Ma solo così va il mondo?

di Pasquale Giannino


Toys – Ars Factory Investigation

Nuovi fermenti s-muovono le coscienze della rete, mostro tecnologico guardato da molti ancora con diffidenza, ma ultimo baluardo del libero pensiero. Si discute nei blog – non solo di argomenti effimeri – si ravvivano, talora, bei cenacoli d’altri tempi. E’ importante tutto questo, ti fa sentire meno alienato in una società omologante che svilisce l’uomo. Diverse voci urlano la rabbia, la forte indignazione per la superficialità dilagante, alcuni propongono di uscire dal mondo virtuale e scendere nelle piazze. Altri lo hanno già fatto…

A Milano, i ragazzi di Eveline colorano coi loro graffiti e versi il grigio metropolitano. L’Ars Factory diffonde da tempo arte e poesia nei locali di tendenza o nei centri sociali. Altri propongono libretti artigianali nelle strade, illustrati con graziosi disegni o acquerelli…

Non è vero che la poesia sia morta, è più viva che mai: basta cercarla. Se ne avverte il bisogno, soprattutto fra i giovani, che non sono per nulla fatui e disimpegnati come i detentori del potere li dipingono, mentre restano abbarbicati alle poltrone dei loro privilegi. Chi meglio dei giovani, oggi, possiede gli strumenti necessari per interpretare il linguaggio del nostro tempo e comprenderne i rapidi mutamenti? Eppure diventa sempre più arduo accedere alle professioni, a un lavoro dignitoso che li consideri persone e non semplici “risorse” a uso e consumo delle imprese, così come far sentire la propria voce nel panorama stagnante della letteratura e dell’arte.

In questi ultimi tempi non ho visto nulla di paragonabile all’energia che anima il progetto della Ars Factory – non me ne vogliano gli amici delle altre realtà culturali con cui collaboro – nulla di simile alla forza di quei ragazzi che da alcuni anni si rimboccano le maniche, rinunciando al tempo libero, alle vacanze, all’estate… e propongono al pubblico qualcosa di nuovo, un modo profondo e al contempo ludico per colmare il vuoto di tante serate. Un’alternativa da non sottovalutare alle estenuanti file ai musei o alle rumorose fabbriche del divertimento. E ancora qualcuno ha il coraggio di affermare che i giovani d’oggi sono disimpegnati… può darsi, ma di certo è vero che coloro che inseguono l’impegno si ritrovano terribilmente soli.

I ragazzi dell’ Ars Factory non hanno la pretesa di fare avanguardia né quella di definire-imporre poetiche o canoni artistici. Il loro spirito è abitare la stessa dimora – l’affascinante Tarja di Aron Cheroes – e condividere la loro voglia di creare: assaporare insieme la medesima brama di libertà. La loro forza risiede nell’idea, nell’assoluta originalità di questa incredibile fucina d’arte. E la legittimazione giunge dalla linfa straordinariamente vitale che alimenta questo progetto, sbocciato come per miracolo da una povera, semplice casella e-mail. Certo, manca il riconoscimento dei ‘potenti’, perché troppo impegnati a difendere le loro cattedre, tuttavia non soffriamo per questo. Ciò di cui avvertiamo la mancanza è un maestro, una persona votata all’arte – non uno dei soliti poeti laureati – che abbia voglia di guidarci, per rendere più sicuro il nostro cammino. Noi siamo pronti a metterci in moto e non importa se la strada sarà polverosa e irta di insidie. Risaliremo i fiumi e scaleremo le montagne. E quando saremo giunti ai palazzi dei ‘potenti’, andremo a turbare il loro sonno. Magari ordineranno ai servi di scacciarci. E noi li affronteremo a testa alta – fissandoli negli occhi – armati soltanto della nostra umiltà in arte.

E’ tempo di agire. L’ennesimo editore industriale ha rifiutato il mio romanzo, adducendo la solita motivazione: “E’ ben scritto, ben congegnato, a tratti lirico… ma non soddisfa le nostre esigenze.” Ho ritrovato queste note di un anno fa in un cassetto. Da allora non è cambiato nulla, eccetto le numerose lettere di risentimento – in genere grette e offensive – comunque non è mancato, neanche, un qualche sincero attestato di solidarietà e stima. A volte penso che la mia vita sarebbe molto più semplice se ne accettassi supinamente i canoni borghesi: un lavoro a tratti frustrante, ma dignitoso; qualche ora trascorsa sudando in palestra, seppure con la forte sensazione di trovarmi fuori posto; una fidanzatina; la possibilità di fare qualche viaggetto all’estero, rispettando i limiti della busta paga; acquistare un bivano di quaranta metri quadri con un mutuo ventennale. Non ho mai amato il calcio, dunque sono escluso dall’adrenalina del fine settimana, tuttavia potrei compensare con delle camminate in campagna… e invece ho deciso di complicarmi inutilmente l’esistenza.
Ieri ho seguito l’ennesimo premio letterario in televisione, vero e proprio florilegio di banalità. Hanno anche trasmesso alcune immagini di repertorio: Leonida Rèpaci annunciava – col suo marcato accento meridionale – il vincitore di quell’anno… i volti seriosi di Moravia, Pasolini, Quasimodo. Inevitabile il confronto coi lustrini del nostro tempo. Dopo la premiazione del solito libercolo, ho telefonato a mio fratello Aron: “Dobbiamo andare, non possiamo più attendere.” E lui: “Va bene, per domani avrei un colloquio di lavoro, ma so già come andrebbe a finire… ci avviamo all’alba.”
Saliamo nella vecchia Uno di nostro padre e partiamo. La mia 206 è rimasta a Milano, l’ho portata giù, in meridione, una sola volta, ma l’esperienza della Salerno-Reggio Calabria fu straziante. Da allora, di solito, preferisco scendere in pullman, in compagnia di altri emigranti calabresi. So che il termine è desueto, poi nessuno di noi ha la valigia di cartone legata con lo spago… però a me piace usarlo ancora, anche se ormai più nessuno parla dell’esodo mai interrotto dei giovani del sud alla volta dei traboccanti centri produttivi dell’Italia settentrionale. Negli anni Cinquanta partivano i nonni contadini per “fare carriera” alla catena di montaggio. Oggi partono i nipoti laureati per un contratto a progetto di sei mesi. Un terzo dello stipendio andrà in fumo, in cambio di una squallida cameretta.
Durante il percorso lungo quel cantiere perenne che ti aiuta, se non altro, a superare la monotonia dell’autostrada, penso che nulla è cambiato da allora. E mentre doppiamo il Pollino, ho la netta sensazione che quel monte aspro sia un baluardo inespugnabile, una barriera naturale con la funzione di proteggere la mia terra dalle insidie del progresso. Effettuiamo una lunga sosta per il pranzo in un autogrill. Riesco anche a riposare per qualche minuto, prima di ritornare al volante. La giornata è torrida e rimpiango il mio climatizzatore. Giungiamo presso l’abitazione del maestro nel tardo pomeriggio. Quando schiaccio il pulsante del citofono di fianco al suo nome la mano trema. Sento una voce stanca: “Chi è?”
“Siamo gli artieri dell’Ars Factory”, rispondo emozionato.
“Vi aspettavo. Salite pure: abito al settimo piano.”
Il palazzo è fatiscente, un casermone di periferia costruito negli anni del boom. L’ascensore si arresta ed eccoci dinanzi all’uscio dello scrittore.
“Prego ragazzi, accomodatevi.”
Entriamo in un monovano sui trenta metri quadri. Il maestro va a sedersi alla scrivania, presso la finestra, l’aria trasandata e lo sguardo spento.
“Maestro,” dico, “ è da un sacco di tempo che desideravo incontrarla.”
“Sedetevi. Gradite qualcosa da bere?”
Guardo la bottiglia di wisky sullo scrittoio: è quasi vuota.
“Grazie, non abbiamo sete.”
“Perché siete venuti da me?”
“Vorremmo compiere un atto clamoroso.”
“Di che si tratta?”
“Andare nei salotti letterari, quelli preclusi agli autori senza nome.”
“A quale scopo?”
“Fare un po’ di casino…”
“Ragazzi, lasciate perdere… non servirebbe a nulla.”
“Maestro… un vecchio leone come lei, vincitore di tante battaglie…”
“Lasciate perdere… non vi sbattete… tanto non cambierà mai niente.”
Rimaniamo in silenzio per alcuni istanti, poi lui si mesce un altro bicchiere.
“Si è fatto tardi, dobbiamo andare maestro. E’ stato un vero piacere averla conosciuta.”

Gran pena nel cuore.

Concludiamo la serata in una trattoria sul lungomare. Alcune barche riposano al pontile, dolcemente cullate dalle onde. Qualche vela si scorge in lontananza, accarezzata dagli ultimi raggi di sole. Un’immagine da cartolina, quelle che il sud regala.

“Vivere in un posto come questo deve essere una goduria per l’ispirazione”, osservo mentre spengo l’arsura con un sorso di bianco.
“Certo”, risponde Aron, “purché si abbia la serenità necessaria.”
“Capisco il tuo stato d’animo, ma non devi lasciarti andare.”
“Mi pento di aver rinunciato al colloquio di lavoro. E’ da tre anni che faccio una vita da zingaro, quel pezzo di carta che ho nel cassetto non serve a un cazzo.”
“Coraggio! Vedrai che ci saranno altre occasioni.”
“D’altra parte, l’alternativa di una carriera artistica è pressoché inesistente. Lo scorso mese ho avvicinato un gallerista che pareva interessato alle mie tele, uno di quelli che dicono che contano. Alla fine dell’incontro mi ha chiesto 3000 euro per esporre i miei lavori…”
“Il mondo letterario non è diverso. Tanti chiedono soldi, e non solo i piccoli editori.”
“Pasquale, dobbiamo ripartire immediatamente. Ho un colloquio domani alle dieci.”
“Per che cosa?”
“Operatore part-time in un call center.”
“E quanto guadagneresti?”
“400 euro mensili.”

“Meglio di niente… “, gli dico, “anche se il resto sempre ci avanza.”

30 pensieri su “Ma solo così va il mondo?

  1. lucaariano

    C’è tanto in questo post. C’è tutta la miserrima realtà sociale, culturale, economica e politica (proprio ieri l’acmè) di questa nostra società in cancrena. Io, forse da utopista, penso sempre che dai bassi – anche quelli più profondi-
    si possa, si debba risalire. Se davvero vi è un intento comune e si superano certi particolarismi, certe logiche individualistiche che ormai sono penetrate in noi in tutti gli strati, in tutti gli stadi. Con questo non condanno certo la creatività individuale, il singolo, solo qualche volta bisognerebbe pensare un pochino meno ai propri interessi e più alla collettività, in ogni ambito. Complimenti per i numerosi spunti!
    Un caro saluto

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  2. Pasquale Giannino

    Anzitutto un grazie di cuore a Gian Ruggero, che continua a credere nelle mie battaglie.

    Luca, hai colto nel segno. Purtroppo tentano di persuaderci che fare gruppo non paghi, che sia meglio pensare ognuno ai cazzi propri… Il fatto è che questo individualismo sfrenato non porta da nessuna parte. E i potenti naturalmente ci marciano… È necessario ritrovare una coscienza di classe, ma non quella anacronistica propugnata da Sanguineti. Direi piuttosto la coscienza di un nuovo proletariato, quello dei giovani con due o tre lauree, che conoscono quattro o cinque lingue e hanno fatto master, stage… hanno lavorato gratis per anni contribuendo ad aumentare il margine di aziende sempre in crescita (e rimpinguare le tasche degli azionisti)… ma tutto questo non è servito a nulla. Quello dei giovani artisti e scrittori di talento che avrebbero tanto da dire e che riescono a ottenere (dopo sforzi immani) al massimo un angolino virtuale (e meno male che c’è la rete!) o qualche libretto a pagamento imboscato fra i titoli “altisonanti” delle librerie: calciatori, cabarettisti, comici, politici, meretrici… E gli scrittori? Sarà mica una razza in via di estinzione?

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  3. paolo bianchi

    Pasquale,
    hai molte ragioni. Io sono anni che cerco di dire la mia e so quanto è difficile farsi ascoltare. Scrivi di questo neoproletariato intellettuale, dalla tua prospettiva un po’ da “emigrante” del Sud, e troverai la tua strada. Ciao

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  4. lucaariano

    Caro Pasquale penso proprio che siamo sulla stessa lunghezza d’onda!Tutto ciò mi rassicura (per quanto uno possa essere rassicurato oggi!) e mi fa sentire meno solo in certe battaglie. Mi associo a Paolo Bianchi! Ci sono. Ti sono vicino. Faccio parte di quella generazione “precaria” di cui parli…
    Un caro saluto

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  5. Diego Zandel

    Ottimo racconto. Pieno di rabbia. Il corsivo a ritmo di rap (io l’ho letto così) avvincente. Continua così pensando, con cuore sempre umile, che è nostro dovere migliorare e che i frutti, se la pianta è ben coltivata, prima o poi vengono.

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  6. Silvia

    Letto.
    Che dire? Si commenta da solo. Soprattutto il fatto che il tempo passa e siamo sempre qui a fare gli stessi discorsi e nessun editore ci pubblica. Gratis.
    Bella la definizione di “neoproletariato intellettuale”…
    Silvia

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  7. Marco Saya

    neoproletariato intellettuale, da non confondere, però, con quella visione “amara”, anche se a tratti “azzeccata”, del neoproletario descritta nel liberculo di Tommaso La Branca.

    Su col morale, il quasi probabile Prodi-bis ci affosserà una volta per tutte.

    Marco (un elettore di sinistra in preda allo sconforto più totale)

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  8. sebastiano aglieco

    L’arte libera. Centralizza i problemi. Dà forma. Per questo se ne produce tanta. Quando noi leggiamo i poeti, vediamo solo la punta di una montagna ma tutta la superficie è costellata di gente che vuole innalzarsi, attraverso una qualche forma di espressività che dia senso al non senso del mondo. E anche al proprio. L’arte è necessaria. Quindi va fatta, in tutti i contesti e con tutti i mezzi. Non importa con che risultati. Piuttosto andrebbero trovati i contenitori giusti, che non sono solo i contesti di visibilità cosiddetti nobili. Se i giovani trovano canali per esperimersi, crescono meglio. Questo principio dovrebbe essere coltivato dai politici, ma loro sono miopi. L’arte dà sfogo alle forme dell’immaginario, decontestualizza la violenza, le pulsioni di un certo tipo. Dà un’immagine ai mostri e in qualche modo ce ne libera. Andrebbe trovato, fatto crescere e custodito un rapporto tra i maestri e le espressività acerbe, che spesso si contaminano più di quanto non si creda, anche con interscambi non riconosciuti. Vogliamo andare a vedere, per esempio, tutto ciò che i “maestri” hanno rubato agli allievi? Ma questo è un altro discorso
    Sebastiano Aglieco

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  9. lucaariano

    Marco, da elettore e uomo di sinistra, mi associo alla tua delusione. Sto leggendo in diretta le consultazioni: roba da Prima Repubblica, solito teatrino, altro che il do ut des dei poeti e dei critici! Tutti avenzano pretese, barattano…Che sgomento!
    Un caro saluto

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  10. Marco Saya

    Carissimo Luca, siamo in due allora che stiamo leggendo in diretta le consultazioni! Quello che sgomenta è il totale e crescente “scollamento” tra classe politica e chi l’ha votata!

    Un abbraccio
    Marco

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  11. lucaariano

    Sì Marco, sono lontani anni luce dagli elettori ma a questo punto direi dalla società civile e reale di tutti i giorni!Con amarezza mi viene da dire che anche se dovessero andare a casa a loro cosa importa? Tanto il lauto stipendio da parlamentare e la lauta pensione (lessi qualche settimana fa un inchiesta da brividi!) non gliele toglie nessuno!I problemi del paese invece…
    Un abbraccio

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  12. adrianopadua

    Faccio i complimenti a pasquale giannino sia per il pezzo che per quello che aggiunge nel suo commento. Massima solidarietà, da emigrato-laureato-disoccupato e in scadenza di contratto d’affitto capisco bene di cosa sta parlando. C’è frustrazione, disorganizzazione e isolamento, in questo neoproletariato intellettuale. E i governi di ogni genere rigirano il coltello nella piaga.

    saluti

    Rispondi
  13. Pasquale Giannino

    @Paolo. Sono a conoscenza dello sciopero della fame da te intrapreso tempo fa per tale causa e hai tutta la mia solidarietà umana e letteraria per la coraggiosa protesta. Denunciavi, se ben ricordo, l’indifferenza dei critici nei tuoi riguardi. Eppure non sei un APS (Autore a Proprie Spese), scrivi su un importante quotidiano nazionale e sei giunto a pubblicare con un editore come Salani. È proprio vero che tutto è relativo… Che dire degli scrittori di talento (soprattutto poeti) che subiscono per anni vere e proprie estorsioni dalla piccola e media editoria (talvolta pure dalle major)? Che dire delle truffe editoriali di cui non si parla mai abbastanza? È questione soltanto di vanity press o c’è dell’altro, in questo nostro bel paese dove i più preferiscono schierarsi dalla parte del truffatore anziché del truffato (si è fatto prendere per il culo, peggio per lui…)? Paolo, tu avevi scritto quel coraggioso articolo: “La grande illusione del romanzo fai da te”, dove tracciavi un quadro sconvolgente – con nomi e cognomi – di quanti approfittano della situazione stagnante che viviamo, per speculare senza ritegno sulle ambizioni spesso legittime degli autori senza voce. Cosa è cambiato da allora? Quegli stessi pseudoeditori legalizzati continuano impuniti a inzupparci il pane…

    @Luca. Non sentirsi soli in queste battaglie è fondamentale: è l’unico modo per non soccombere.

    @Diego. Corsivo a ritmo di rap? Non ci avevo mai pensato… sarà dovuto ai miei trascorsi di musicante… Sì, i frutti prima o poi vengono… a meno di non essere abbattuti anzitempo.

    @Silvia. Sono contento del tuo intervento, mi “rimembri” la nostra comune militanza tra le file dell’emergente, il nostro incontro a Firenze…

    @Marco. Non è questione di Prodi, Berlusconi o Andreotti… Tu credi ancora nella politica, credi ancora nella possibilità di un governo che si batta per gli interessi della nazione anziché calarsi le braghe dinanzi allo strapotere delle multinazionali?

    @Sebastiano. I maestri… Tranne Gian Ruggero e qualche altro ti liquidano con due parole, al più ti dicono tanti auguri… e io tocco ferro perché porta sfiga: preferisco in bocca al lupo o in culo alla balena.

    @Adriano. Sono con te. Posso dirti che la mia sfiducia nei governi è totale (non voto dal ’92).

    Ciao a tutti.
    Pasquale

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  14. Marco Saya

    @Pasquale

    Caro Pasquale, da buon delegato sindacale(RSA) CGIL per la mia azienda in crisi ti posso assicurare che il mio ruolo è quello di tentare di salvare più posti di lavoro ovvero famiglie che da un momento all’altro si ritroveranno “on the road”, capirai cosa me ne frega di quei quattro fessi al potere per di più anche mafiosi?

    Marco

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  15. Gian Ruggero Manzoni

    Vi sto leggendo, vi sto seguendo, grazie per il “maestro”, Pasquale, ma non mi considero tale, e neppure mi posso dare all’alcool, visto il come sono ridotto già senza berlo, seppure quella figura nei 30 metri quadri (quasi una cella, ma non monacale) un poco la senta mia.
    In effetti siamo in “galera” anche se in pieno deserto… o, forse, perché proprio nel deserto. La galera è il gioco dei potentati (quello a cui ho assistito ieri e oggi in TV, con gli ultimi 12 punti da barzelletta di Prodi, buttati come dadi sul tavolo di una nazione, di una società, di una parte di mondo che sprofonda inesorabilmente) …e la galera forse è il pianto in cui spesso ci ritroviamo. Io, per natura, non sono uomo di molte lacrime, ma quelle che ho versato in vita erano assai amare, e comprendo benissimo, perchè lottatore… e per i lottatori l’umiliazione è il primo male, perché colpisce l’orgoglio… oppunto l’orgoglio di considerarsi dei lottatori. Amici miei, anche a me piace la definizione di: neoproletariato intellettuale, sa di Pasolini, di anni ’70, della mia giovinezza, di tanti ideali andati… e di tanti sbagli, ma anche di tante risalite. La vostra galera ‘generazionale’ è la difficoltà, estrema, non tanto di trovare un lavoro, un editore, un gallerista, un ‘maestro-padre’ (perciò un esempio da seguire o con cui potersi confrontare), quanto di scoprire, poi, che, se anche lavorate, editate, esponete, nulla cambia, perché un sistema è già finito (state pulendo il ponte di una nave già affondata)… e quel nulla, masticato dal maestro calabrese che siete andati a trovare nel tuo racconto, Pasquale, non è tanto il suo, ma quanto il vostro possibile futuro da naufraghi-affogati. Mi spiego meglio… anche se si ha un megafono in cui poter urlare, oggi non è detto che vi si stia ad ascoltare… anzi, più urlate, e più non succede alcunché. Questa è la galera, il nulla, lo sfinimento. In parole povere: la galera è l’indifferenza, l’anestesia, l’ipocrisia, l’imbecillità generale. Oggi il potere non lo si riesce a battere neppure entrando nella sala dei bottoni, questo è il dramma… o la tragedia, per dire meglio. La sala dei bottoni è una delle tante scatole cinesi che formano la struttura del palazzo del potere. Decidi di immolarti premendo il bottone dell’autodistruzione (del potere – da novello Sansone) visto che sei giunto fino a lì e devi compiere l’opera, ma non esplode che la stanza là dove sei, assieme a quel bottone che hai premuto, nient’altro. Tutto il resto rimane così com’era, anzi… il palazzo rigenera, poco dopo lo scoppio, quella stessa stanza, e così all’infinito, come le sette teste dell’Idra, che se non le tagli tutte assieme, via via rispuntano. Quale la soluzione? Far esplodere il palazzo dall’esterno? Le mura del palazzo, dalle scatole cinesi, sono pareti di gomma. E allora? Allora fermatevi, chiudete gli occhi, respirate, e state ad ascoltare. Nulla. Il silenzio. Il palazzo del potere è silenzioso. Un silenzio tombale. Il silenzio della non vita. Quando ci si rende conto di questo, ci si rende anche conto che qualsiasi gesto umano, dal più violento al più dolce, dal più esasperato al più amorevole, non conta alcunché, così come che il potere non esiste, così il suo palazzo, così l’indifferenza che forma la gabbia in cui siete costretti… o, in cui vi sentite costretti. Urto, rassegnazione, lotta, rinuncia, sono inesistenti, così come la prevaricazione, l’umiliazione, l’insulto, il gesto indegno rivolto a ciò che credete sia tabernacolo del vostro rispetto e del vostro rispettarvi. Siete infine liberi. Più ambite, più siete schiavi, più desiderate, più siete vulnerabili, più insistete per raggiungere la ‘meta’, più sarete facili da abbattere. Il coraggio e la vera forza, quelli che vi renderanno inscalfibili ed eterni, risiedono nello stare fermi, nell’azzerare tutto (rabbia compresa), nello staccare la spina, nel rendervi indifferenti… in tale indifferenza la più grande arma nei confronti dell’indifferenti. In tale indifferenza, se maturata nella prima parte della vita, la spietatezza massima, quella che fa paura, quella che, riaperti gli occhi, fa svanire il palazzo silenzioso e vuoto del potere. Siete andati nell’oltre. Avete annullato una dimensione e siete entrati in un’altra. In quell’attimo si rinasce a nuova vita. In quell’attimo, il potere di questo mondo, non ha più presa su di voi. E’ allora che si inizia a riedificare il sentimento. Quello vero. Un abbraccio a tutti voi… e ricordate, la vita è sempre altro.

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  16. Pasquale Giannino

    Gian Ruggero, è amaro il tuo pensiero, evoca il medesimo scoramento del mio personaggio letterario. L’indifferenza… Ne siamo circondati: negli ambienti di lavoro, per strada, nei bar, nelle piazze, nei luoghi di “aggregazione”, nelle famiglie… dove persino il mangiare insieme capita sempre più di rado. La strada che ci indichi è forse l’unica percorribile, ma può essere solo un punto d’arrivo, il traguardo ultimo di un percorso lungo e irto di ostacoli… il riscatto definitivo da un sistema che ci rende schiavi, illudendoci di vivere nel benessere e nella “democrazia”. Un sistema che ci opprime ogni giorno con l’angoscia di non poter pagare il mutuo, l’affitto, arrivare alla fine del mese… la frustrazione di dover chiedere soccorso ai genitori nei momenti più difficili, la consapevolezza che se non fosse per loro saremmo una generazione di giovani barboni muniti di laurea. Ecco, io proprio non riesco a seguire quella strada. È più forte di me.

    Marco, hai assunto un impegno molto arduo. La tua è una battaglia disperata. Chi glielo racconta agli azionisti che un sacco di famiglie da un giorno all’altro si ritroveranno on the road? Chi glielo spiega ai nostri politicanti che vanno in India, mostrano alle telecamere il loro rassicurante sorriso e ci dicono che la vera strada è nella “delocalizzazione”?

    Un caro saluto.
    Pasquale

    Rispondi
  17. lucaariano

    Sì molto amare queste tue parole Gian Ruggero e le comprendo benissimo perchè penso a tutti succedano e facciano queste riflessioni, però come dice Pasquale non possiamo rassegnarci, anche nel nostro infinitamente piccolo, sennò è la fine.

    @Marco durissa missione la tua. Davvero ci vuole un grande coraggio e una grande forza sapendo poi che la politica è dalla parte di certi poteri non certi vicino alle esigenze delle famiglie,ecc..

    Un caro saluto

    Rispondi
  18. Marco Saya

    @Pasquale

    il punto è che bisognerebbe scendere in piazza (l’ho fatto nel lontano 68′), non solo con gli striscioni della pace, ma “il rivoluzionario” che può “essere in ciascuno di noi” implica anche un’azione o azioni da parte nostra che possono sembrare destinate al fallimento ma è un tassello che dopo tassello muove un’armata, una coscienza collettiva pronta a esplodere. Pensa a un popolo sempre più affamato, umiliato, disperato, etc,etc…Caro Pasquale, penso che siamo vicini al “break even point” se le cose non mutano. La gente ora è rassegnata ma quando la scarsa sopravvivenza diventerà “lotta per la vita” temo che saremo all’inizio di una nuova stagione. Abbi fede! Marco

    Rispondi
  19. fabry2007

    ci sono molti registri da provare, in questa musica nuova che cerchiamo. anche qui se ne intravedono diversi. l’importante è che ognuno suoni il suo con coerenza e coraggio, fino in fondo. senza farsi fermare da nulla e da nessuno. qualcosa succederà, almeno dentro di noi.
    grazie, Pasquale. se mi dài la mail, ti chiedo una cosa.
    fabrizio

    Rispondi
  20. Pasquale Giannino

    Marco, mi dissocio completamente dalle tue ultime affermazioni. La battaglia va condotta sul piano “culturale”, in maniera diretta, senza mezzi termini e senza sconti per nessuno… ma in forma esclusivamente “pacifica”. Non ho mai creduto che la “guerra” sia il motore della storia, i suoi effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti. Anche la madre di tutte le rivoluzioni, quella foriera di liberté egalité e fraternité, quella di cui per molti aspetti noi occidentali siamo figli, ci ha lasciato poi questa bella società “liberista” e tutti gli effetti collaterali che oggi conosciamo. Dunque, sempre uniti nella nostra lotta, affiliamo le armi più temute: quelle della conoscenza!

    Fabrizio, ti risponderò in privato.

    Ciao a tutti e buon fine settimana.
    Pasquale

    Rispondi
  21. Marco Saya

    Caro Pasquale, rifletti…c’è già una “guerra vera” in corso,oggi, quella che , purtroppo, attiene a un totale senso del rispetto per la vita umana! Siamo dei “criminali” senza rendercene conto…Naturalmente parlo del sistema “liberista” (come tu lo definisci) e dei valori nefasti e cinici che trasmette. Come vedi non c’è bisogno di essere armati di fucili, i nostri sguardi sono, spesso e volentieri, l’occhio del mirino. Se combatti su un piano culturale devi necessariamente combattere il piano delle multinazionali, visto che prima le hai citate.

    Rispondi
  22. gian ruggero manzoni

    Amici, forse non mi sono fatto capire bene vista l’ora in cui ho scritto il commento: all’indifferenza del potere bisogna rispondere con eguale indifferenza e andare oltre. Il potere si ciba della nostra attenzione nei suoi confronti. Se si smette di dargli attenzione e ci si ritrova in sé stessi, si va oltre i ‘giochi’ che regolano questa farsa generale. Nel momento in cui si è andati oltre, con estrema spietatezza (in effetti azzerare e ricongiungersi a un ‘origine’ non è operazione indolore, ma, spesso, arreca molta sofferenza), ecco che si apre o, meglio, che ci si apre a nuova vita. Ho quindi parlato… sto parlando del superamento del quotidiano e di quelle gabbie, di quegli inganni (coi mutui, le miserie, le invidie, le ipocrisie, le umiliazioni etc.), per riscoprirsi nello spirito, in uno spirito comune che ci rende comuni e figli di un medesimo percorso di vita. Del resto è sempre valido il principio (non appertenente solo alla nostra tradizione religiosa, ma a tutte) che il Signore degli Inganni (il Male) lo si sconfigge negandolo, e i processi di negazione possono differire da individuo a individuo, ma l’effetto è lo stesso: il Male non esiste più, visto che il Male, e lo ripeto, si ciba della nostra attenzione… è fino a quando lo si prende in considerazione, agisce, ma quando non gli si risponde più al richiamo, è battuto.

    Detto ciò, non escludo a priori altri mezzi per schiacciare la testa del ‘serpente’, ma solo due, secondo la nostra tradizione, ci sono riusciti con estrema facilità, visto che San Giorgio è più che altro immagine simbolica, e questi sono stati Gesù il Nazareno e Sua Madre, la Vergine. Visto che non abbiamo tale caratura, ci si può arrangiare anche in altre maniere 🙂 ma sempre uniti, questo sì,ed io, come ben sapete, ci sono… sono pronto a ridiscendere in campo (o, forse, mai sono uscito dalla battaglia… anzi, reputo di esserci sempre stato in mezzo, anche se a momenti ho anche avuto, e per fortuna, il tempo di rifiatare… cioè di pensare, di riflettere).

    Ma prima indifferenza… non ‘cagatevi’ le Sirene, lasciatele cantare a vanvera, tanto la Verità viene sempre fuori, e già il leggervi e il conoscervi, molti, di persona, mi fa ben sperare e, soprattuto, mi fa credere in voi.

    Non siete soli…

    Da un pur sempre lottatore… anche se in fase più mistico-zen.

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  23. Pasquale Giannino

    Dopo le parole di Gian Ruggero non riesco ad aggiungere altro. Tu sei un Poeta, io un semplice scribacchino. Ciò che mi spinge a scrivere non è l’amore per nobili ideali adornati di versi e costrutti di rara bellezza né la ricerca dell’assoluto. Sono un povero tecnico-impiegato che da piccolo sognava di fare l’ingegnere, ma spesso i sogni si infrangono nel momento stesso in cui si compiono… Allora magari scopri che la vita può offrirti nuove possibilità inesplorate, esattamente come quando inizi a sviluppare una storia credendo di seguire un certo sentiero e poi invece deragli verso nuove sorprendenti soluzioni. E ti accorgi che è in quel cammino la tua strada. Poi il tutto si corrobora nel quotidiano, nel grigiore cittadino, nell’indifferenza metropolitana. Persino dalle frustrazioni piccolo-borghesi riesci a trarre la tua linfa vitale. Arriva un momento, infine, dove quel mondo che hai tentato di trasferire su carta rivendica una propria autonomia, i messaggi che hai cercato di imprimere su dei fogli bianchi non ti appartengono più: li hai regalati al lettore. Ed è ciò che è avvenuto in questo bel cenacolo virtuale, dove sono stato per pochi indimenticabili giorni vostro onoratissimo ospite.

    Un grazie di cuore a tutti voi.
    Pasquale

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  24. Diego Zandel

    Non vorrei che si passasse troppo tempo tempo a fare del vittimismo. Ah, quanto siamo bravi e nessuno ci pubblica, nessuno ci ascolta! Il palazzo… il potere… ecc. Siamo degli incompresi, peggio: è tutto una camarilla! Non è così. Sarà che sono inguaribilmente ottimista e fiducioso. Innanzitutto nei confronti di me stesso. Il nostro compito, il “mio” compito, per quella che è la mia visione, è lavorare al meglio delle mie possibilità, individuare eventuali errori, ascoltare gli altri. Poi se c’è della stoffa i risultati arrivano. Certo, poi ci sono sempre – come ovunque – delle eccezioni, qualcuno non ce la fa, nonostante… ma sono, appunto, le eccezioni.
    Un caro saluto, Diego Zandel

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  25. Pasquale Giannino

    Vi propongo una lettera che ho ricevuto dal mio amico e maestro Vincenzo Guerrazzi che ringrazio (http://digilander.libero.it/vincenzoguerrazzi/index_ita.html):

    Ho letto il tuo racconto Mi è piaciuto L’ho trovato triste e nello stesso tempo divertente quasi ironico Bene Cosa scriverti oltre alle cose che già ti ho detto Tu credi e pensi che se uno pubblica un libro o cento libri o anche mille libri chissà cosa succederà nella sua vita Niente Non succederà niente caro Pasquale Giannino Ripeto il tuo racconto è interessante Certo Aprirà un dibattito Bene E poi La Terra caro amico non è rotonda è piatta Dello scrittore io ho questa visione un fallito un albero spezzato un uomo che non ha saputo realizzarsi nella vita Insomma un monco La coscienza di Zeno per me è in assoluto il più grande romanzo del Novecento Forse nemmeno il suo autore ne era consapevole di aver scritto un’opera che rimarrà nella storia dell’uomo Svevo era un borghese un impiegato del suocero Era E poi caro Giannino Ci sono voluti vent’anni Grazie a Joyce Ma quanta pazienza dovette sopportare quel povero borghese si fa per dire Coltiva caro amico tutta la tua rabbia ma coltivala con l’ironia e cerca di giocarci Incasellala bene e come ti dicevo precedentemente utilizzala con sapienza

    un caro saluto
    vg

    @ Diego. Non condivido la tua opinione ma sono contento che l’abbia espressa.

    Ciao a tutti e grazie.
    Pasquale

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  26. gian ruggero manzoni

    In effetti non bisogna piangersi addosso (sottoscrivo) come, neppure, credere che il solo lavorare con impegno e dedizione (ovviamente innescati dal talento) generi, matematicamente, l’apertura della porta (questa è una storia in cui, idealmente, abbiam creduto tutti, da giovani, ma che, da vecchi, è diventata leggenda). E’ anche altro, Diego, che apre la porta, così in tutti i campi, arte inclusa. Apprezzo il tuo ottimismo, ma permetti che il mio realismo non conceda il baloccarmi più di tanto inseguendo certe ‘speranze’. Cmq vicino a te per quel che riguarda onestà intellettuale (…e non solo intellettuale) e dedizione.

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  27. Hugo

    Salve a tutti, sono Hugo della Florilegio Ars Factory citata da Pasquale Giannino nel suo affascinante brano.
    Da circa 7 anni lottiamo per affermare la nostra concezione d’arte e il talento dei nostri Artieri rifiutando il contatto con editori e personaggi illustri. Vogliamo davvero portare l’arte tra la gente. Portiamo dunque i nostri eventi nei locali di tutta Italia, realizzando performance dal vivo di pittura, poesia, digital art, utilizziamo i nuovi strumenti della comunicazione per raggiungere un pubblico sempre più vasto.

    Proprio ultimamente, in occasione della Giornata Mondiale della Lentezza, abbiamo proposto a Roma una Maratona Lenta, un omaggio ai particolari e al particolare, 300 metri in un’ora e mezza per gustare la performance di uno straordinario attore che interpretava i testi degli Artieri di Florilegio Ars Factory. Abbiamo ottenuto l’homepage dei siti di Repubblica, LaStampa, Il Tempo, un servizio sul telegiornale di Sky e l’interessamento di una poetessa candidata al premio Nobel della letteratura. L’occasione di una svolta, insomma.
    Ma la cosa che più ci ha emozionato è stata una bambina, che ha seguito il nostro Artiere-Attore negli ultimi 50 metri di maratona imitandone i gesti con occhi affascinati.
    Questo è il vero riconoscimento cui ambiamo. Tutto il resto, siamo sicuri, verrà di conseguenza.

    Con l’arte nel petto.
    _Hugo

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  28. Pasquale Giannino

    Caro Hugo sono contento che sia intervenuto, tuttavia vorrei fare alcune precisazioni. Anzitutto non rinnego quanto scritto sull’Ars Factory (il racconto è dello scorso anno, quando ancora collaboravo con voi), e per certi versi rimpiango tale esperienza che mi ha consentito se non altro di rituffarmi in una sorta di sogno adolescenziale d’altri tempi. Ma appunto, si trattava di un “sogno”, e non poteva durare a lungo: primo per questioni anagrafiche (ahimè, ho superato i trenta mentre voi siete ancora dei ragazzini imberbi ;)); secondo perché, come ti ho già detto in privato, non mi trovavo più in linea con la deriva “commerciale” che avete inteso imprimere al progetto. Mi dispiace dirti questo, caro Hugo, ma la Tarja di mio fratello Francesco (Aron Cheroes) ha perduto il suo fascino. Non è credibile. Troppi lustrini, troppa telematica… insomma, avete realizzato un sito troppo figo perché Tarja conservasse il suo originale fascino “bucolico”. Tu scrivi di successi e soddisfazioni giunti dal basso. Bene. Ne sono felice. Tuttavia non potete continuare a dichiararvi distanti da “editori e personaggi illustri”. D’accordo per la prima parte, purché aggiungiate una clausola: lontani dagli editori a “pagamento”… vade retro satana! Ma non potete continuare a gongolarvi dei vostri successi effimeri: i trafiletti dei quotidiani che citi svaniscono in un momento, durano giusto il tempo di una navigata veloce durante la pausa caffè. Non illudetevi!
    Prima di chiudere, vorrei invitarti a rileggere con attenzione il mio racconto e a soffermarti sulla figura del maestro…

    A presto.
    Pasquale
    P.S. Ma chi è la poetessa candidata al Nobel? Non sarà mica Alda Merini?

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