L’infernale Harold Bloom

Si può essere più o meno d’accordo con le “canonizzazioni” che Harold Bloom opera nel suo (ormai canonico) “Canone occidentale”. Personalmente ho sempre trovato ostica la sua interpretazione del Faust, ma ultimamente ho cominciato a ricredermi. Confesso: quando un critico interpreta un’opera interamente ed esclusivamente da un punto di vista sessuale, storco il naso. Credo e spero che il senso dell’esistenza degli esseri umani sulla terra vada oltre il puro e semplice “crescete e moltiplicatevi”. Un parametro interpretativo di questo genere varrà forse per Melissa P. Nel caso di Goethe non sarebbe il caso di andare un po’ più a fondo?
Per non parlare di cose sottaciute, e per non essere accusato di travisare il pensiero di Bloom, o addirittura di fare della pornografia, ne riporto un brano:

Il sublime cattivo gusto di Goethe riappare nel memorabile episodio delle Madri, dove la chiave data a Faust da Mefistofele è fin troppo evidentemente fallica… Quando Mefistofele dice a Faust che sarà circondato da strane forme, lo studioso intento alla cerca (cioè lo stesso Faust) si sente spronare a “brandire la tua chiave e tenerle a distanza”. Faust replica con entusiasmo: “La tengo stretta e sento nuova forza e coraggio”. La “grande impresa” della discesa mitica è palesemente una masturbazione, eroica nella sua durata e altamente poetica quanto a risultati: la visione dell’iniziale stupro di Elena da parte di Paride. Il geloso Faust, lui stesso pazzo di desiderio per la classica incantatrice, grida che la sua mano serra ancora la chiave, la punta verso Paride fino a toccarne il fantasma, e si impadronisce di Elena. Ha luogo un’esplosione orgasmica, Faust sviene e i fantasmi si dissolvono come vampiri.
Bloom insiste sull’argomento per tutta la sua dissertazione, tanto che, quando la lessi per la prima volta, ne rimasi un po’ stomacato e mi domandai se per caso la vera intenzione del critico non fosse stata quella di stroncare Goethe senza dirlo, e cioè di includerlo nel canone con una mano e levarlo con l’altra. Forse un filo di ostilità c’è davvero. Il Faust è troppo alto, enciclopedico e monumentale. Molti dei concetti che contiene non possono essere afferrati prima di aver accumulato l’esperienza di vita di un quarantenne (e altri, forse, non possono essere mai compresi nella loro interezza). Goethe impiegò sessant’anni a scriverlo e non c’è barba di critico che sia in grado di leggerlo, capirlo e spiegarlo, senza avergli dedicato una vita intera. È comprensibile che un Harold Bloom intento a comporre nientemeno che il canone della letteratura occidentale davanti al Faust si spazientisca.
Eppure, più ci penso e più mi convinco che l’infernale Harold, anche se non avesse “capito tutto”, ha centrato un punto fondamentale. Nei brevi momenti in cui smette di fare l’analista e torna a fare il critico, Bloom dà la cifra del poema con due concetti: grottesco e parodia. È vero: il Faust butta tutto in parodia (fin dai primi versi, quando il protagonista si lamenta di avere speso la vita a studiare filosofia e scienze occulte per concludere che ne sa come prima) e lo fa, soprattutto nella seconda parte, rivelando il lato grottesco del mito (classico e cristiano). Ma a quale scopo?
Bloom tende a presentare Goethe come un superintellettuale che tutto conosce e tutto giudica con uno sguardo olimpico, ma anche un po’ sulfureo. Per lui, Goethe è il punto finale di un’era letteraria (che definisce “età aristocratica”) destinata alla liquidazione attraverso un programmato stravolgimento delle sue forme e dei suoi miti. Chissà se Goethe si sarebbe riconosciuto in questo ritrattino. Immagino che non gli sarebbe dispiaciuto, ma credo che avrebbe rivendicato anche qualcos’altro.
Proviamo a collegare i concetti: parodia, grottesco, masturbazione. In fin dei conti, non è assurdo che Goethe abbia concepito l’anelito di Faust come un sogno onanistico, così come non è strano che per dargli forma letteraria sia ricorso al grottesco e alla parodia. Ma se il viaggio ultraterreno di Faust è la metafora di una masturbazione, è legittimo domandarsi: e la masturbazione di che cosa è metafora?
Forse l’infernale Bloom ha fatto la pentola e ha dimenticato il coperchio: Goethe ha scritto una grottesca parodia, è vero, ma non si è limitato a parodiare i miti classici e cristiani. È andato più in là: ha parodiato la stessa creazione artistica, l’ha smascherata come il sogno autoerotico di chi va in cerca del kantiano “sentimento del sublime” dipingendo una tela, scolpendo il marmo, imbrattando carte.
È vero: Faust è “tedioso, solenne e astratto”, è un personaggio “incapace di elementari reazioni d’ogni sorta”. Sono parole di Harold Bloom, credo, ampiamente condivisibili, che però, a mio parere, non dovrebbero suonare necessariamente critiche. In Faust c’è la sofferenza di chi gode nel creare e soffre nel sentire che la sua creatura è imprigionata in se stessa (la storia di Homunculus sarebbe da rileggere in questa chiave, più che in chiave onanistica come fa Bloom). Per questo l’artista non può accontentarsi di creare: ha bisogno di condividere la sua opera con un pubblico, di sentirla apprezzata, desiderata, amata, nella speranza di passare dall’autoerotismo al coito – e magari all’ammucchiata – per sentirsi corrisposto, per riscaldarsi nell’amore universale, nel sogno paradisiaco dell’ultimo verso del Faust: Das Ewig-Weiblich trägt uns hinan.

5 pensieri su “L’infernale Harold Bloom

  1. luminamenti

    Ferrazzi scrive, anzi motiva in questo modo: “Molti dei concetti che contiene non possono essere afferrati prima di aver accumulato l’esperienza di vita di un quarantenne (e altri, forse, non possono essere mai compresi nella loro interezza). Goethe impiegò sessant’anni a scriverlo e non c’è barba di critico che sia in grado di leggerlo, capirlo e spiegarlo, senza avergli dedicato una vita intera. È comprensibile che un Harold Bloom intento a comporre nientemeno che il canone della letteratura occidentale davanti al Faust si spazientisca”.

    Chiunque abbia avuto la fortuna di seguire un corso di lezioni con il professor Bloom si accorge subito di quanto la verità sia lontano da tale motivazione tanto fantasiosa. Che altro dire?

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  2. luminamenti

    Mi sono anche accorto che a me non sembra che Bloom dica quello che gli fai dire (il testo che possiedo è l’edizione del 1996 e e va da pagina 184 a pagina 212). Come mi sono accorto che la tua tesi motivazionale non può certo definirsi esercizio critico. Che importanza ha se la tua tesi è in appoggio o no a quanto dice Bloom? Ciò che può importare, ai miei occhi, è se quello che scrivi ha delle ragioni evidenti che rendono credibile certe affermazioni.

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  3. luminamenti

    Aggiungo. Se la tua tesi è in appoggio o no a Bloom, si potrebbe poi capirlo parlando con lui. Non ne ho la più pallida idea. Io da quella lettura ne ricavai un senso che mai mi avrebbe fatto pensare quello che nei hai scritto tu. Ben vengono però letture diverse. L’unica cosa che è fuori dall’interpretazione e dal senso è quella spiegazione motivazionale. Se non ho capito male, ovviamente. Credi davvero non ci sia barba di critico he sia in grado di leggerlo, capirlo e spiegarlo, senza avergli dedicato una vita intera? Ecco, credo ti sbagli e nello specifico su Bloom ( e non c’è solo lui capace).

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