
di Giorgio Morale
Parecchi romanzi pubblicati negli ultimi anni parlano del bisogno di scrittura. In alcuni appaiono personaggi, spesso alter ego degli autori, per i quali scrivere è una sorta di imperativo.
“… Scrivere solo quando se ne prova il bisogno; il lavoro è allora come la luce del sole, che s’irradia da una fonte di infinita chiarezza, e non come la scintilla che sprizza dal ferro e la pietra. Questo soltanto è vera arte, e solo chi scrive in questo modo è un vero artista…” dice Lu Hsun (Una famiglia felice).
E tanti poeti e scrittori ricorderanno a memoria i consigli di Rilke in Lettere a un giovane poeta: “Penetrate in voi stesso. Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luogo del vostro cuore… domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere?… Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità”.
Lu Hsun (1881-1936) pare sia stato portato a scrivere quasi malgrado se stesso. Nella Prefazione alla raccolta Alle armi racconta i dolori dell’infanzia, la povertà, la morte del padre, la solitudine… e di come poi un giorno Ch’en Tu-hsiu, fondatore della rivista Gioventù nuova e futuro primo segretario per partito comunista, lo inviti a scrivere per la rivista e lui ne rimanga coinvolto.
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è abbastanza fastidioso (per me) questo rimandare
altrove – si può scrivere tutto il pezzo in entrambi i siti, no?) ma il tema dell’articolo è potente.
leggendo di là mi è venuta a luce questa poesia
di Salvatore Toma che non dico che è bella o che. solo che è.
Il maiale
era lì che mi guardava.
Il macellaio
faceva finta di niente
e gli girava intorno indeciso
col coltellaccio allucinato.
Voltai l’angolo
il maiale pareva
implorarmi a restare
posando alla catena
come un lupo in olfatto.
Così rimasto incantato
non sentì il coltello
forargli la gola
e non vide il sangue
colargli a dirotto.
Era tutto concentrato
a rivedermi apparire.
poi mi permetto di aggiungere che il bisogno di scrivere distrae dalla morte continua ma senza la “grazia” di essa, senza la grazia dell’assenza. ecco forsw si scrive per assentarsi aspettando il colpo di grazia accomodante a cui si lavora (anche inconsapevolmente) per farlo tale dalla nascita
(poi sono solo mie considerazioni]
[appena v’è il pensiero/v’è una parte morta
ma giacchè tutto è già stato pensato, siamo già morti]
un saluto
paola
Caro Giorgio,
potrò leggerti, dopo il treno che mi sta portando fuori casa, ma l’argomento è talmente forte e generoso: lo si afferra subito, che meriterà ben oltre questa nota, che è per gratitudine.
MPIa
mi scuso, Giorgio, aggiungo riprendendo il di mio,un pezzettino al “ragionamento ” non so se per chiarirmi/re o per confondermi/re… boh.
—
poi mi permetto di aggiungere che il bisogno di scrivere distrae dalla morte continua ma senza la “grazia” di essa, senza la grazia della sua “assenza” assenza nel senso che è sempre presente, comunque. ecco forse si scrive per assentarsi – astrarsi – illusoriamenre aspettando il colpo di grazia (illusorio pure quello? sorrido) accomodante a cui si lavora (anche inconsapevolmente) per farlo tale – accomodante – dalla nascita
(poi sono solo mie considerazioni, niente di più)
—
(e mi scuso)
Scrivere solo quando se ne prova il bisogno; dice bene Lu Hsun!
è solo in quei casi che esce la parte esplosiva di noi, l’essenza di un’idea,
che poi, con l’arte del distacco, modelleremo a nostro piacere.
solo così non rischiamo di cadere nel ‘già scritto’.
Grazie a Paola, Maria Pia e Carla.
Paola, mi scuso per il rimando, volevo segnalare questi spunti su un tema che anche per me è potente, e un autore che stimo molto, come scrittore e come uomo, e mi sembrava corretto rimandare allo spazio per cui sono stati pensati, dedicato ad autori stranieri non presenti come meriterebbero oggi in Italia.
Colpisce anche me la poesia di Salvatore Toma, e mi pare che abbia diversi punti di contatto con la tematica posta da Lu Hsun. Sono colpito da questo dolore irrimediabile. Gli intrecci di pensieri sono tanti, che mi pare meglio lasciarli andare e venire liberamente e farmi abitare da essi, anziché chiuderli in una frase che in ogni caso sarebbe più piccola della poesia.
@Giorgio
“lasciarli andare e venire liberamente e farmi abitare da essi, anziché chiuderli in una frase che in ogni caso sarebbe più piccola della poesia”
in accordo con te.
ti ringrazio per le parole e per le parole nella non risposta.
paola
Scrivere solo quando se ne prova il bisogno -dice Lu Hsun.
Per converso mi torna alla mente Pavese, quello che scriveva: “La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti”.
Le sue (pen)ultime parole, quando tutto pareva (o era) svuotato, furono «Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più». Rimbaud sorrideva all’angolo (avrebbe percepito anche lui il momento di smettere): “Allons, chapeau, les deux poings dans les poches, et sortons”.
Sto con Rilke: “Ricercate la ragione che vi chiama a scrivere […] Un’opera d’arte è buona se è nata da necessità.”
e quando il bisogno diventa necessità?
Bella domanda, cara Carla, però non sempre c’è una risposta, come dice Rilke nella stessa lettera: “la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili”. Il quale poi conclude dicendo: “… io non vi so dare altro consiglio che questo: penetrare in voi stesso e provare le profondità in cui balza la vostra vita; alla sua fonte troverete voi la risposta alla domanda se dobbiate voi creare”.
E’ una risposta pratica, ma d’altra parte anche la scrittura è una pratica. Lo stesso Lu Hsun, quando dice all’amico: “Era vero, malgrado le mie convinzioni”, ha trovato forse questa risposta immediata, malgrado se stesso, in un attimo, quando l’amico lo ha messo alle strette.
E’ anche la formula di Marina Cvetaeva: “non posso non“. In questo senso, forse, si può dire che un’opera d’arte è anche opera di natura.
per me , scrivere solo quando si ha qualcosa da dire. Ad esempio nella musica è molto salutare non suonare per un certo periodo e poi riprendere, ne guadagna la creatività. Si può applicare questo concetto anche alla scrittura, di buoni “coveristi” ce ne sono già a tonnellate…
‘che la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili’è verissimo diventano dicibili quando il bisogno e/ò necessità liberano i condotti. credo che con qualche forzatura bisogno e necessità, in questo caso, esprimano lo stesso concetto. unica cosa su cui ho perplessità è che quando subentra la necessità non hai nè il tempo nè l’interesse a verificare se cio che stai creando si ‘debba’ creare, si fa e punto. che sia arte o spazzatura è problema degli altri non di certo tuo.
Sono proprio contento che qui si parli di Lu Hsun!!!
Non lo dimenticherò mai;
un suo racconto sulla vicenda di un tale povero disgraziato, detto A Qu, mi ha segnato.
MarioB.
Anch’io amo molto Lu Hsun, e condivido questo punto di vista. Si scrivese uno ne sente il bisogno… se davvero abbiamo da dire qualcosa soprattutto anoi stessi, perchè la parola scritta aiuta il pensiero a dipanarsi e a prendere forma. Grazie Giulia
Mario, Giulia, lieto che anche voi amiate Lu Hsun. E’ uno di quegli scrittori in cui la continguità vita-opera, arte-convinzioni è subito evidente, pur senza che l’autore occupi mai la scena.
Ed è uno di quegli scrittori verso cui, conoscendo le vicende biografiche, la stima aumenta: per fare un esempio italiano di una simile coerenza e dignità, il nome che per primo mi viene in mente è Dante.