Per l’8 marzo #1

Roberto Rossi Testa

(da “Eunoè”, Manni 2005)

Hanno figura umana, e tratto umano,

i pensieri, e gli affetti, e le potenze;

e vanno fra gli uomini,

nel mondo che o non vede, o non comprende.

A me però la grazia è stata fatta,

io l’ho veduto il volto dell’amore,

e lo porto con me, dentro la mente.

Perché, senza rumore,

tu sei venuta dietro alle mie spalle

mentre scrivevo, e a piana voce hai letto:

e per la prima volta

ciò che udivo nel sogno e riportavo

con aspra lotta, qui,

nella pronunzia esatta ha preso luce,

e portamento, e forma.

Ha preso vita; e come un pellegrino

che lascia la via torta per la dritta

si è alzato verso l’alto,

verso la stella che atterrisce e invita,

verso l’istante prima della nascita:

dove ogni cosa ancora

può avere giusto impulso, e giusta impronta.

Non era vano, allora, il mio sognare,

non era troppo ardito il mio traguardo!

Tu sempre mi sei stata più vicina

della vena del cuore:

e le parole emerse dalla notte

non sanno di menzogne, né di addii:

riecheggiano nel tempo di un abbraccio

che dura all’infinito, e all’infinito

ridà vigore all’anima.

È il tempo dello sguardo innamorato,

che non chiede o riprova, ma carezza:

senti, signora, il perdersi degli occhi

nel lampo, e nell’ebbrezza;

sentili oltrepassare nubi e cieli;

e senti l’affondare

sì quieto, e inarrestabile,

della mia ardente cera nel tuo stampo.

(1988)

*

Dall’intima distanza della pagina

una voce ammoniva: “Non voltarti:

bugiarda è la memoria,

ogni immagine ormai ti mentirà”.

Colpito mi richiusi, mi fermai.

Ma quando percepii una fragranza,

lo scorrere sommesso di un sorriso

e il cedere del letto a un altro corpo

che lieve lo premeva,

io non volli non credere alla vita:

e mi volsi, e la vidi, oltre la stanza:

scendeva in panni grezzi, in scialli grigi,

conduceva dai colli verso il mare

un gregge mormorante;

e come in una danza, nuda e chiara,

con solo il nero di capelli ed occhi,

saliva a un’acqua diaccia, usciva all’aria

tesa sull’invisibile confine,

incerta se accostarsi o rifuggire.

E subito lei fu presso di me,

stagliata contro il blu fondo del cielo:

vibrante d’ansia e pronta nell’offrirmi

l’ansa dei fianchi e delle labbra schiuse,

e la dura sostanza dei suoi grani,

e il dolce della polpa più matura.

“Siamo da sempre abissi che si chiamano”

piano mi disse. Ed io

entrando in lei intesi un lungo flutto

che si frangeva contro la mia roccia;

e un frullo d’ala, soffocato e secco;

e il tuffo di una selce, o di ossidiana,

o di un becco stillante nel mio petto.

(1995)
***
/Momo kuute
tabako wo suute
hitoritabi

/Mangiando pesche
fumando sigarette
viaggio da sola

(a cura di Arturo Fabra)

Di Hoshino Tatsuko, prima poetessa a fondare una rivista di Haiku nel 1930, ed è intitolato “la ribellione”, contrapponendo un sensuale gesto femminile (mangiare pesche) a due atteggiamenti tipicamente maschili.

***

MARGUERITE DURAS, LA VITA MATERIALE

(a cura di Rosella Postorino)

Vi sono donne che buttano. Io butto via molto.
Per quindici anni, ho gettato i manoscritti non appena usciva il libro.
Se cerco un perché, credo che fosse per cancellare il reato, svalutarlo
ai miei stessi occhi, per “far buona figura” nel mio ambiente, per
attenuare l’indecenza di scrivere essendo una donna, e questo solo
quarant’anni fa. Conservavo scampoli di stoffe, avanzi di cibi, ma non
per questo. Per dieci anni ho bruciato i miei manoscritti. Poi un
giorno qualcuno mi ha detto: “Tienili per tuo figlio più tardi, non si
sa mai”.
La cosa si consumava nel caminetto della sala di Neauphle. Era la
distruzione capitale, quella attraverso il fuoco. Ho dunque saputo così
presto nella vita di essere una scrittrice? Probabilmente. Ricordo
l’indomani di quei giorni. La stanza tornava chiara, virginale. La casa
si illuminava, i tavoli tornavano a essere disponibili, lisci, sgombri,
sparita ogni traccia.
Prima, le donne tenevano tutto. Conservavano i giocattoli dei bambini,
i loro compiti, i primi temi. Tenevano le fotografie di quando erano
giovani. Fotografie scure, sfocate, che meravigliavano. Tenevano i
vestiti di quand’erano ragazze, l’abito da sposa, il mazzolino di fiori
d’arancio, ma soprattutto le fotografie. Fotografie di un mondo che i
loro figli non avevano conosciuto, valide per loro soltanto.

[…]

Nei secoli precedenti, la maggior parte delle donne aveva due o tre
casacche, una camicia, due gonne; d’inverno portavano tutto addosso,
d’estate quegli indumenti stavano in un fazzoletto di cotone annodato
agli angoli. Ed è così che andavano a sposarsi o a lavorare a giornata.
Adesso le donne devono avere tanti vestiti, duecentocinquanta volte di
più che duecento anni fa. Ma la vita della donna in casa resta dello
stesso tipo. Si tratta sempre di un’esistenza come scritta, già
descritta, anche ai suoi stessi occhi. Di una parte, in qualche modo,
nel senso comune del termine, ma che lei reciterebbe a se stessa
inevitabilmente e quasi inconsciamente: così, nello scenario di
solitudine profonda che è stato per secoli e secoli quello della sua
vita, così, la donna viaggia. Questo viaggio non è la guerra né la
crociata, è un viaggio nella casa, nella foresta, e nella sua mente
imbottita di credenze, spesso debole, malata. In questo caso è promossa
al rango di strega, come lo siete voi, come lo sono io, e bruciata.

[…]

Siamo qui dove si fa la nostra storia. Da nessun’altra parte. Non
abbiamo altri amanti oltre a quelli del sogno. Non abbiamo desideri
umani. Conosciamo solo il volto delle bestie, la forma e la bellezza
delle foreste. Abbiamo paura di noi stesse. Freddo in tutto il corpo.
Siamo fatte di freddo, di paura, di desiderio. Ci bruciavano. E ancora
ci uccidono nel Kuwait e nelle campagne dell’Arabia.
***

L’aspirante
di Sylvia Plath

(a cura di Giorgio Morale)

Prima di tutto ce li hai i requisiti?
Ce l’hai
un occhio di vetro, denti finti o una gruccia,
un tirante o un uncino,
seni di gomma, inguine di gomma,

rattoppi a qualcosa che manca? Ah
no? E allora che mai possiamo darti?
Smetti di piangere.
Apri la mano.
Vuota? Vuota. Ma ecco una mano

che la riempie, disposta
a porgere tazze di tè e sgominare emicranie
e a fare ogni cosa gli dirai.
La vorresti sposare?
È garantita,

ti tapperà gli occhi alla fine della vita
e del dolore.
Con quel sale ci rinnoviamo le scorte.
Vedo che sei nuda come un verme.
Che te ne pare di questo vestito –

Un po’ rigido e nero, ma niente male.
Lo vorresti sposare?
È impermeabile, in frantumabile, abile
contro il fuoco e imbombardabile.
Credi a me, ti ci farai sotterrare.

E adesso, scusa, hai vuota la testa.
Ho la cosa che fa per te.
Su, su, carina, esci fuori dal guscio
Ecco, ti piace questa?
Nuda per cominciare come una pagina bianca

ma in venticinqu’anni d’argento,
d’oro in cinquanta potrà diventare
Una bambola viva, sotto ogni aspetto.
Sa cucire, sa cucinare,
sa parlare, parlare, parlare.

E funzione, non ha una magagna.
Qua c’è un buco, che è una manna.
Qua un occhio, una vera visione.
Ragazzo mio, è l’ultima occasione.
La vorresti sposare, sposare, sposare?

***
da Ricordo
di Anna Achmatova

(a cura di Giorgio Morale)

M’hai inventata. Simile donna non esiste
e non può esistere. Un medico
non saprebbe guarirla, né dissetarla un poeta.
E’ l’ombra di un fantasma che giorno e notte ti turba.

4 pensieri su “Per l’8 marzo #1

  1. Stella Maria

    “…evviva le donne, evviva le belle donne, che sono le colombe dell’amor…” così recitava una canzone di un po’ di tempo fa di non so chi.
    si evviva le donne che lo sono tutti i giorni ma sono così speciali da avere un giorno tutto per loro.

    evviva le donne e gli uomini che le amano e onorano con così bella poesia come Roberto.

    Evviva le donne di Marguerite Duras che cambiano aspetto ma in fondo restan nel cuore e nel loro ruolo sempre le stesse.

    si le donne di Silvia Plath, perchè siamo anche questo.

    le donne sono un universo in espansione e movimento, un insieme di contraddizioni ma in fondo solo e sempre delle bambine in cerca di protezione e delle mamme sempre pronte a proteggere.
    sono un universo d’amore senza confine e se sono cattive è solo perchè non vengono amate e capite.

    Sono le donne della canzone di Fiorella Mannoia e di quella di Zucchero, quelle morte l’8 marzo in fabbrica, la Benazir, Nannarella, quelle nascoste sotto il burqa dell’Islam e quelle occidentali con il burqa invisibile. sono quelle oggetto che ammiccano dai cartelloni pubblicitari, quelle che vanno missionarie e quelle chiuse in clausura ….

    le donne sono solo donne, belle o brutte, sciocche o intelligenti con un unico grande bisogno, essere amate e un po’ adorate, ricordate e apprezzate ogni giorno, perchè ogni giorno è l’8 marzo. e non abbiam bisogno di principi azzurri ne di supereroi ma solo di uomini così intelligenti da considerarci esseri umani al loro pari, che non abbiano timori di confrontarsi anche se ne possono uscire sconfitti ma comunque sempre amati.

    evviva gli uomini perchè senza di loro non esisteremmo e non potremmo amare.
    Stella

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  2. Chiara

    E ancora: immenso. Piccolo Haiku che concentra/spalnca i sensi.

    Grazie Arturo

    P.s. ” contrapponendo un sensuale gesto femminile (mangiare pesche) a due atteggiamenti tipicamente maschili”: ne ho dedotto che sono tipicamente maschile.

    Un abbraccio a tutti

    Chiara

    Rispondi

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