[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=TDUmK9leSmU&feature=related] da qui Bisognerebbe risolvere una volta per tutte la questione di Cosimo, anche perché le stanze d’ospedale si riempiono di personaggi e si rischia l’inflazione. Non potrebbe morire sull’asfalto, tra la folla assiepata nonostante gli inviti a fare spazio, a non sottrarre aria all’investito, a usare discrezione? La massa, per Cesare, ha sempre qualcosa di inumano: è pigra, passiva, assetata di emozioni, pronta a muoversi in branco per schivare la fatica del pensiero. Gode se assiste alla sofferenza altrui, lo insegna anche la storia: gli spettacoli dei gladiatori nell’arena, la corrida con gli opposti drammi – il toro abbattuto nel suo sangue, trafitto da banderillas colorate, o il torero a mani e bocca aperte nell’urlo di dolore per le spade d’osso che lo passano da parte a parte, come lo shofar nel giorno del giudizio. E’ il momento in cui Cesare apprezza lo scatto della bestia rivolta verso le tribune, il volo sulla staccionata e l’atterraggio sugli spettatori che retrocedono a ventaglio, come se una forza superiore li risucchiasse nel gorgo del terrore. Solo allora la membrana invisibile della pigrizia cede alla verità di un’esistenza compromessa, faccia a faccia col destino, dove non è più permesso considerare la morte un’attrazione originale, dove le corna insanguinate dell’animale inferocito sono il segno che la vita chiede il conto, costringe a misurarsi con se stessi, impedisce di trovare un delegato che soffra al posto nostro e guardi negli occhi il drago: no, stavolta tocca a noi. Cesare è convinto che al romanzo competa di orientare alla vita, che lo scrittore abbia il compito di ridare dignità, di trasformare il rospo nel principe azzurro delle favole. Forse è per questo che Cosimo non muore: per non promuovere l’ignavia di una folla in cerca di gladiatori e di toreri.

Stare faccia a faccia col destino: una bella sfida
Ciao!
Claudia
“Amerigo non muore: per non promuovere l’ignavia di una folla”
“È facile, nel mondo, vivere secondo l’opinione del mondo; è facile, in solitudine, vivere secondo noi stessi; ma l’uomo grande è colui che in mezzo alla folla conserva con perfetta serenità l’indipendenza della solitudine.”
Sepùlveda
Gli ignavi, coloro “che mai non fur vivi” perchè è necessario, anzi è vitale scegliere fra Bene e Male; e anche chi non vuole, chi è pigro, prima o poi è obbligato a fare una scelta, perchè arriva per tutti il momento in cui “la vita chiede il conto, costringe a misurarsi con se stessi, impedisce di trovare un delegato che soffra al posto nostro”.
« …Questo misero modo
tengon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
….
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ti curar di lor, ma guarda e passa”. »
(Dante Alighieri, Inferno III, 31-51)
Nel mezzo del camin di nostra vita
ci stava nell’impasto cosa scura
che sol l’idea di farci un solo tiro
ti si strizzava il retro di paura.
Ahi quanto dir cos’era è cosa dura
non sai la qualità né la misura
era erba selvaggia aspra e forte
che nel pensier rinova la paura.
Tant’era forte che poco di più è come morte
ma dopo che ho tirato che trovai?
Dirò tra l’altre cose che v’ho scorte:
giravan gli arabeschi a onde smorte
Io non so ben ridir come v’entrai
tant’ero pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai
e mai così più forte il disappunto
ma poi che fui un po’ folle giunto
la dove ti schizzavano le palle
pensavo che lo sballo si chetava
e invece si piegarono le spalle…
Ammazza che legnata
alfine giunto
che lingua era legata ed io
non ero più compunto
guardai in alto e vidi delle sfere
vestite già dei raggi del pianeta
allor fu la paura un poco cheta
la notte la passai piuttosto pieta
E fui come quei che
affranti e con lena affannata
usciti fuor dal pelago alla riva
si volgono a guardar
fumo che appesta l’aria
mentre li riportava alla deriva
Svuotato il camin di nostra vita
mi riprestai a riempirlo ancora
di un altro impasto che
smozzicai con dita
lo ripigiai all’interno
alla buon’ora…
(Dante Alighieri, Inferno e droga VI, i7-666)
vi ringrazio.
l’ignavia è sempre in agguato.
Cesare è convinto che al romanzo competa di orientare alla vita.
Non so, io credo che al romanzo spettino molte funzioni ma la vita non può essere catalogata per schemi e situazioni. Ci sono cose che per quanto ben descritte e rispecchianti la realtà non daranno mai l’intensità del momento vissuto.
La vita catalogata verrebbe massificata, no, la vita è qualcosa di più e non ha regole perchè ti sorprende ogni volta.
SM
“orientare alla vita” credo voglia solo significare suggerire una chiave di lettura, salvaguardando ogni libertà di scelta e, nel caso di Cesare, anche quella assurda di morire.
“Ohimè! O vita! Per queste domande sempre ricorrenti, per la folla infinita di infedeli, per le città piene di sciocchi, per il mio continuo rimproverarmi (poichè chi è più sciocco di me e più infedele?), per gli occhi invano assetati di luce, per gli oggetti perfidi, per la lotta sempre rinnovata, per gli scarsi risultati di tutti, per le sordide folle che vedo attorno a me avanzare con fatica, per gli anni inutili e vuoti di coloro che rimangono, con il resto di me avvinghiato, la domanda, Ohimè! Così triste, così ricorrente – cosa c’è di buono in tutto questo? Ohimè! O vita!
Che tu sei qui – che la vita esiste, e l’identità, che il potente spettacolo continua, e tu puoi contribuire con un verso.”
Walt Whitman
Concordo con Stella Maria. Vita e letteratura possono ispirarsi l’una l’altra ma sono due cose molto diverse.
(Personalmente preferisco i rospi ai principi azzurri :-)).
“Ci sono storie di ogni genere. […] Ne esistono prese dalla realtà e lavorate dall’ispirazione, mentre altre nascono da un istante di ispirazione e diventano realtà nell’essere narrate”.
Isabelle Allende – Eva Luna racconta
Cesare mette Amerigo fra la vita e la morte, ma si rende conto che è poco farlo sopravivere e non disprezzare il suo destino, pensando addirittura allo straordinario, a trasformarlo,
(da rospo a principe)una cosa che prima, poteva essere assolutamente impensabile.
Meravigliosamente la vita stessa provvederà a fornire sempre una soluzione inaspettata, superando ogni aspettativa.
“Buona fortuna Amerigo”
Un abbraccio.
grazie.
il romanzo ha bisogno di solidità, altrimenti si perde nel nulla dopo poco.
la solidità è vita, energia.
🙂 mi fanno sorridere le prime tre righe….
Pigri? oppure stanchi, di correre, correre, è l’era della velocità
Facciamo di tutto per raggiungere le nostre mete, per alcune delle quali siamo shiavi di schemi e modelli che ci costringono a mantenere un’immagine “degna della nostra società”. Siamo annoiati nella solita routine e quando incontriamo Amerigo sdraiato sull’asfalto, ci ritroviamo a guardare passivi, curiosi di sapere come andrà a finire! meno male, poteva succedere a me, povero Amerigo!
Mamma mia che egosimo…
Ma no! voglio pensare positivo. Per fortuna non esistono solo pigri, ci sono anche tanti angeli, pronti a intervenire e a tendere…le ali
e se poi gli angeli sorridono, c’è ancora speranza.
allora … doppio 🙂 🙂 !!!
un caro saluto