Un nero strato di cemento e ghiaia
allagò l’aia, ricoprì la cenere
di gramigne bruciate.
E sopra la gettata fu murata
una bruna chiancata di arenaria.
Erano in tre: un valente muratore,
un vecchio e un erculeo manovale.
Posavano lastroni ponderosi,
come me fiduciosi che la casa,
la mia casetta, sarebbe durata
nuova e perenne, indenne da ogni tabe.
Ma non c’è scampo: aprile
in ogni minima crepa,
in ogni stampo di conchiglia fossile
insinua certe erbacce
dalle radici dure come scalpelli.
Certe tenaci piovre vegetali,
tentacoli e granfie che a strapparli
strappano malta e pietre come zolle.
Ti resta nelle mani qualche segno
e latice vischioso di celidonia.
Ne avverti ancora dopo mesi
l’odore acre. Settembre
è già quasi passato
e io vivo in un comodo bivano
al terzo piano, in compagnia di un pendulo
potus appeso come un lampadario.
Lontano da gramigne e da cicorie.

terribile gramigna!
nutrirsi del cemento…
🙂
“Le malerbe sono una lezione di morale”, diceva Henry Miller. Per nostra fortuna (e del mondo), ogni tanto ancora ce ne ricordiamo.
Inutile abitare al decimo piano. Con la gramigna devi sempre farci i conti. Buon testo.
Bella, o Giovanni,
vai da un paesaggio agreste
alla natura morta,
senza desolazione,
e con termini cantati
che il cielo ti sorrida
MarioB.
Aprile mese più cruel per fortuna è lontano, come quel filmetto di Moretti. Bella tosta, Giovanni, daccene di più.
franz