Adriano Padua
(Ragusa, 1978)
*
“poesia è fare spiragli, produrre crepe,
segnare filiture dentro
il sipario, dentro la Parete
Sbarrata”
(Emilio Villa)
*
Siamo di fronte a una scrittura poetica che fa della “necessità” – che si esprime in una urgenza quasi fisica, archetipica della parola, nonostante le tematiche la precipitino in una contemporaneità dolente e notturna – e della “consapevolezza critica”, tanto delle ragioni teoriche quanto delle opzioni stilistiche da cui muove e alle quali approda, la cifra più riconoscibile dell’orizzonte di ricerca in cui concretamente opera. Adriano Padua è uno dei pochi autori che, consapevolmente, per predisposizione naturale e vicinanza di intenzione e di voce (come è possibile rilevare, ad esempio, in tante sequenze segniche di “Meccaniche”), va inoltrandosi con sempre più salda convinzione, con estremo rigore, nei territori di una parola che si cerca, e si osserva, nei suoi tentativi di ridefinirsi e rimembrarsi in altre forme, come un respiro che si ricompone mentre tenta di risalire e di emergere dal fondo della maceria, seguendo in questo tragitto la luce delle intuizioni più profonde e durature che si possono ricavare dall’attraversamento dell’opera di autori come Emilio Villa e Corrado Costa. Il che non significa riprenderne temi, atteggiamenti, soluzioni – tutte risorse praticamente impossibili da utilizzare nella veste in cui storicamente si danno –, ma viaggiare in solitario, senza temere l’ombra e la marginalità spesso destinate a chi si inoltra per sentieri poco battuti, con lo sguardo armato di stupore, da una parte, e rigore concettuale dall’altra. Tra stupore e rigore si apre una terra di nessuno che egli sa abbracciare in un solo sguardo, come in una visione che declina ogni differenza in un unicum sonoro e semantico nuovo, aperto alla contraddizione e alla moltiplicazione del senso, proprio nel momento in cui ne esalta la radicale e pregnante individualità sul piano delle immagini: un filo teso tra il magma lavico, informe, di ciò che non è ancora – e che si esprime, sottilmente, come tensione alla ricerca della struttura e del fondamento originari – e la frana di un universo imploso nella sua presunzione, tutta moderna, di ridurre il caos primigenio a ordine meccanico, controllabile, eterodiretto. Inconsciamente, credo, il poeta si pone nell’ottica dell’antico “nomotètes”, di chi stabilisce regole attraverso le quali definire i sensi futuri di un universo possibile. Il “facitore di norme”, in questo caso, agisce paradossalmente fuori e contro ogni norma, perché la sua non è la proposizione di un “kosmos” contrapposto all’informe, ma unicamente un lavoro di percorrenza e scavo che ha come ritmo il respiro affannato delle cose nel loro ultimo trascolorare e il soffio albeggiante di un mondo a venire, intravisto negli specchi della prima pronuncia, di un alfabeto che, nominando, ricrea labbra e voce. Il lavoro di scavo, inoltre, destruttura le forme date dalla tradizione non dall’interno (si tratterebbe, in questo caso, di crearne delle nuove, a loro volta immediatamente aggredibili dalla “storicità” del disfacimento), ma le guarda nel loro “inevitabile” dileguare, cercando di raccogliere qualcuna delle parvenze possibili che assumono in questo moto incessante che, nella metamorfosi, le accompagna, le precede e le segue. Il lavoro sulle forme e sui generi, che pure è possibile ricostruire nella sua tramatura in controluce (sul sonetto “interrato” in tanti testi, ad esempio, o su costruzioni strofiche quanto mai aperte e originalmente sghembe e dissonanti) mi sembra esemplare in questo senso, così come quello teso ad enucleare tutte le potenzialità, non solo metriche, di un endecasillabo liberato dalla sua tradizionale propensione a rinchiudere e a ridurre l’universo a frammento, osservabile e decodificabile sempre. Questa poetica, in definitiva, rovescia anche l’ottica “naturale” del suo stesso farsi: non è orientata verso un punto preciso della mappa del dire, non parte da nessun a priori logico o assunto di poetica che sia, in base ai quali ricondurre il mondo a una serie di coordinate pre-stabilite, ma si costruisce nella cangiante, erratica dimensione dello spazio stesso che crea: il luogo esatto dove la pupilla assiste alla sua metamorfosi: un interminabile, irrequieto parto di voci. Così il meccanismo che stritola e riduce a rituale ciò che è pura libertà, ciò che è ascolto delle voci del mondo pur nel vortice che le sommerge e le disperde, viene disinnescato, disincrostato e reso inerte da una poesia che si fa canto del presentito, di un possibile altro dove il reale rovescia nel giorno la sostanziale visionaria utopica oltranza che lo pervade nel profondo.
*
Da: MECCANICHE
(2005-2006)
tra limite e limite come spezzati
di corpi e materia pieni
e d’insoluti suoni
stanno immodificabili gli spazi
nel disunirci e in masse d’aria arida
contaminate e dense
dispositivi le parole muovono
meccaniche d’enigmi coincidenti
del mondo rilevando solo il metodo
preciso della morte
(Monitor)
l’accento cade a vuoto sulle decime
cercando in bocca i decibel del suono
che vanno dissolvendosi e nel cedere
ritornano la cenere che erano
dentro il silenzio nostro che pietrifica
croste d’inchiostro in trame di catrame
forme del buio e vene che ne tremano
ombre che notte inghiotte nello stomaco
*
non sono tra di noi
i dialoghi che tace questa notte
in loro si dileguano parole
incerte ed interrotte
il flusso del buio si fissa e rinserra le trame
di nera materia che genera e intorno diffonde
per strati di ombre e le strade riveste e nasconde
negli occhi gli sguardi respinge la vista confonde
affonda nel sonno varcandolo oltre
penetra il gelo dei cerchi del cielo
ricrea pulsando nei corpi nel sangue
il suono delle nostre lingue morte
in queste ore brivide e scurastre
che scorrono nei tubi sottoterra
*
l’aria alle prese con il non possibile
frammista a sabbia e polvere da sparo
affievolisce il canto delle fiamme
covando luce e cenere nei fuochi
mentre le ombre agitano i muri
e avanza il buio a branchi di paure
il corso di ogni cosa tende al tempo
verso la fine senza alcuna origine
nella voragine dove il silenzio
accumula il non detto e lo dimentica
la contraerea chiama la preghiera
s’impregna il cielo di fosforescenza
nei sogni elettrici nei versi dispari
le partiture d’odio si declinano
*
non una storia non un sogno questo silenzio semina
soffio e non luce frequenza che il buio subisce e leviga
trama di termine in blocchi sospesi e rintocchi
nuova abitudine e vista del verso per retro d’immagine
dentro la gabbia dei globi oculari che occlude i colori
laddove la lima per mano rimane e poi s’agita e preme
profonda come in sangue rigirandosi a spaccare i capillari
dal piano remoto in cui sorgono scisse e concrete
le parti e le pause sospese che fanno discorso
protesa a procedere oltre al contagio all’ascesa
nel farsi saliva del suono che in bocca stentato s’accenna
ai moduli d’aria teatro non gesto del dire
che espresso nei segni e nei codici in vertice emerge
e per spazi traversi oltre i vincoli al alba s’inscena
(Scansione meccanica della notte)
*
notte costretta in morsa di tenaglia
ferita a luce da coltelli stelle
colante di bagliore al riluttare
degli echi soffocati di calante
luna che crepa in quarti come musica
e creola s’assorbe di silenzio
parte di sé negando agli spartiti
composti nel violarsi delle orbite
di rime nella mescola rimaste
intrise d’italiano tecnologico
a contestare al testo norma e forma
sincronizzate in loop al rituale
ripetersi narcotico dei suoni
che stona tramortite percussioni
nel riportare i versi fuori secolo
a tramutati metri e lingue e traumi
*
non dirmi una parola anzi ansima
come a negare ogni rimanenza
che senza alcun motivo sia possibile
della verbalità che ci distingue
spugna che impregna sé di senso e d’acido
che stringe ai denti morsi e suoni in forse
e stinge nel carnoso della lingua
del suo colore opaco caricando
in controsenso musica e dolore
quest’aria che trasporta nel rumore
un sibilo un sussurro un altro nome
riflusso d’una voce che riflette
trasbordi d’odio già fraintesi a monte
nel giorno che senz’ora e senza luce
frantuma negli schermi d’ogni dove
i corpi aerei e indeteriorabili
dalla stabilità del mutamento
in anima traditi a fondanotte
*
parole contro norma ed armonia
espresse senza forma né spessore
anomale colando come siero
dagli esiti esitanti del pensiero
disgregano nel magma del semantico
al culmine della tensione intensa
di suoni e segno a dilatarsi in verso
ed oltre le normali variazioni
cromatiche del giorno e della notte
nei luoghi marginali all’universo
teatri del silenzio e della luce
che s’infinisce cieca ed imminente
il mondo si dissolve in processioni
di astri in morte verso l’occidente
(Radiazioni)
è falsa la gloria degli uomini in questo
mattino che ancora tra i raggi una traccia
un suono del buio nel giorno a venire si porta
insieme a parole racchiuse figure
prive di centro nel piano formarsi e sfuocare
per estranee cadenze per lievi dismisure
del transito inscritto nei solchi stridenti d’attrito
nel battito attutito che emerge e tergiversa
dei propri movimenti replicando il vuoto sorgere
per farne nuovo argine muro che s’erge
squarcio e lama tra la coscienza e il potere
segno e limite tra il vento e le bandiere
la morte porta consiglio dalle fosse
odora di bruciato la nostra pace
ed oltre i riflessi distanti dell’alta marea
condensano le ombre nel farsi frase
*
ascoltala l’alba che al battito si sincronizza ed aprendo la bocca non dire
respira e risputa i residui di scura materia nel loro sparire
dirada la schiuma addensata di cui sembra fatta oltre il piano del video
la notte compressa che come una scheggia di ghiaccio s’annida schiacciata
nel nitido bianco degli occhi e dirotta lo sguardo tra il vuoto e le lettere
elettriche e prive del suono concreto ed intenso che possono emettere
coprendo il rumore dei segni lasciati nell’aria e tracciati dal testo
nel corpo masticando dell’ambiente e nel mio sonno buio pesto
ed autonomamente dal presente dalla storia e dal contesto
del fuoco deve esplodere e risplendere tra poco il replicarsi in ogni sole
ascoltale non sono le parole
non è la voce o il gesto
la luce in cui consiste tutto questo
Da: LE PAROLE CADUTE
(segnali di cose a venire)
0.
io ti scrivo storie nuove e false
trovo parole
altrove
che intasano la notte
e vorrei farne carne
nei segni senza peso
senza magìa
non c’è un’immagine
non c’è poesia
sono soltanto
mani che si muovono
manìa
parte di questa
ancora vacillante realtà
è data dalla somma
dei nostri due silenzi
che si alternano
2.
rimango in ascolto
del tuo puro dirompere
che è qualcosa di cui
mi riempio
scrivo solo a evitare la notte
trattenendo il respiro
e non sono sott’acqua
le due lune
sono in lacrime entrambe
le parole che spari
dolcemente
si consumano
e consistono in altro
4.
testimonia
il macello verbale
di creature esistenti
della loro banale
inconsapevolezza
degli errori normali
che fanno
le parole
della preda feroce
risuonano forti
adesso
provocando
la ferita da cauterizzare
la sua voce va a segno
fendente
questo canto
è il romanzo da fare
presentare alla gente
7.
sono limitato ad ogni sogno
da gerarchie ed obblighi
sociali e di lavoro
sto a quest’ora assurda
senza dormire
il mio
amico inesistente mi ha convinto
e devo organizzare in poco tempo
una cometa
da recitare al pubblico
con dedica
9.
sei tutto
le prime ottanta cellule felici
le foglie che si bruciano
la virgola mancante
dal testo in cui tracciamo traiettorie
sei pulpito silente
nei vuoti d’aria della realtà
in queste vaghe attese
bellezza a doppio taglio tra le rime
che è lama e si sostiene nonostante
tutto accadendo più improvvisamente
mi sembra consacrarsi
ti ascolto
ripetere che non si può curare
il male che ci spetta
10.
usare la prima persona
a volte fa male
e l’effetto
traspare
esiste un mare di fare
di fuori
un innesto
che ci tocca comprendere
nel medesimo gesto
presto avremo possesso
di un bordello di gioia
molto fragile
12.
dando senso al pensiero
l’infezione contagia per bocca
è viva nei corpi
altrove
la notte ha come una
ipnotica armonia
il cielo è resistente
stabile e superiore
è fatto di grafite e di paura
stropicciata e sporcata di luce
riecheggia la sua superficie
18.
immobili al cospetto
di astri ininfluenti e rime facili
rimangono
i libri in equilibrio
la morte recitandoci
non rende bene i crolli
dello stabilimento che abitiamo
l’involucro di pelle
guardando fisso il sole
è troppa
la luce che ti acceca


2.
rimango in ascolto
del tuo puro dirompere
che è qualcosa di cui
mi riempio
scrivo solo a evitare la notte
trattenendo il respiro
e non sono sott’acqua
le due lune
sono in lacrime entrambe
le parole che spari
dolcemente
si consumano
e consistono in altro
Chi mi conosce già sa, di come di un poeta mi restino le parole sussurrate appena.
Se colgo quelle non scritte tra una riga e l’altra è fatta.
Prendo dai ritmi altrui frammenti di immagini, le rendo diapositive di un sentire.
Ultimamente incontro quella che potrei definire ” la nuova poetica”. Poesia lontana dai miei anni, giovane, fresca, chiara, se ermetica troppo acerba che diventa Noia.
Qui Adriano Padua di Noia non ne dona di sicuro.
Sveglio, un poeta sveglio e ben disponibile alla pena che i passi quotidiani portano ad incontrare.
…presto avremo possesso
di un bordello di gioia
molto fragile…
Sono i fatti che portano il poeta verso una perfezione interiore totale.
Necessita di toccare fondi per una recondita necessità di sapere, nella bellezza degl’anni la sua maturità espressa con la semplicità dei Grandi.
Ultimo questa mia, come ennesima lettera, portata dal sentirmi di un altro tempo che compiaciuta guarda il nuovo.
Già scrissi che siamo in un epoca arida…laggiù, laggiù, si fermeranno laggiù, i passi scalzi dei pensieri…ben venga un poeta che riesce ad entusiasmare la donna che mi soggiorna.
Ottimo come sempre il lavoro di “mappatura” e analisti di Francesco!Buon lavoro e complimenti.
Un caro saluto
grazie francesco, sono stupito da cotanta lettura. rileggerò più volte con calma, poi stampo e metto il tutto in cornice. anche le parole di paola castagna mi colpiscono e mi gratificano. quando non si pubblicano libri (come nel mio caso) questi regali sono occasioni importanti per essere letti, un grazie a chiunque lo farà o lo ha fatto. saluti. a dopo
“un filo teso tra il magma lavico, informe, di ciò che non è ancora – e che si esprime, sottilmente, come tensione alla ricerca della struttura e del fondamento originari – e la frana di un universo imploso nella sua presunzione, tutta moderna, di ridurre il caos primigenio a ordine meccanico, controllabile, eterodiretto”.
Francesco ha il dono di restituirci l’essenza di una poesia, la sua vocazione, starei per dire. anche qui ha colto magistralmente, mi pare, la struttura portante del discorso poetico di Adriano. un grazie a entrambi, per il prezioso regalo.
fabrizio
Mi è arrivato poc’anzi un sms che diceva: “Con una recensione Francesco potrebbe vendere un frigorifero agli Eschimesi!”. 🙂
era di Adriano Padua.
dovete togliervi questo viziaccio di riferire le conversazioni private in rete! siete dei web-maleducati!
🙂
fabrizio io lo dico sempre, per me il dono non è la poesia, ma la lettura. grazie dunque a francesco e a tutti voi
a me sono parsi davvero felici i testi numerati sotto il titolo “parole di cose a venire”. qui leggiamo un poeta sincero, che con completa onestà descrive il proprio lavoro, le intime motivazioni, lo spazio considerato, la ricerca scelta, e, così facendo, ne mostra simulteamente i migliori risultati: “questo canto/è il romanzo da fare/presentare alla gente”, “scrivo solo a evitare la notte/trattenendo il respiro/
e non sono sott’acqua” (bellissimo!). un poeta che mostra in totale nudità anche le costrizioni che subisce, e i limiti con i quali si scontra: “trovo parole/altrove/[…]/e vorrei farne carne”, “sono limitato ad ogni sogno/da gerarchie ed obblighi/
sociali e di lavoro/sto a quest’ora assurda/senza dormire”.
e in questo mostrare sta la poesia. ciascuno di noi subisce il proprio carattere, le determinazioni interiori ed esteriori, le forme che determinano la nostra individualità e insieme ci permettono di esistere, il limite che è – orrendamente – anche la libertà. e l’artista pure subisce il proprio carattere, ma nell’arte mostra il processo di questa lotta (cfr. la lotta dell’angelo con giacobbe di N. Stanescu), trasforma il proprio carattere in qualcosa d’altro da sé stesso, in un io possibile e proiettabile, e, nell’agone rovinoso tra l’oggettivazione della propria identità e la connaturata passività di ogni essere rispetto alla propria forma, si muove la poesia, mostrandoci questo agone, mostrando le vittorie e le sconfitte, le possibilità di soluzione, rendendole partecipabili ad altri individui. e mi sembra che padua in questo testo faccia proprio questo, e dunque faccia poesia, dimenticando la poesia come prodotto, la poesia come oggetto (che un altro essere umano può soltanto contemplare, e maneggiare, ma mai vestire), la poesia come espressione di un controllo e di un’idea (cosa che invece avviene negli altri testi presentati, rendendoli molto meno interessanti, molto meno belli, benché evidentemente necessari – per l’autore – a raggiungere la meta prefissata).
è in questo dimenticarsi, nella cui forma l’esercizio prima praticato con il rigore che sottolinea marotta, diventa stupore per se stesso e per gli altri, dimenticandosi nello scrivere, realizzandosi nel momento in cui contravviene a se stesso, nel momento in cui è raggiunta l’espressione, e dimenticate sono l’origine e la forma e la meta: “guardando fisso il sole/
è troppa/la luce che ti acceca”.
saluti,
lorenzo carlucci
ahahahhahahaah, vero Adriano! Non lo farò più.
Permettetemi di preferire, invece, tutta la sezione Monitor… alla quale sono particolarmente legato.
“Tra stupore e rigore si apre una terra di nessuno che egli sa abbracciare in un solo sguardo, come in una visione che declina ogni differenza in un unicum sonoro e semantico nuovo, aperto alla contraddizione e alla moltiplicazione del senso, proprio nel momento in cui ne esalta la radicale e pregnante individualità sul piano delle immagini: un filo teso tra il magma lavico, informe, di ciò che non è ancora – e che si esprime, sottilmente, come tensione alla ricerca della struttura e del fondamento originari – e la frana di un universo imploso nella sua presunzione, tutta moderna, di ridurre il caos primigenio a ordine meccanico, controllabile, eterodiretto”
secondo me in questo passaggio Francesco restituisce il cuore della poesia di Adriano, come bene ha sottolineato sopra Fabrizio.
Questo mi sembra calzare a pennello per tutte le prime poesie selezionate che, come dicevo, preferisco a Le parole cadute.
“La terra di nessuno” di cui parla Francesco è una terra ricca e difficile, l’urgenza del dire ne è la voce.
Francesco ne è il pensiero,la via che conduce, parola che sboccia.
Di Adriano apprezzo soprattutto:
Non dirmi una parola anzi ansima
come a negare ogni rimanenza
che senza alcun motivo sia possibile
della verbalità che ci distingue…
Vi abbraccio
carla
grazie a tutti ancora. è bello sentire i vostri pareri, in particolare mi colpisce quello di lorenzo, che ha gradito i miei ultimi testi, mentre è stato molto severo per quanto riguarda i primi. effettivamente c’è molta distanza tra la mia prima raccolta e la successiva, negli ultimi testi la vita è stata più prepotente, si è imposta di più, e questo ha avuto conseguenze anche sulla forma. non ho comunque rinnegato le esperienze precedenti, per me la poesia si muove in più direzioni, è plurale, e mi piacerebbe attraversarla, essere trasversale. buonanotte
sarà perché io prediligo la frontalità… 😉
lorenzo
@ Voc e Adriano
Sugli Eschimesi: magari! Avrei (avremmo) risolto un bel po’ di problemi.
@ Lorenzo
Veramente bello quello che scrivi. “Bello” non perché contenga un esplicito elogio dei testi (è un fattore secondario, per quanto mi riguarda), ma perché frutto di un’analisi accurata e profonda, resa ancora più significativa dalla “vicinanza” a quel tipo di scrittura. Lo sottoscrivo, perché completa la mia nota, tutta giocata invece sui testi di “Meccaniche”, che ritengo opera di assoluto valore, un “oggetto” non facilmente identificabile soprattutto perché sintetizza elementi stilistici e contenutistici che arrivano a ondate sulla pagina provenienti dai recettori di una sensibilità aperta a tutto orizzonte sul reale e le sue contraddizioni (anche storiche) profonde.
Io credo, anche in controtendenza rispetto a quello che Adriano scrive nel suo ultimo commento, che tra “Meccaniche” e “Le parole cadute” – non a caso ho scelto testi dalle due opere, per far risaltare ancora di più quella che ritengo una “solo apparente” contrapposizione di scritture – esista un filo sottile, ma non per questo meno identificabile e resistente, che io individuo nella propensione (che personalmente prediligo) a provare la propria “voce” in contesti diversificati, assecondando il ritmo e la forma che la materia poematica reca in sé come sua cifra condizionante, prima ancora di calarsi nel bianco (nel deserto) della pagina e farsi “segno”. C’è chi “costringe” questa materia all’interno di un disegno predefinito (niente di male, per carità), e chi invece ne segue l’evoluzione regalandole la complicità e la libertà di uno sguardo che si fa uno con essa, cioè disponendosi ad accogliere il senso più profondo della sua natura erratica e metamorfica. Secondo me Adriano, ne sia o meno completamente consapevole, si muove all’interno di questa seconda opzione.
La focalizzazione del mio discorso (la nota di cui sopra) su “Meccaniche”, deve molto al piacere di chi si imbatte, in ogni sezione dell’opera, in testi che hanno già tutti i crismi dell’esemplarità: con ciò intendo la forza intrinseca di una opzione di poetica già ben salda e definita. Un “sonetto” come “parole contro norma ed armonia” o la “gabbia” di “visionario realismo” (l’ossimoro è mio, e me ne assumo tutta la responsabilità) di “non una storia non un sogno questo silenzio semina”, sono testimonianza concreta (pietre già fissate al suolo) di questo percorso.
E’ chiaro che quanto fin qui scritto, a partire dalla nota che accompagna i testi, è frutto di una mia personalissima “lettura” dei testi.
@ tutti
Grazie per la lettura, il vero “dono”, come è stato giustamente fatto notare.
fm
il corso di ogni cosa tende al tempo
verso la fine senza alcuna origine
nella voragine dove il silenzio
accumula il non detto e lo dimentica
una gravitazione inesauribile… starei a leggere questi versi per ore. sembrano lucreazioni… e sono tuoi.
davide se li leggi per ore te ne vai in loop o ipnosi, ci servi integro, torna a emilio villa, ti prego! 🙂
francesco continuo a leggerti, in silenzio. non credo di poter aggiungere altro a quello che scrivi (posso tirarci fuori un cut-up, al massimo…. :-))
leggo e rileggo il commento di lorenzo……… (c’è un punto nel quale trasversale e frontale si incrociano, probabilmente, tu ne saprai più di me su quest’argomento….)
Sempre proseguendo sul filo della riflessione precedente, e senza nessuna pretesa di assolutizzazione.
Il punto di incontro (di “equilibrio”) tra “frontalità” e “trasversalità” è, forse, il “luogo della poesia”, tanto per usare un’espressione cara a Yves Bonnefoy. Una “frontalità” che esclude ogni altra possibilità di “convergenza”, riduce l’ “oggetto” unicamente alle categorie di chi “guarda”, iscrivendolo nel circolo della pura “rappresentazione” e “dicibilità”, cioè in un’opera di concettualizzazione, post o ante rem poco importa, che ne fa possesso definito (e definitivo). Ciò che manca a questa prospettiva, a mio modo di vedere, è la trasversalità che opera e parla dai “margini”: sarebbe a dire, tra le altre cose, lo spazio (possibile) in cui si manifesta una “visione” altra dell’oggetto, quella che l’oggetto ha di sé, l’unica che può definirlo come “volto”. Laddove il “volto”, che ama dirsi, e si dice, nel suo alfabeto spesso inudibile, e la prospettiva che definisce, “rappresentando”, si incontrano e si scambiano il “silenzio” del reciproco “ascolto”, allora il “mondo” (con tutti i possibili “reali” che il termine ingloba) mostra ben altre possibilità di senso e significazione.
fm
Francesco Marotta…Francesco Marotta ti leggo.
Non attenta, di più, in fondo è ciò che chiedi.
…la trasversalità che opera e parla dai “margini”…
Il margine, la poetica, mi arrivi nel Silenzio, l’Ascolto nel Mondo, di mio ti scarto l’idea di dualità, separo l’individuo ma Ascolto nel Silenzio il mondo.
Funambola da sempre.
Devo rileggerti nei giorni a venire le tue parole hanno creato qualcosa sul quale lavorare.
(io vorrei dire solo che lo scambio di battute tra padua e me su frontalità e trasversalità rimandava – almeno per me – ad un alterco virtuale che avevamo avuto tempo fa, durante il quale io lo accusai di essere trasversale (non in senso poetico). per quanto riguarda la poesia la trasversalità va bene anche a me)
comunque, quale sarebbe il punto in cui nel mio commento le due cose si incontrano, adriano? mi interessa…
lorenzo
no lorenzo, non nel tuo commento. intendevo che nello stesso spazio (ideale) se un soggetto procede trasversalmente e uno frontalmente in un punto si incontrano. è una cosa pseudo-geometrica, ma non è il mio campo, può essere che mi sbaglio dunque.
orizzontale, verticale, circolare…
L’impatto è fondamentale!
e qui c’è.