Il budda che ride

di Kika Bohr


La signora Anna vende bric à brac al mercatino sotto casa mia. Il lunedì piazza la sua bancarella un po’ più distante mentre il giovedì è molto vicina (vicino al senegalese che mi ha venduto il presepe) e posso scorgere quasi tutto quello che ha dalla finestra. Ecco un approssimativo elenco delle cose comprate: un vecchio modellino di Citroën (modello 11 légère) nera, senza cofano anteriore (che mi sono ripromessa di aggiustare ma che non ho ancora fatto), un cestino per la frutta in metallo intrecciato (trovo molto bello il colore metallo/ruggine/azzurrino-verderame) non molto adatto in realtà per la frutta, un vaso per fiori con un orchidea applicata in metallo zincato e una cuccuma stagnata – col suo bel coperchio – che potrei utilizzare se dovessi dipingere qualche natura morta (chi mi conosce dice con una certa ragione che ho sempre delle buone scuse per comprare cianfrusaglie).

Qualche anno fa le avevo anche comprato un budda magro di legno chiaro con un copricapo (o è la capigliatura raccolta in chignon sulla testa?) e con gli occhi chiusi. Pare serio o sognante. Naturalmente, come ogni buon budda che si rispetti, ha le gambe incrociate e questo ha anche le mani raccolte sulle ginocchia. Per via di una fenditura che percorre a metà tutta la parte inferiore del corpo, Anna mi ha fatto un prezzo molto basso. Mi piacciono i budda, soprattutto quelli ben fatti perché mi fanno pensare alla mia amica Giulia che si era convertita al buddismo, e mi insegnò anche (lei e un suo amico lama) alcune pratiche che ancora pratico, pur non essendo una seguace. Lei aveva in casa begli arazzi e statuette indiane e tibetane del Budda sorridente, di quel sorriso leggero e ineffabile… ma lei, Giulia, aveva raramente quel sorriso lì, piuttosto scoppiava in risate famose, a seguito di battute salaci e corti circuiti del pensiero spassosi e raffinati. Così, quando l’anno scorso ho visto un «budda che ride» dalla mia cara dealer di irresistibili robivecchi, Anna, non ho resistito: prima l’ho visto un lunedì di mattina presto, passando per andare a scuola, poi il giovedì dalla finestra di casa mia, poi ho chiesto il prezzo ma mi sembrava esageratamente alto (guarda come è bello questo legno esotico) e stavo già rinunciando ma ogni volta che passavo lì davanti il lunedì (o il giovedì affacciandomi alla finestra) controllavo se non era stato venduto. Un lunedì non l’ho visto e ho chiesto al ragazzo che aiuta Anna – quasi sperando che non l’avessero più tanto da levarmi l’ossessione. L’avevano ancora e me l’hanno venduto con uno sconto. Qualche settimana più tardi, guardandolo meglio, mi sono accorta che è di plastica, ne sono quasi certa e mi vergogno talmente di essere stata gabbata che non l’ho detto a nessuno, men che meno ai miei fratelli che sono entrambi esperti di legno… D’altronde cosa ci si può aspettare da un budda che ride? Per questo lo tengo caro perché mi serva da lezione, ogni volta che incrocio il suo sguardo malizioso in alto sulla libreria. Tra l’altro, ultimamente Anna mi fa molto spesso dei regali, avrà rimorsi di coscienza o non se n’è accorta nemmeno lei? Forse è un caso, chissà cosa ne direbbe la mia amica Giulia se fosse ancora con noi, sono sicura che se ne sarebbe fatta una sonora risata.

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