NON MI RICORDO 1

Non ricordo quasi nulla e se provo a ricordare smetto subito. Se mi dicessero: ecco ti si consente di ricordare questa cosa o quest’altra non saprei quale scegliere. Se fosse realizzabile una cosa del genere, non userei questo potere al presente ma lo rivolgerei al passato. Ci sono dieci o venti, al massimo cinquanta, immagini in cui mi rivedo bambino (poi ve le dico) ed é là, é a quel bambino là che direi ecco, ció che stai per vivere, il respiro di questi istanti, le cose che guardi ora, tutto queste sono cose che assieme a un’altra cinquantina di cose non scorderai mai. Forse allora quel bambino avrebbe stretto i denti, avrebbe guardato ferocemente tutto, avrebbe sentito ferocemente odori e suoni e allora avrebbe riportato a galla cose che oggi non esistono. Poco importanti, ma più chiare. Una roccia (una delle immagini) in pendenza, una di quelle lastre che emergono dalle terrazze liguri, e io nel pomeriggio ulivato e tiepido di ottobre novembre, che scivolo giù lungo la lastra rocciosa e mia madre che mi rimprovera perché rovino i pantaloni. Jeans nuovi ricordo. Proprio nuovi no, altrimenti per andare in campagna non li avrei indossati. Accosto queste immagini al pomeriggio << domestico >> . La valle dove sono nato e cresciuto ha due fiancate, quella a levante é la domestica, quella a ponente é quella selvatica. Il pomeriggio é sempre meglio andare al domestico, é il fianco vissuto più a lungo dal sole. Ecco che possedendo questo genere di notizie io riesco sempre a conoscere della cinquantina di immagini dell’infanzia il tempo in cui sono avvenute. Al domestico ci andavamo il pomeriggio d’inverno perché si godeva di quel sole lungo, ma inverno prima di Natale perché le olive al domestico maturavano prima e a novembre dicembre si finiva di raccogliere e si cominciava al selvatico.

Restiamo al domestico. La mulattiera incideva la fiancata e rampava per almeno duecento metri, erano duecento gradoni insomma. La odiavo, a volte riuscivo a convincere mia madre e a metà si infilava un sentiero in pianello. Serviva a poco perché di lí a qualche centinaio di metri in pianello bisognava riprendere una salita. Non c’é strada in Liguria che ti avanzi una salita. Serviva solo a spezzare la salita. La campagna che avevamo al domestico si chiamava Ciazze. Dapprima erano 50 piante, poi ne comprammo altre 60 confinanti con le nostre. Erano piante di marito e moglie, due signori anziani. A mia madre quelle piante erano sempre piaciute, muretti bassi e intatti, piante che producevano, mentre il nostro terreno, era tutto pietraie e muri crollati. Mia madre aveva chiesto ai proprietari che se un giorno avessero deciso di vendere di farglielo sapere. I vecchi proprietari avevano risposto va bene. Io andavo da loro, mi fermavo sui confini. Guardavo quanto erano lunghe le terrazze e fin dove arrivavano. C’erano scogliere calde e piene di foglie di querce che il vento autunnale accampava. Mi sedevo e guardavo la valle, azzurra, nella luce. Mi prendeva malinconia. Forse anche ai vecchi.

Un anno, mi raccontó mia madre parlandomi di ricordi, marito e moglie raccolsero le olive e l’ultimo giorno fecero una cosa che non avevano mai fatto, vennero nella nostra proprietà. Dissero a mia madre che erano vecchi e che Ciazze era diventata troppo lontana per loro (vivevano in un altro paesino di costiera) cosí, dissero, se voleva la loro terra poteva comprarla. 

15 pensieri su “NON MI RICORDO 1

  1. paolocacciolati

    Bello. Le mulattiere che incidono le fiancate restituiscono inaspettati squarci di Liguria.

    Ciao
    paolo

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  2. fabry2007

    i ricordi, in effetti, sono quasi sempre in salita: devi fare uno sforzo iniziale, solo dopo si adagiano su un piano. ti avevo detto della scrittura trasparente e del duro esercizio per arrivarci. te lo ridico qui, magari lì te l’eri persa, Marino.

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  3. Carla

    non bisognerebbe mai smettere di ricordare, anche quando i ricordi sono carichi di quella nostalgia che affatica il cuore,
    custodiamoli dunque, e grazie per questi scorci di campagna ligure che emanano il sole.

    ciao
    carla

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  4. elena f

    i ricordi sono rughe, solchi, cicatrici che incidono a fondo la carne della memoria, come le tue mulattiere, come ogni sentiero, che si scava a mani nude per arrivare , ma chissà dove. per questo i visi dei vecchi sono belli. oggi però sono in pochi a sapere la bellezza.

    bello: guardare , sentire ferocemente tutto. credo sia un dono che ricevono in pochi. un dono prezioso e doloroso.

    grazie

    elena f

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  5. marino

    Grazie a tutti, amici. No, Fabrizio, non me l’ero perso. Continueró, spero, man mano che mi vengono e senza lavorarci troppo ( anche se vedo che un ulteriore editing avrebbe giovato ) convinto del fatto che il ritoccare maschererebbe invece aspetti di quel tipo di scrittura. Ci sono cose che riesci a dirle solo tra il sonno e mai più. Ho chiamato questa cosa Non mi ricordo, non Non ricordo, io ricordo tutto, sono io che non ricordo me stesso nei ricordi. Sono una cosa che manca ai paesaggi umani e minerali della mia memoria. Vi capita ?
    Buon fine settimana.

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  6. francesco sasso

    Gli ulivi: la mia zona (provincia di Bari) n’è piena.

    Mio padre, operaio metalmeccanico, possedeva un pezzo di terra roccioso con una sessantina di alberi. Abitavamo in città, quindi andavamo con comodo a raccoglierle, non all’alba, come costumanza contadina vuole, ma alle 8 di mattina. Nonostante ciò, da bambino odiavo la raccolta delle olive, poiché, spesso, faceva freddo o piovigginava o minacciava.
    Ricordo gli stivali di gomma appesantiti dalla terra bagnata sotto le suole. Ricordo che, essendo piccolo, dovevo, chino, raccogliere le olive che rimbalzavano come palline fuori della rete.

    Tra poco si avvicina il periodo della raccolta, ma il tempo è migliorato, non solamente la temperatura meteo.

    Prima usavano- e i vecchi contadini usano ancora- il rastrello, la scala di legno e la “manta” (rete per le olive). Per le “cime” si andava a mano. In altre zone, sempre nel barese, battevano con una pertica, come ho visto fare in Palestina.

    Adesso c’è lo scuotitore. La macchina imbraga il ramo e scuote, violenta l’albero, il tronco freme tutto e le olive cadono a pioggia sulla rete.

    Molto mejo, meno faticoso e più veloce (invece di mezz’ora, ci metti cinque minuti).Inoltre, oggi, le giornate sono meno fredde.

    f.s.

    f.s.

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  7. Luca Tassinari

    “non ricordo me stesso nei ricordi. Sono una cosa che manca ai paesaggi umani e minerali della mia memoria”. Forse non ti ricordi perché eri troppo impegnato a osservare cosa succedeva ‘là fuori’. Per gran fortuna del lettore, che oggi può godersi queste tue diapositive così nette e solari.

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  8. cf05103025

    Bellissimo, o Marino,
    tu hai la capacità reale di risuscitare i ricordi con tale forza e colore,
    che rimango sempre stupito.
    E questo è per il vivo bambino che è in te!

    L’anno scorso ho raccolto le olive mie, dal solo albero che ho ed ho piantato otto anni fa, qui in Monferrato, e le ho messe in salamoia alla ligure. Ne sono stato fierissimo, contentissimo.
    E’ il clima che è cambiato, e le olive maturano di nuovo qui, dopo secoli, o quasi.

    MarioB.

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  9. elena f

    @marino

    anche io non “mi” ricordo eppure il fatto stesso di ricordare tutto , come capita a te, e in modo vivo e presente, mi da la netta sensazione di essere quel ricordo che senza di me sarebbe smarrito nell’oblio del tempo. così è vero che non mi ricordo ma solo perchè io sono il ricordo.
    forse è questo che accade, ci trasformiamo col tempo in memoria vivente.

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  10. marino

    bello, grazie a tutti. Ho anche conosciuto le olive di Mario
    Bianco e di Francesco Sasso, buona settimana a tutti.

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