatto morire! Ancor più se infierisci sull’ adorata adorante Gaja. E’ ovvio che il maschietto è il più debole. 🙂
Credo che a Marina non sia piaciuto il racconto, anche se il suo commento, forse tranciante, mi risulta un po’ criptico.
Ringrazio dell’attenzione.
Federico
Ecco, QUOQUE TU, Federico! 😀 Già Lucius mi ha praticamente dato della… ehm.. Nocca. Che, voglio dire, sarebbe andata anche bene se al cognome avesse aggiunto come prefisso una G. (l’iniziale del mio nome! :-D)
avevo pensato anch’io a un racconto sull’handicap. è uno straniamento interessante. fino a che punto, però, ci si può approssimare alla realtà così come davvero è (a parte le facili battute)?
chi sia il deforme di questo racconto mi pare chiaro.
Sono d’accordo, Elena.
Fabry, bella domanda. E’ proprio il crollo delle ipocrisie a far sorgere questi dubbi, secondo me.
L’idea mi è nata da una considerazione: che i disabili hanno delle energie di riserva che li possono rendere – anche solo simbolicamente – invincibili. Questi sbalzi di forza li rende ancora più deformi agli occhi degli altri. Il ragazzino cerca di sgambettare questi superpoteri, oltre che il corpo di Eleonora. Grazie anche a Elena per l’attenzione.
Federico
l’handicap, tutti gli handicap, sono un dramma immenso, un dolore atroce, sono una vita spezzata che piega e piaga non solo la vita di chi lo patisce ma anche quella di chi se ne occupa. scusami federico, ma ho negli occhi un handicap in cui il sorriso inconsapevole ed ebete dei figli diventa la disperazione rabbiosa e piena d’amore di una madre che non si arrende neanche quando vorrebbe tanto arrendersi, neanche quando vorrebbe aprire i rubinetti del gas e farla finita.
il mondo dell’handicap è un mondo multideforme e multidifforme , non si può stabilire un dualismo norma/handicap perchè ci sono infiniti handicap.
l’handicap è deformità/ bruttura/mostruosità e bisogna fare i conti con questi sentimenti di repulsione e rifiuto prima di riuscire a superare quella soglia oltre la quale si aprono spiragli di vita e di bellezza . nell’handicap ci sono solo vittime anche se sono vittime piene di coraggio e di forza . è vero che spesso il nostro atteggiamento è ancora più mostruoso della mostruosità di cui è vittima l’handicappato nonostante questo
non ho mai visto superpoteri in un handicappato ma una lotta impari con l’ingiustizia di cui è vittima.
grazie a te, federico, è un racconto che fa pensare
Contribuisco al discorso sull’handicap con questa mia struggente poesia:
L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO
Vedete, bambini cari,
il vostro insegnante
è solo un po’
dislessico,
disgrafico,
disfemico,
dislalico,
dislogico,
autistico,
epilettico,
enuretico,
oligofrenico,
pollachiurico,
schizofasico,
tachifemico,
anoressico
e anche
un po’ licantropo,
ma voi,
mi raccomando!,
fate finta
di niente.
P.S. Ovviamente c’è anche questa versione:
L’INSEGNANTE DI SOSTEGNO
(“NON FATELO SENTIRE DIVERSO”)
Vedete,
bambini cari,
il vostro compagno
è solo un po’
dislessico,
disgrafico,
disfemico,
dislalico,
dislogico,
autistico,
epilettico,
enuretico,
oligofrenico,
pollachiurico,
schizofasico,
tachifemico,
anoressico
e anche
un po’ licantropo,
ma voi,
mi raccomando!,
fate finta
di niente.
Complimenti a Ursula Barilli.
Vero, Gian? Non so se hai visto gli altri quadri, io l’ho scoperta in rete ed è stata una folgorazione. Poi questa immagine mi pareva assolutamente adatta al racconto. Sono contenta che ti sia piaciuta.