L’articolo qui di seguito lo avevo scritto nel 2014, all’indomani dell’uccisione dell’afroamericano Eric Garner da parte della polizia di New York. Sono passati quasi due anni e in Italia come negli Stati Uniti (e ovunque nel mondo occidentale) il diritto alla vita di chi ha il colore della pelle diverso dal nostro continua a non essere riconosciuto.
Mi permetto allora di ripostare le parole di ieri, nella speranza, auspicata già a suo tempo alla fine di questo articolo – e purtroppo contraddetta dai fatti – di non doverlo fare ancora una volta domani.
Viviamo in un mondo in lotta tra diritti e soprusi, povertà crescente e ricchezza sempre più concentrata nelle mani di pochi. Viviamo in una società basata sempre più sui conflitti, di razza, di genere, di religione e non ultimo, appunto, di ricchezza, che poi è divenuta l’attuale scala di valori su cui giudicare gli altri, dopo la scomparsa di quel concetto di ‘classe’ che tanto a lungo aveva caratterizzato il secolo scorso.
Dagli Stati Uniti, nazione che fino a non molti anni fa veniva indicata come luogo simbolo delle lotte per i diritti civili, e che all’indomani dell’elezione di Barack Obama sembrava aver definitivamente superato i fantasmi della discriminazione razziale, arrivano ogni giorno storie di violenze e ingiustizie operate dalle forze dell’ordine nei confronti di persone di colore. In Italia più che il colore sembrano contare (come spesso accade dalle nostre parti) le conoscenze. E così, per un’escort appena maggiorenne che fa la vita della milionaria tra il Messico e Dubai, ci sono i vari Giuseppe Uva, i Federico Aldovardi, gli Stefano Cucchi, entrati Continua a leggere

