[Goethe]
Vinum non habent. Passa una voce volando lungo la seconda ripa dal livido colore della pietra. Dante non vede spiriti, ode solo voci che, trasvolando, invitano alla riflessione: I’ sono Oreste e ancora Amate da cui male aveste. Più avanti, seduti a ridosso della parete della montagna, vestiti di mantelli indistinguibili dalla roccia, sono gli invidiosi. Hanno gli occhi cuciti, non possono vedere (secondo l’etimologia di in-video), tengono sembianza di poveri mendicanti ciechi che si sostengono caritativamente gli uni gli altri. Il castigo è evidente: come in vita hanno guardato con occhio malevolo le fortune altrui, mentre non vedevano le proprie, e le hanno desiderate, ora sono costretti alla cecità, ad essere tutti uniformati nell’aspetto esteriore e a sostenersi a vicenda. Le voci che invitano alla virtù contraria al vizio dell’invidia si richiamano ad episodi evangelici e del mito rappresentativi della generosità, del disinteresse, fino all’abnegazione e al sacrificio di sé: le nozze di Cana, Oreste e Pilade, il comandamento dell’amore. La climax mette progressivamente in luce i gradi dell’amore: l’amore che è festa, l’amore che è dare la vita per l’altro, l’amore più grande, che è quello che perdona i torti patiti. Virgilio spiega a Dante che quello è il luogo in cui si sconta il peccato d’invidia:
“Questo cinghio sferza/
la colpa de la invidia, e però sono/
tutte d’amor le corde de la ferza” (vv.37-39).
Tutto il canto è percorso da rime “aspre e chiocce” , ma la coppia più interessante è proprio questa: sferza/ferza.
Dice Salvatore Natoli: “L’invidioso si nasconde quando il superbo si mostra. Eppure l’invidia è sottesa alla superbia a tal punto da poter essere intesa come la pena pagata per essa. In breve, l’invidia altro non è che l’espiazione della superbia. […] Se le cose stanno in questi termini, l’invidia più che un vizio pare essere una pena. Lucifero cade per la superbia, ma si danna, nell’invidia.” (da Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, 1996)
L’invidia “deriva” dunque dalla superbia e, in quanto tale, Dante la colloca sulla balza successiva della montagna. Anzi, dice di sé:
“Troppa è più la paura ond’è sospesa/
l’anima mia del tormento di sotto,/
che già lo ‘ncarco di là giù mi pesa”. (XIII,136-138)
“Di sotto” aveva incontrato un celebre miniatore, un nobile, un politico, ma l’occasione era venuta buona per dire qualcosa sui poeti:
“Così ha tolto l’uno a l’altro Guido/
la gloria de la lingua; e forse è nato/
chi l’uno e l’altro caccerà dal nido.” (XI,97-99): considerazione solo apparentemente gnomica, in realtà di forte autocritica. Che Dante avesse la debolezza della superbia era noto ai suoi contemporanei e ai suoi biografi. Così Boccaccio, così il Villani che lo dipingono come “presuntuoso e schifo e isdegnoso”.
Entra in scena Savia, detta Sapìa. “Nomina sunt consequentia rerum”: quante volte Dante ha illustrato e ancora illustrerà la forza di questa convinzione degli Scolastici. Ma qui egli si spinge oltre e ricava dal nome della senese un’antitesi che funge da antonomasia. Essa stessa si definisce “folle”. L’anima porta con sé la traccia di un nome denso: Savia/Sapìa, la radice della sapienza e del sapore (da sapiens e da sapio). La sapienza di cui non dette prova fu quella cristiana che è carità, che è amore: ma fece di più. Trasse unico piacere dalla rovina altrui, anzi, in modo quanto mai perverso, dalla sua stessa rovina, in quanto senese: “e fui de li altrui danni/ più lieta assai che di ventura mia.” (i fatti si riferiscono alle lotte tra guelfi e ghibellini toscani, alla battaglia di Colle Val d’Elsa, 1269). Spietata l’autocritica come spietata fu nella sua vita, Sapìa, ora, con gli occhi cuciti con filo di ferro e lagrimanti “vede”, mentre non-vedeva in vita, accecata dall’in-vidia. In un’opera così maschile, una delle poche donne, che appare forse maschia, ci rimanda di colpo a Francesca, a Pia (Sa-pìa!), Piccarda, Cunizza, Beatrice. Alla Madonna: colei che si fa tramite del volere divino e per compassione manda santa Lucia (la vista!) da Beatrice perché a sua volta si rechi da Virgilio per soccorrere Dante peccatore, in una catena di generosità, di amore puro, per lui e per l’umanità. Ci rimanda alla Madonna che, pronunciando “Vinum non habent” (“la prima voce che passò volando”) con la dolcezza e la grazia della madre, e della figlia, di quel Figlio, diede inizio ad un’altra storia, la storia di un Dio buono, non più solo giusto e vendicatore, che inizia la sua “carriera” come un prestigiatore, quasi, trasformando l’acqua in vino. Nel vino c’è il sangue di Cristo, cioè il suo amore, ma anche, in questo inizio, la gioia dello stare insieme, della condivisione. Una storia che finirà nel sangue e nell’incomprensione dei più. Perché finisse come è finita ci voleva qualcuno che compisse l’atto: ed ecco Giuda. Giuda che ha tradito per trenta denari, per avidità, ora sta dritto in bocca a Lucifero, che è la superbia, che è l’invidia: “superbia, invidia e avarizia sono/ le tre faville c’hanno i cuori accesi”. Così aveva detto di Firenze e della politica italiana Ciacco, cieco e riverso nel fango (Inf. VI, 74-75). L’avidità è fin da subito indicata come l’origine di tutti i mali, è la lupa: non è dunque la superbia a causare l’invidia, ma, ancor più su, l’avaritia. O meglio: i tre peccati si presuppongono vicendevolmente. L’avaritia è stata tratta fuori da lo ‘nferno dall’Invidia Prima: Lucifero. Egli era insieme superbo (conscio della sua bellezza si paragonava a Dio: perché non ne posso prendere il posto?), e invidioso (perché Egli ha poteri che io non ho?) e avido (voglio quei poteri e dominerò su tutto).
Cristo è venuto a dare all’umanità un comandamento nuovo, quello dell’amore. Guarda l’altro come se vi vedessi un amico, Dio stesso; pensa che l’altro potresti essere tu; perdona le offese. Non vorresti essere allegro e confortato dalla compagnia degli amici? Non vorresti che qualcuno desse la vita per te, se fosse necessario? Non vorresti che ti fosse perdonato il male compiuto? (Ecco allora le nozze di Cana, l’episodio di Oreste e Pilade disposti a morire l’un per l’altro che rimanda a “quella” morte per amore, l’invito al perdono).
Il Canto XIII è pertanto soprattutto il canto dell’amore che si eleva sulle miserie umane, sulla radice del male stesso.
C’è qualcosa di dichiaratamente autobiografico nel canto e qualcosa che può sfuggire. Dicevo della rima sferza/ferza.
Quella rima si trova in “Così nel mio parlar voglio esser aspro” ai versi 67/71. Lì il poeta vuole vendicarsi della bella Petra: chiude la canzone celebrando il gusto della vendetta, che è quanto di più lontano dall’etica del perdono! (per inciso: altre rime lì contenute atra/latra/squatra torneranno nel già citato Inf. VI). Come se Dante volesse dirci che c’era stato un tempo in cui bramava altro e quella bramosia insoddisfatta non poteva che generare vendetta. Ma ora Dante è salvo: è passato dalla donna-pietra alla “pietraia” della balza degli invidiosi.
Lucia Tosi dice di sé: «Sono moglie e madre adorata, insegnante odiamata, posseggo un cassetto alfabetizzato che compulsa il poco dei miei testi rimasti dopo il provvidenziale tilt del mio primo hard disk, non ho pubblicato mai niente, e me ne guardo bene, mastico male tre lingue, benino diversi dialetti italiani, la prima cosa che mi dice uno che mi conosce da poco è “perché non hai fatto l’attrice?»
Nota a margine della redattrice che ha postato il suddetto articolo: Lucia Tosi mi onora della sua amicizia. E di questo la ringrazio.

Oltre il piacere di poter rileggere Dante in questo modo mentre faccio colazione penso alla collocazione cronologica del post. Oggi la liturgia celebra la Messa In Cena Domini, lì dove il vino diviene sangue e il pane corpo per la prima volta…
Grazie a Gaja e Lucia.
Bello un pezzo che induce alla riflessione, a guardarsi dentro, a capire. Un saluto all’autrice e a chi ha postato.
Anche a me è piaciuto questo pezzo. Fantasioso, preciso, “semplice” e privo di quelle presunzioni e pesantezze filologiche che, a meno di non essere Contini, troppo spesso riescono ad afflosciare le letture dantesche. Mi associo ai saluti.
Mi associo a Nadia e ad Anna.
In questo articolo di Lucia ho trovato una scintilla insolita, quando si parla di Dante: ha scritto un pezzo assai colto e al tempo stesso accessibile a tutti. Lo ha scritto con passione, raccontando, senza orpelli, e coinvolgendo.
Sono stata davvero felice di averlo pubblicato.
Saluto Arti, Nadia e Anna.
Un abbraccio a tutti voi, e grazie.
[ovviamente la discussione non finisce qui: è che avevo voglia di salutarvi, ecco;-))]
mi piace di questa lettura soprattutto il tono. è il tono giusto per parlare di Dante,anzi per parlare della commedia.
spero di leggerne altre di ri-lecture.
grazie.
d.
Un pezzo molto piacevole,Dante più vicino noi meno aulico.
Confesso che adoro Goethe.
“Contro la grande superiorità di un altro non c’è mezzo di salvezza all’infuori dell’amore”.
[Goethe]
Grazie
Gaja
G.
Gena, carissima, grazie a te per aver letto questo articolo mirabile, e grazie soprattutto a Lucia che ha accettato di farmelo pubblicare.
Un bacio, Gena.
@Demetrio: anche io mi auguro di leggerne ancora. Comunque grazie, tesoro, di essere intervenuto.
Tu sei un autentico esperto di Dante, e il tuo parere vale moltissimo.
grazie a tutti. sono felice che abbiate gradito la lectura, frutto di un’adesione improvvisa dello spirito, prima che dell’intelletto: l’uscita il giovedì santo non poteva essere più significativa.
ringrazio gaja per la stima e, soprattutto, l’amicizia di cui mi onora e per avermi convinta a farmi leggere non più solo dal mio cassetto.
grazie!
lucia
Ri – Lectura che rapisce chi oggi Re – cita: Purgatorio a Genova!
Grande il GRAZIE a Lucia e Gaja. Con una curiosità in punta di Lingua: “aspre e chiocce”. Ecco il punto [di domanda]: anche Pluto dice “con la voce chioccia” [Inferno, Canto VII] e la nota riporta “rauca, fra l’aspro e lo stridulo” [Ediz. Garzanti]- è bestemmia cogliere in Dante la prima definizione dello “screaming”? Interrogativi da interprete…
Un abbraccio
Chiara
Confido in una risposta di Lulù.
Grazie a te, Chiara, che leggi sempre me, e quello che propongo.
Un abbraccio fortissimo.
non so, chiara, se l’espressione abbia un’estensione tecnica, ma di sicuro dante pensava a qualcosa di urlato, graffiante, comico, rauco, sgradevole insieme. a voci e a rime non armoniose, che aderissero alla materia urticante che di volta in volta andava immaginando-illustrando.
è anche un grande scrittore pulp, un grande visionario (in senso moderno).
grazie dell’attenzione.
l.
A te Lucia – per ogni suono e senso – esTratto dal cassetto.
E grande verità: ché Dante è Pulp!
Da Purgatorio a Purgatorio: m’involo!
Un abbraccio a te e a Gaja sempre
Chiara
Grazie, Chiara. Lo ricambio, saldo come sai.
Finalmente si rivede la dottrina in cammino. Era tempo. Ad una signora di una certa età si portano i bagagli, e questa ne ha tanti, anzi pare che quello che non le appartenga non abbia importanza, che si possa lasciare lì (ma forse è uno sbaglio). Ma cosa non le appartiene? E’ suo pure questo pietrone grigio, Signora? Mi permette di portarlo?
Cos’altro ha Lucia Tosi di dantesco?
Fran.