Elogio dell’ombra

di Sebastiano Aglieco

Mi sussurrava un poeta di una certa età nel corso della presentazione di un libro:-… ho rinunciato persino alle recensioni…tutto questo lottare non lo sopporto … ci azzuffiamo solo perché la nostra ombra sia più lunga. – Così egli parlava dell’ombra come di una zona scura, un avanzare della sera. Un presagio della morte della parola, quindi; ricevere in cambio il narciso piuttosto che l’alloro.

Vorrei parlare dell’ombra come del luogo in cui le cose si formano; ma anche del luogo in cui le cose, le parole, decidono di abitare per ritegno, in onore alla sottrazione. Perché, che cosa sono le parole se non le cose nominate? E che cosa sono le cose se non la resurrezione perché qualcuno le ha nominate? Conosco poeti veramente appartati, i quali evidentemente hanno imparato molto presto il senso della vacuità e della vanità. Ma l’ombra non è un limbo, il regno del non essere; è piuttosto uno stato di attenzione –  si vede di più di quanto non si veda nella luce – . Lo Stalker di Tarkoski deve attraversare questa zona indistinta in cui il tempo vacilla prima di tornare al mondo. L’ombra è vicinanza, è sguardo prossimo e benevolo – credo debba essere la parte necessaria di ogni poesia. Del suo senso, ma anche del suo non-esserci. Una poesia che si espone alla piena luce è condannata a bruciarsi. Non parlo di un nascondersi – per quello c’è il buio – parlo della volontà di una certa rinuncia, di un “non esserci a tutti i costi”; di un “riconoscere di non trovare sempre le parole giuste”. Può la poesia alimentarsi anche di una certa ignoranza delle parole?

Lo credo fermamente. Questa ignoranza è il balbettamento –  che è, a sua volta, attesa del benevolo mostrarsi. Si può balbettare solo nell’ombra, altrimenti si viene derisi. E quando si compie il passaggio necessario del mostrarsi, del venire avanti, al poeta non spetta più il giudizio; al poeta è dato solo il tempo del morire un poco. Ogni poeta, è vero, conosce una solitudine tutta particolare che gli deriva dalla convinzione di avere creato qualcosa di assoluto; assoluto per sé, prima che per gli altri, quindi autenticamente tragico; esposto, nudo. E’ questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a  chiedere il pegno dell’attenzione. Prima del rientrare, prima dell’esporsi nuovamente all’ombra, questa attenzione da parte degli altri è dovuta.

La poesia è un coltello puntato dalla parte del manico. In questo modo chiediamo agli altri una ferita. Una ferita inflitta a noi, alla carne delle nostre parole;  creazione che chiede di essere ricreata, usata – nel senso delle lacrime e del sangue, e del sorriso che trasforma. L’atto di un poeta di scrivere un libro è ripetitivo e conclusivo nello stesso tempo. Questo gesto eccessivo, abnorme, che non serve a niente e a nessuno, ha bisogno, paradossalmente, di uno sguardo. Non credo ad alcuna funzione sociale della poesia – nei termini in cui è condiviso oggi il significato della parola “sociale” – la lettura di un libro è operazione a tu per tu. Oggi la poesia ha bisogno più che mai di attenzione proprio perché  il libro realizza l’avvicinarsi di due solitudini; incontro insostenibile. Piuttosto il lettore ha bisogno di strumenti per educare la compenetrazione e il distacco. Rimane la ferita.

Dopo c’è un ritiro; un’educazione o una resa. La poesia deve assolvere il mondo nella ferita di ogni singolo uomo, altrimenti il discorso riguarda la sociologia, questa volta sì. Unica alternativa: che la poesia si faccia corale. Ma allora essa esigerebbe un coro capace di cantare, di esporsi tutto, in grado di attraversare col vessillo della specie. Ma non mi sembra questa, una possibilità dei nostri tempi.

13 pensieri su “Elogio dell’ombra

  1. paola

    ogni cosa aveva un’ombra di colore diverso
    e gli uomini erano tutti neri.
    avevano gli occhi la bocca il naso,
    le gambe, le braccia, la pancia, tutti neri.
    di pece anche i vestiti che non si distinguevano
    dalla pelle.
    e così gli alberi erano neri, le case, le chiese.
    tutto quello che sbucava fuori dalla terra
    e poteva fare un’ombra colorata, era nero.
    dall’alto questo paese stava tutto invertito
    sotto la luce.
    persino la montagna s’era accaparrata un’enorme ombra
    verde pallido e ci ricopriva più di metà della valle.

    un pezzo molto bello, il tuo, Sebastiano.

    un pensiero:

    tu scrivi

    “La poesia deve assolvere il mondo nella ferita di ogni singolo uomo”

    per me la poesia è sempre contumace rispetto all’assoluzione.
    non può assolvere niente se non mettere in relazione i singoli dolori delle nostre imperfette aderenze a quella che generosamente chiamiamo “realtà”
    per me, il dolore può solo essere solo assalito, masticato, digerito ma mai assolto: l’assoluzione comporta una dimenticanza didattica, teorica .. una mazza perdita di coscienza, più o meno-
    bisogna fare sempre i conti con la carne e le radiazioni che essa assorbe.

    un saluto
    paola

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  2. sebastianoaglieco

    Parlo di “assoluzione” nei termini di un progetto, di una utopia che si pone al di là, compiendo quello che compie lo Stalker, e cioè ritornare al mondo, nel battesimo della dimenticanza. In fondo tutta la storia dell’umanità, nella sua costruzione simbolica, è permeata di questi simboli di superamento, di assoluzione. Il valore non è nei termini di un medicamento, di una guarigione, ma di un “aprire gli occhi” “Tu lo vuoi”, dice Gesù. Paolo accecato sulla via di Damasco è altro, ma il passato non perduto né ancora redento. Il passato è la durata della sua missione per medicare o estinguere una colpa
    Sebastiano

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  3. fabry2007

    fa riflettere, Sebastiano. un sasso nello stagno di inveterate abitudini e di tristi costumi.
    fabrizio

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  4. Alivento

    Avrei voluto commentare i tuoi post sul blog di libero ascoltandolaneve, però occorre fare un login, allora approfitto qui, di questo nuovo splendido pezzo per dirti che questo, e gli altri tutti che hai scritto sul tuo blog hanno suscitato il mio interesse e la mia ammirazione.

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  5. Antonio Fiori

    Rimane la ferita. Verissimo. Rimanere nella ferita, ritornare alla ferita che l’origina, in continuo sopralluogo. Certamente tutto questo è la poesia. Forma di terapia, per l’autore ed il lettore. Ma d’esito incerto, sempre una scommessa. Grazie Sebastiano per questa tua meditazione.

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  6. carla

    è questo atto inaudito della creazione che ci autorizza a chiedere il pegno dell’attenzione.

    come sono vere queste parole….

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