
Il cinema è donna. Le icone femminile prevalgono su quelle maschili. Marilyn Monroe batte senz’altro James Dean. Rarissimi, e generalmente brutti, sono i film del tutto privi di figure femminili. Anche quando lo stereotipo ha prevalso, ed effettivamente ha prevalso per lungo tempo, la donna nel cinema è sempre stata centrale, magari “oggetto” del desiderio come Gilda-Rita Hayworth, eppure vero motore di ogni azione. Non è un caso che proprio Marylin è tra le prime dive del cinema a ribellarsi al suo modello ne Gli spostati di John Huston del 1961, sceneggiato da Arthur Miller. La scena del cavallo domato con violenza a Stagecoach non è che la parabola del suo drammatico destino. E poi c’è Vienna-Joan Crawford in Johnny Guitar di Nicholas Ray (1954), la prima eroina LGBT nella storia del cinema.

Passando al carattere dei personaggi femminili nel cinema, memorabile è la forza di Gloria, interpretata da Gena Rowlands in Una notte d’estate, film diretto da John Cassavetes nel 1980, Leone d’oro a Venezia, ex aequo con Atlantic City, U.S.A. di Louis Malle. Nel 1999 Sidney Lumet ne diresse un remake, ma pochi si ricordano chi abbia interpretato Gloria (Sharon Stone!). Un’attrice che è riuscita a incarnare grandi personaggi femminili, probabilmente grazie anche a ottimi film, è Susan Sarandon: da Thelma & Louise (1991), manifesto femminista, girato da Ridley Scott, in cui affianca Geena Davis, alla commovente suora Helen Prejean in Dead Man Walking – Condannato a morte (1995) di Tim Robbins, fino alla misteriosissima Jean in Jesus Rolls – Quintana è tornato (2019) di John Turturro, curioso caso di spin-off di un film, Il grande Lebowsi, e insieme remake di un altro, I santissimi (1974) di Bertrand Blier. C’è un film, poi, come Lezioni di piano (1993) di Jane Campion, Palma d’oro a Cannes e vincitore di tre premi Oscar, che riesce a parlare di maschi attraverso il filtro del bellissimo personaggio di Ada-Holly Hunter.
Restano, infine, i modelli femminili (senza sterotipi), ma qui il gusto personale prevale nettamente. A cominciare da Silvana Mangano, capace di sintetizzare poli opposti di bellezza, carnale, come in Riso amaro (1948) di Giuseppe De Santis, e insieme diafana, come in Teorema (1968) di Pier Paolo Pasolini. Poi, Giovanna Ralli, che ha saputo dare spessore alle donne della commedia all’italiana: un esempio per tutte ne La vita agra (1964) di Carlo Lizzani, dal romanzo di Luciano Bianciardi. Ed all’opposto, benché somiglianti, Jean Moroe, che dette fisicità e ironia alla nouvelle vague francese, come ne La sposa in nero (1967) di Francois Truffaut. Sul cinema “fatto” dalle donne dedicheremo un frammento a parte. Qui può bastare fare due richiami. Il primo a Lois Weber che nel 1913 in Suspense inventa inquadrature modernissime come quella “a piombo” – verticale dall’alto, oggi fin troppo utilizzata con una certa leziosità E infine, Lynne Ramsy che con A Beautiful Day – You were never really here gira un pulp-d’essay delicato ma con un uppercut finale, capace di stendere Quentin Tarantino.
