Provocazione in forma d’apologo 145

Il vecchio scrittore ormai esce solo per stretta necessità. Lo frastornano troppo tutta quella confusione e quei rumori, che a tratti si fanno violenti, proprio come ora: davanti a lui due auto (una berlina e una sportiva, una gialla e una blu), si sono scontrate. Una è passata col rosso; accorre gente e ciascuno proclama la sua alzando la voce, sbracciandosi. Poi uno si volta verso il vecchio dicendo: “Il signore era proprio qui davanti, deve aver visto tutto, parli lui che certamente sa”. Il vecchio ha un sussulto e arretra, balbettando: “Io no… io no, davvero…” e a spalle crollate si affretta verso casa, ogni tanto dicendosi, ma sempre più incerto, che la gialla doveva essere la sportiva, forte del fatto che le berline sono le auto blu per antonomasia.

Finalmente al sicuro, sale sull’ascensore. Deve scendere al terzo piano, e fra il secondo e il terzo ha una serie di lampi: scene come quelle che vede nelle pubblicità di certi film, dei detersivi, nei videogiochi di un suo nipote; come quelle descritte nei libri che fin quando ne è stato in grado ha letto, a volte anche tradotto; come quelle vissute nei sogni fatti nella più tenera età, addirittura forse anche prima di nascere.
Senza neppure cambiarsi il vecchio va dritto al pc e comincia a picchiare sui tasti. Per tre ore buone scrive delle scene vedute poco prima in ascensore, incurante del sudore che gli cola dalla fronte (ha caldo, dunque è vestito pesante, dunque fuori doveva far freddo; ma pioveva ancora, o aveva già smesso?).
Quando il vecchio ha finito, salva, aggiorna gli indici, stampa e mette le pagine scritte in un dossier numerato: che tutto, almeno qui, sia in ordine perfetto: per quando gli eredi, al momento opportuno, secondo il suo comando dovranno distruggere tutto. Ma forse, anche senza comando, lo farebbero egualmente, per salvaguardare la sua memoria.

2 pensieri su “Provocazione in forma d’apologo 145

  1. Chiara Daino

    Per dissociazioni tutte mie – martellano i versi di Pessoa [Se qualcuno un giorno bussa alla tua porta,/ dicendo che è un mio emissario,/non credergli, anche se sono io] nei passi di questo *vecchio scrittore* che non è uno *scrittore vecchio* [e chi non nota la differenza sbanda sul senso]. I *passanti* invocano, esigono – qualcuno si assuma la responsabilità del dire. Di quel dire *incidentale/incidentato* che non dura. Si scrive sempre per il popolo futuro – dell’eterno presente. E si apre *a chi non bussa alla tua porta* – per questo la distruzione. Per costruire. Da una certa ferita in poi si può solo distruggere perché qualcun altro [ri]costruisca. Quel qualcuno è l’erede che impara e dimentica

    Grazie Roberto

    Rispondi
    1. robertorossitesta

      Cara Chiara,
      se non mi paresse d’averlo scritto io, direi che l’hai scritto tu.
      Grazie a te, un abbraccio,
      Roberto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *