70. Statue

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Maria sta contemplando la statua di san Giuseppe, issata sulla sommità di un pannello in legno con bassorilievi di personaggi sconosciuti. A dire il vero non è certa che sia san Giuseppe, ma in fondo, cosa cambia? E’ il contatto con la dimensione ulteriore che conta, dunque un santo vale l’altro, le viene da pensare. In realtà è attratta dalla statua in sé, la sicurezza che ostenta, l’impassibilità impermeabile a qualsiasi evento positivo o negativo. Le parrebbe utile se uno scrittore potesse vivere così una parte del suo tempo, osservando i pellegrini che vagano per le navate, ognuno con un sogno inespresso e, proprio per questo, affascinante. Chissà quali preghiere sbocciano di fronte al pezzo di legno, immobile come se gioie e dolori degli oranti non lo toccassero affatto, anzi, fosse infastidito dagli occhi pieni di lacrime, privi di pudore, dalle frasi biascicate e incomprensibili, le litanie monotone che sfumano nel buio e nel fumo dei mozziconi di candela senza ritmo né ordine; a Maria vengono in mente le scuole di scrittura, le tecniche per incanalare l’energia, limarla, renderla leggibile, perfetta nella struttura collaudata e la gradevolezza dei passaggi; si chiede se la tecnica non vada insegnata i primi anni di scuola, per educare i bambini alla disciplina di subordinate e coordinate, di punti e virgole e trattini di separazione, di alti e bassi emotivi, di descrizioni precise di dialoghi e ambienti, di analisi puntuali di sentimenti e sensazioni. Posa le mani sull’altare: sente la polvere che penetra nel palmo, nelle dita, si aggrappa all’orlo del maglione. Alza gli occhi alla scultura impassibile, impermeabile all’angoscia della sua ricerca, all’impeto dell’ispirazione che l’assale a tradimento, al punto che afferra il notes dalla tasca e comincia a scrivere di getto:
Maria sta contemplando la statua di san Giuseppe, issata sulla sommità di un pannello in legno con bassorilievi di personaggi sconosciuti. A dire il vero non è certa che sia san Giuseppe, ma in fondo, cosa cambia? E’ il contatto con la dimensione ulteriore che conta, dunque un santo vale l’altro, le viene da pensare.
Si rende conto che non è la tecnica a guidare la mano, ma l’energia che scorre dalla faccia lignea, il fiume che perfeziona il suo percorso solo urtando contro sponde sempre nuove, di sabbia o di pietra o di cemento: il canale giusto si plasma correggendo ogni volta la rotta e lo scrittore, come il fiume, può apprendere solo dagli errori, s’impadronisce del mestiere lasciandosi andare nell’incontro con la statua che giace nell’inconscio, in ascolto paziente di frasi biascicate e incomprensibili, litanie monotone che sfumano nel buio e nel fumo dei mozziconi di candela senza ritmo né ordine. Maria sta piangendo: ha afferrato il segreto davanti al santo ormai invisibile dentro il fumo del cero acceso per la salvezza di don Faber. San Giuseppe, o chi per lui, il primo miracolo l’ha fatto.

10 pensieri su “70. Statue”

  1. nadia agustoni

    Apprendiamo dagli errori, scrivendo e anche vivendo. Il secondo caso è più drammatico spesso. Dalle figure dei santi dovremmo imparare la pazienza anche nello sconforto, li vedo come guerrieri i santi, domano belve interiori. Grazie Fabrizio.

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  2. M&C

    Qualcuno, non mi ricordo chi, ha detto che il Santo è colui che fa in modo straordinario le cose ordinarie della vita, perchè accetta tutto con serenità, agendo con Amore e sorridendo anche nella stanchezza: la santità non è un privilegio di pochi ma un dovere di tutti i cristiani.
    Come Maria, mi piacerebbe riuscire a “lasciarmi andare nell’incontro con la statua che giace nell’inconscio, in ascolto paziente”!

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  3. Anonimo

    E’ un esercizio di stile come quello di “Dove vai?Al cinema. A vedere? Quo vadis. Che significa? Dove vai? Al cinema….”

    la potenza della preghiera salva davvero!
    don Faber e’ vivo (e’ un buon segno che abbia avuto questa ispirazione dopo un post piu’ demoralizzato, caro don Fabrizio. Coraggio, anche Maria prega per lei 🙂

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  4. Rashide

    Che fortunata Maria che ha afferrato il segreto davanti al santo!
    Vorrei tanto interpretare i miei sogni fatti con il mio santo confessore.
    Mi sa che pure questo romanzo sta operando nel mio inconscio.
    La statua di San Giuseppe che non è quella del santo , mi fa pensare a quella di San Carlo de Sezze che mi sembra fosse quella di San Francesco di Assisi.

    Un abbraccio.

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  5. annamaria orlandi

    Senza l’energia che solo la vita e gli errori danno, non ci può essere verità e racconto. Ma senza stile o forma il racconto non è avvincente.Questo tuo brano,che mi ha colpito per quello che dice e per come lo dice, ne è la prova. Continua Fabrizio. Grazie anche per le tue omelie che mi fanno riscoprire,ancora,il Vangelo.Grazie.

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  6. Emanuelabianchi

    “si chiede se la tecnica non vada insegnata i primi anni di scuola, per educare i bambini alla disciplina di subordinate e coordinate, di punti e virgole e trattini di separazione, di alti e bassi emotivi, di descrizioni precise di dialoghi e ambienti, di analisi puntuali di sentimenti e sensazioni”
    Purtroppo non si puo’ imparare a “posare le mani sull’altare”.
    Lo si fa e basta,non c’è tecnica da poter insegnare.
    Così facendo,prima ancora di pregare per la salvezza di qualcuno, abbiamo salvato noi stessi!
    Grazie per le belle intuizioni.

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  7. Stella Maria

    Questo brano mi fa pensare a “San Matteo e l’angelo” di Caravaggio.
    Chi scrive è Matteo ma lo Spirito di Dio detta e muove la mano su carta, facendo portare l’essenza da un messaggero
    La mano che scrive è quella di Maria ma è guidata da un pensiero più grande che appartiene a qualcun altro, è l’spirazione pura, spirito dell’autore vero, fusione fra personaggio e anima.
    Mi chiedo chi è il messaggero.
    SM

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