DIARIO DELL’ULTIMO GIORNO DI AGOSTO

La nudità fa sentire ancora più soli perché non c’è più niente da scoprire. C’è da ricominciare da un linguaggio semplice.

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Uno crede che la solitudine, una volta che venga accettata, sia la condizione per un sano distacco dalle cose, un modo per stare meglio. Non è così: perché la solitudine si porta con sé tutto: il bagaglio della vita che, seduto accanto a noi, conversa. Nella solitudine l’anima non esegue un monologo, ma cerca un dialogo. E chissà se, a un certo punto, non appare Dio.
E pensare che scrivo queste cose in mezzo alla gente. Solo corpi, senza parole. Solo sguardi rivolti verso il mare.

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Un Mozart eseguito in contrappunto con una partitura di musica orientale. Lo trovo commovente questo dialogo; e anche di una profondità rara. Due culture che, invece di contrapporsi, provano a dialogare.Non c’è un annullamento. C’è commozione. Ora ho davanti il finale di uno spettacolo in cui io e Amine recitiamo insieme, tenuti per mano; lui col suo abito bianco di preghiere, io col mio nero di lutto occidentale – lui una preghiera di ringraziamento ad Allah, io l’angelo custode. Una delle cose più belle mai fatte con i ragazzi. Ma dove sono, ora i ragazzi, perduti nella dispersione del mondo dove tutto è diviso e nemico?
Ecco ora il famoso requiem alternato con una monodia, una litania liturgica, sembrerebbe. Forme così diverse per porsi davanti alla morte, alla preghiera.

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Quale parte di noi dobbiamo scacciare? Con quale parte di noi così potente da non poter essere allontanata, dobbiamo imparare a convivere? E’ quella che ci fa scrivere poesie, che vuole il suo obolo? Quella per cui spesso ci dicono che siamo troppo in là. oltre; noi che con forze così grandi dobbiamo lottare per imparare a stare al mondo!
E così scrivere, anche qui: tra le nuvole di questa tastiera, tra le parole che una presa di corrente staccata potrebbe spazzare come granellini di sabbia soffiati dal vento. E così, anche qui, scrivere vuol dire trovare il senso di queste radici, provare a spezzare le liane tremende, il mastice potentissimo. Per che cosa si agitano i poeti, in fondo? Per un sogno non realizzato dell’infanzia? Per la paura di precipitare nell’ombra? L’ombra è qui, nella lontananza dalle città. Le parole tacciono. I corpi compiono azioni semplici, antiche come la storia del mondo. Le persone guardano l’orizzonte, dormono; i padri giocano con i bambini, i bambini scelgono le pietruzze nel secchiello e le madri osservano i figli mentre nuotano nell’acqua bassa. Siamo tutti animaletti. Semplici animaletti nella luce. Il pensiero si è ritirato nella sua tana rancorosa. Il respiro del mondo è questa risacca. Perché allora, il mondo urla, si lamenta, soffre? Che cosa devono fare i poeti, la poesia? E perché questa mania di dover attribuire ai poeti, alla poesia, le sorti del mondo?

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Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi nella lettura e nella scrittura. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non deve più niente a nessuno; che, spavaldamente e paradossalmente, diventa impossibilità di un giudizio culturalmente condiviso. Mettersi di fronte al mare leggendo il più piccolo dei poeti. Ascoltando la più misera delle canzoni. Sputando in faccia alla selezione culturale, che se è espressione di quella naturale, è contro la legge dell’amore. Applicare il cristianesimo alla letteratura come forma di comprensione delle parole. Non di commiserazione e di giustificazione ma di perdono. Unico modo per non vestire i panni di sacerdote del diritto ad esistere o a non esistere. Non dare a ciascuno il proprio coltello ma la propria ferita. Le ferite subite, non inferte. E tutto questo di fronte a una spiaggia, senza i confini della città, senza il fiato degli uomini sul collo. Senza i richiami subdoli del potere della carne e delle parole.

Rovigno, mercoledì 29 agosto 2007

5 pensieri su “DIARIO DELL’ULTIMO GIORNO DI AGOSTO

  1. fabry2007

    “Applicare il cristianesimo alla letteratura come forma di comprensione delle parole”.
    come non essere d’accordo?
    dal mio punto di vista, ovviamente.

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  2. Giovanni Nuscis

    “…tra le nuvole di questa tastiera, tra le parole che una presa di corrente staccata potrebbe spazzare come granellini di sabbia soffiati dal vento. E così, anche qui, scrivere vuol dire trovare il senso di queste radici, provare a spezzare le liane tremende, il mastice potentissimo.”

    “Che cosa devono fare i poeti, la poesia? E perché questa mania di dover attribuire ai poeti, alla poesia, le sorti del mondo?”

    “Spezzare i legami coi padri e coi fratelli. Essere autenticamente liberi nella lettura e nella scrittura. E’ l’unico modo per fondare un giudizio che non deve più niente a nessuno…”

    “Non dare a ciascuno il proprio coltello ma la propria ferita. Le ferite subite, non inferte.”

    Grazie. Giovanni

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  3. elena f

    Quale parte di noi dobbiamo scacciare?Con quale parte di noi così potente da non poter essere allontanata, dobbiamo imparare a convivere?

    imparare ad amare ciò che è detestabile ciò che deturpa l’idea che abbiamo di noi stessi, è il principio di ogni misericordia. forse non basta una vita intera, ma è un orizzonte cui non dobbiamo stancarci di tendere.

    grazie

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  4. Giorgio

    Grazie, Sebastiano, per questo dono dell’estate che leggo solo adesso. Ci si sente l’ampiezza della stagione, e del mare…

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