A scrivere ho imparato dagli amici,
ma senza di loro. Tu m’hai insegnato
a amare, ma senza di te. La vita
con il suo dolore m’insegna a vivere,
ma quasi senza vita, e a lavorare,
ma sempre senza lavoro. Allora,
allora io ho imparato a piangere,
ma senza lacrime, a sognare, ma
non vedo in sogno che figure inumane.
Non ha più limite la mia pazienza.
Non ho pazienza più per niente, niente
più rimane della nostra fortuna.
Anche a odiare ho dovuto imparare
e dagli amici e da te e dalla vita intera.
“Un solitario amore” (Fandango, 2006, € 17.50) raccoglie, per la cura di Flavia Giacomozzi e di Emanuele Trevi, gran parte della produzione poetica di Beppe Salvia, nato a Potenza nel 1954 e morto suicida a Roma nel 1985. La sua opera si trovava fino a adesso franta in pubblicazioni introvabili di piccoli editori, per cui possiamo dire che questa è la prima volta che appare effettivamente in pubblico, che è finalmente leggibile.
Strano, se si pensa che da tanti addetti ai lavori Salvia è considerato un classico, un autore che, circa trent’anni fa, impresse un nuovo corso alla letteratura poetica italiana. La storia è sempre la stessa, ci si accorge sempre dopo delle cose. Salvia pubblicò in vita solo su riviste, di due delle quali, Braci e Prato Pagano, fu grande animatore. Il primo libro, Estate, uscì nell’85 sotto lo pseudonimo, anzi “eteronomo” come rileva giustamente Trevi nell’introduzione, di Elisa Sansovino, all’interno di un numero di Prato Pagano. Salvia aveva fatto in tempo a curarne l’edizione fino alla correzione delle bozze, e dunque viene qui giustamente riprodotto in apertura integralmente. Uscì poi Cuore (cieli celesti) (Rotundo, 1988), seguito da Elemosine Elusine (Edizioni della cometa, 1989). Il primo, che è da molti a ragione considerato il suo capolavoro, è qui anche riprodotto integralmente, essendosi i curatori di allora basati su un indice redatto di pugno dall’autore, mentre di Elemosine Elusine, antologia di poesie e prose curata da Arnaldo Colasanti, si ripubblicano qui solo alcuni testi poetici. C’è poi un’appendice di “poesie disperse”, scelte tra i testi usciti su riviste, dove fa molto piacere trovare ad esempio Il portatore di fuoco, poemetto importante e di grande forza fantastica, che era rimasto fuori dalle raccolte pubblicate. Stupisce un po’ trovare tra questi testi, erroneamente qui attribuita a Salvia, una poesia di Giuliano Goroni, Estate, a p. 228, che mi ha fatto molto riflettere sulla grande vicinanza che ci fu tra i due poeti, e di quanto anche Salvia debba a Giuliano Goroni, poeta ancor meno conosciuto e pubblicato del nostro, anch’egli attivo e operante nelle riviste suddette, e di cui uscì un solo libro, introvabile già allora, Stanze della vita (Rotundo, 1989), con una bella introduzione di Amelia Rosselli, che fu sua ammiratrice.
Apre il libro un’introduzione molto nitida e chiara di Emanuele Trevi, persona indicatissima a quest’ufficio non solo per le sua ben note capacità critiche, filologiche, e soprattutto di grande lettore, e scrittore, ma anche per la sua partecipazione profonda alla temperie di Braci, pur essendo per motivi di età diciamo così venuto dopo la chiusura di Braci e la morte di Salvia. Chiude una biografia di Flavia Giacomozzi, autrice del volume Campo di battaglia. Poeti a Roma negli anni Ottanta (Castelvecchi, 2005), libro che analizza e ricostruisce la temperie letteraria di cui Salvia fu al centro (ritorno alla chiarezza, ai classici, alla natura, al “cuore), e è una buona introduzione alla comprensione della sua opera.
In quarta di copertina è riportato questo giudizio di Zanzotto, che seguì con attenzione “Braci” e i ragazzi che la facevano: “La sua poesia, che ha una luce di giovinezza e di alba e nello stesso tempo qualcosa appunto di terribilmente teso verso lontananze imprendibili, lascia una parola lacerata fra gli uomini e la volontà di riprendere contatto con il ‘cuore’ del mondo”.
Che la poesia di Salvia rimanesse tra gli addetti ai lavori era davvero un peccato, tanto più che la sua non era, anzi non è, come tante ne abbiamo viste, una poesia che allontana, respinge il pubblico, ma anzi lo avvicina, lo riconquista. E lo fa con una parola “vera”, di vita calda, anzi caldissima, accecante, ma lui la prende in mano questa “brace” e la porta, come il portatore di fuoco, l’antico, disgraziato Prometeo originario. Salvia ha perforato la tradizione e è andato all’origine, è andato in fondo alla nostra lingua e è tornato su, come i grandi. Adesso sta in libreria, e possiamo leggerlo.
Claudio Damiani

Un bel pensiero quello di Claudio damiani d’offrirci Beppe Salvia. Segnalo a lui e a tutti voi anche l’ottimo lavoro antologico di Pasquale di Palmo che ha raccolto poesie e racconti di Beppe sSalvia per Il ponte del sale (Rovigo,2004) sotto il titolo “I begli occhi del ladro”. C’è anche questa drammatica poesia. Con la poesia che vale, potremmo dire, con involontaria rima: melius abundare.
Antonio
grazie, Claudio. una figura di grande rilievo. ma la storia della letteratura ha strane amnesie. come studioso di Rebora, so che significa rimanere a lungo, e ingiustamente, tra i minori o gli incompresi.
fabrizio
“(ritorno alla chiarezza, ai classici, alla natura, al “cuore)…”
Ecco perché Salvia mantiene quella freschezza e quell’intensità struggente, così rara e difficile. Pur essendo suo concittadino, anch’io l’ho scoperto solo da una decina d’anni, proprio con “Cuore” prestatomi dal mio amico Gaetano Cappelli che lo aveva frequentato a Roma. Benissimo ha fatto Fandango a riproporlo e so che la prima edizione è andata felicemente esaurita.
Doveroso omaggio ad un grande poeta troppo a lungo dimenticato e forse non ancora del tutto apprezzato fino in fondo…Grazie per questo post!
Un caro saluto
Bene.
viva hate
Ho conosciuto l’esistenza di questo poeta attraverso Michele Passalacqua e quel poco che ho letto e che approfondirò, mi sembra molto bello, semplice, vero.
lascio qui un link di ulteriore riflessione:
http://golfedombre.blogspot.it/2013/01/beppe-salvia.html