ULISSE
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
Umberto Saba
***
LA SOLITUDINE DEL SOLDATO
Gloria e morte – è questo che ossequiano?
Mario Luzi
I
Tu non eri preparato a questa oscurità del cuore
tu, che non avresti mai sopportato la resa
il disonore dei compagni
piuttosto uno scontro capillare
donne o bambini, che importa?
la guerra è soprattutto la resa dell’innocenza
un naufragio di corpi senza confini.
Il sangue non è mai troppo se abitua all’orgoglio
i vivi si scordano le offese
e tutti sono lasciati.
Non era come nelle carestie
che cancellano il ricordo:
nella guerra i morti sono perdonati
hanno un nome più alto
e gli onori di una patria;
questo i vivi non lo sanno
le ombre cancellano tutto.
Nel mondo c’era il bene e il male
non sapeva come.
II
Talvolta, dopo la presa di una città
si sedeva accanto agli occhi di un bambino
(serrati da nessuna pietà, che importa ai superstiti?)
gli occhi, nella morte aperta, sono come quelli
dipinti in un quadro, hanno qualcosa di duraturo.
Davanti al loro silenzio – che dicono solenne –
s’immaginava una pietà consolatoria; poi veniva
il sonno, e allora gli apparivano in una corazza
serrati nella condanna, ancora vivi
nell’ultimo riflesso della sera.
Non sapeva, per un soldato
solitudine maggiore.
Sebastiano Aglieco

Voglio navigare nel mare di Ulisse, ancora…
ciao Seba
carla
Universo, Devetachi il 24 agosto 1916.
Col mare
mi sono fatto
una bara
di freschezza.
(Giuseppe Ungaretti, da: l’allegria)
dopo Dante, è difficile scrivere di Ulisse.
ma qui c’è qualcosa di buono, Sebastiano.
“Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica; 87
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando 90
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse, 93
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta, 96
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore; 99
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto. 102
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna. 105
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi. 108
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta. 111
“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia 114
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente. 117
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”. 120
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti; 123
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino. 126
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo. 129
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo, 132
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna. 135
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto. 138
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque, 141
infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso” (Inf. XXVI).
Saba è Ulisse senza orgoglio e senza sfida. E’ un viaggiare in abbandono, una abbandonarsi alla vita per ‘doloroso amore’.
Per Luzi invece resta sempre attuale la sfida d’Ulisse: con l’anelito di conoscenza, il problema dell’indistinguibilità tra bene e male, le deformazioni morali dell’eroismo e della gloria…
Ottima proposta di Sebastiano Aglieco; e bello l’ingresso della corazzata dantesca spinta da Fabrizio 🙂
Antonio
Antonio, credo che tu abbia fatto un bel complimento a Sebastiano:-)
un abbraccio
fabrizio
I versi del secondo Ulisse sono miei e sono inediti. E’ di Luzi la citazione. Grazie per questi commenti. Certo, dopo Dante è difficile scriverne con quell’altezza, ma è necessario scriverne perché il tema riguarda il novecento, profondamente. Mai secolo fu più legato ad Ulisse del novecento. Buon incontro a Roma!
Sebastiano
Siamo tutti Ulissi, cio’e’….cercatori…
Valle San Giovanni
http://vallesangiovnanni.com