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da qui
Vorresti fermarti: più i ricordi si accavallano e si stipano nelle pagine del libro, più ti accorgi di quello che è mancato, dell’amore che hai sentito venir meno, giorno dopo giorno, e ti ha spinto a cercare appagamenti miserabili, avventure umilianti con le immagini di carta, l’uso del corpo come un’arma per trionfare sul disagio che covavi dentro e ti faceva arrossire se apparivi in primo piano. Più il tempo passava, più la condiscendenza si mutava in rabbia: diventava insopportabile mangiare insieme, bastava un nulla, un gesto, una parola, per indurre alla rivolta, come la sera che dicesti basta, me ne vado; prendesti il giubbotto e uscisti nel buio della piazzetta, nel mare umido di via Nicostene e poi di via Macchia Saponara, fino a via Prassilla, nella chiesa dove il prete che non t’era mai piaciuto – questo passava il convento fino allora – lasciò cadere un consiglio come un altro, per cui tornasti indietro con i pugni in tasca e il bavero alzato; la tua vita sarebbe diventata una lotta col destino: aveva la faccia del cugino-zio, qualche anno prima, ma adesso si specchiava in chi voleva ignorare il dolore che cresceva, costringendoti a fingere che tutto andasse bene, che tanto avevi un mare di ragazze che facevano la fila alla tua porta; ma tu stringevi i pugni, alzavi il bavero; avresti barattato il mondo intero per una sola carezza di tuo padre, una parola di stima di tua madre; temevano che t’insuperbissi, che salissi sull’ambone col soprabito attillato, davanti alle signore che guardavano ammirate e fra Serafino che assegnava pacche e pacche sulle spalle e confidava – a tutti -: ecco, quello l’ho tirato su da quando non era capace di parlare; e tua madre sembrava la padrona, nella chiesa semioscura, che in fondo preferivi all’astronave in cima allo scalone, dove un Dio troppo lontano non leniva la tua angoscia; stringevi i pugni e urlavi a mamma che non la sopportavi, non volevi più vederla, e lei piangeva, di nascosto, mentre fulminavi l’ennesima ragazza con lo sguardo azzurro e il ricciolo ribelle e ti chiedevi se da questo labirinto ci sarebbe stata, un giorno o l’altro, una qualsiasi via d’uscita.

“Quel che conta veramente è non rinunciare mai
Perché forse c’è soltando a un passo
Una via d’uscita…
Se ci crederai, troverai il coraggio che non c’è
Per tutti quelli che non l’hanno più
Per chi l’ha perso e lo sta cercando
Per chi sta male come stavi tu
Ma che ancora spera…
Una via d’uscita…
Una strada che non si perda nel dolore
Non lasciati andare cerca dentro te
Quella via d’uscita,
il domani che
Tu ritroverai dentro
quel coraggio che ora c’è…”
http://www.youtube.com/watch?v=BpviEQktzL0&feature=youtube_gdata_player
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Una via d’uscita c’è sempre,e la trovi quando meno te l’ aspetti ,quando pensi di aver perso ogni speranza ,ecco che alla fine trovi qualcuno che ti tende la mano e che ti tira fuori dal tunnel nel quale senza volere ti sei ritrovato.
Il fondale spesso diventa un abisso inesplorabile, si riempie di cose inutili accumulate nel corso della vita, si satura di usi e forme abusati da schemi integerrimi da cui a volte non se ne esce, si fatica molto a cercare lo spazio necessario per respirare, ad apprezzarne la fauna che si confonde e si nasconde dietro relitti di emozioni soffocate, macigni che solo l’azione costante della marea riesce a rimuovere fino a stanare quella meraviglia per cui si è scelto di scendere in immersione.
Forse per riuscire a non vivere vite prefabbricate, dovremmo procedere non per accumulazione ma per sottrazione. Fare il vuoto di abitudini e schemi mentali coltivati in serra e in serie, per far entrare il mondo così com’è, nel bene e nel male. Consumare la vita e non farci consumare dalla vita, che se non ci trova passa oltre.
La vita è sempre una lotta con il destino,soprattutto se il destino da seguire è il tuo!
“e ti chiedevi se da questo labirinto ci sarebbe stata, un giorno o l’altro, una qualsiasi via d’uscita.”
Il crescendo di un’angoscia, di una situazione interiore diventata insostenibile.
Il miracolo sta nel fatto che la soluzione non è stata quella di intraprendere una via d’uscita qualsiasi.
La scelta non poteva essere diversa da quella che è stata perchè il cuore l’aveva preparata da tempo.
grazie!
come sempre leggete dentro.
leggete bene.
..’’l’ennesima’’
Ma è uno l’incontro che ti apre una via: quello con l’Amore.
Spesso non c’è come l’esperienza dell’aver percorso tante strade, tante vie, tanti vicoli ciechi per comprenderlo.
Ribellione di giovani? mi sembra normale,naturale,mi sembra che tutti abbiamo passato. E poi….?
grazie!
verissimo, la chiave è sempre l’incontro, gli incontri.
Un po’ c’entra l’educazione, tanto che ti sei spesso chiesto se non fosse un errore da parte di mamma e papa’ averti allevato nel culto dell’essere miti, onde evitare che su di te la superbia potesse mai avere la meglio.
Questo pero’ non ha nulla a che fare col tormento che avevi in quegli anni e assolutamente nessuno avrebbe potuto lenire, neppure di carezze un mare.
Quella cosa che sentivi dentro arrivava da ben piu’ lontano, un luogo ove da quel momento scegliesti di andare “coi pugni in tasca e il bavero alzato”.
(……)
Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a te.
Noi un Nulla
fummo, siamo, resteremo fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.
Con
lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.
Da Psalm, di Paul Celan
“lasciò cadere un consiglio come un’altro”
Purtroppo a molti di noi è accaduto di cercare una parola di sollievo nei momenti tristi della vita, non sempre arrivano da chi trovi sul tuo cammino.
Basterebbe fermarsi un momento e guardarsi dentro senza paura:anche questo è un consiglio come un altro.
Una carezza è il gesto che serve all’anima per tornare a volare!
Ernestina.
grazie!
sì, una carezza che arriva da lontano.