Edoardo Sant’Elia. Filosofia delle narrazioni contemporanee. La Solitudine. 4

La Solitudine 4. Le scoperte dell’occhio

È fatta di tante cose una città. Cose che risultano avvinghiate da legami antichi, misteriosi, viscerali; assieme ad altre casualmente apparentate, una vicinanza creata dal tempo, dalle occasioni, uno stare assieme senza metodo, senza ragioni apparenti.

E senza umane presenze, che non compaiono tra le pagine del volume fotografico Milano sola, di Matteo Caremoli. Pesa, quest’assenza? Il contesto, per quanto evocativo, possiede in effetti una propria autonomia. Un riserbo dignitoso aleggia ovunque; non un senso di chiusura, di fuga dalle emozioni, dalla confusione inevitabile, fervida, che rende i luoghi degni di essere vissuti. Piuttosto una serena fermezza, che va progressivamente solidificandosi, che offre i suoi spazi senza illusioni, senza pretendere troppo, eppure con una sorta di romanticismo sotteso, forse involontario.
La cascina giallastra dal tetto spiovente, dalle persiane verdi come la staccionata, quei muri scrostati e segnati da graffiti, il negozio di tabacchi con l’ingresso aperto da cui nulla si intravede: tutto ciò non appare desolato né tantomeno poetico; sta per conto suo, come i palazzi alle spalle, rigorosamente anonimi. La stalla in disuso segmentata da tubi e transenne arrugginiti è completamente invasa dalle macerie, ma non suscita un senso di sconforto, né vira verso una dimensione apocalittica; più che lo sfacelo si coglie la possibilità di un nuovo inizio, l’opportunità di mettersi all’opera. Il grattacielo sghimbescio che svetta affilato in cielo, pronto a fare a fette le nuvole, si disoccupa di tutto ciò che lo circonda, non bada ai brandelli di campagna che spuntano in primo piano, alberi e ciuffi d’erba lasciati a sé stessi. D’altronde, nella foto accanto, ammiriamo il bosco verticale che cresce orgoglioso tra i balconi di un palazzo, balconi che scompaiono quasi tra il fogliame fittissimo; e non c’è vanità in questa crescita verde, in questa orgogliosa rivincita: la compresenza della natura e del cemento, il loro inedito connubio, appare come una semplice variante del panorama urbano, una variante originale ma non impossibile.
La solitudine di questi luoghi, del centro come della periferia, è una solitudine operosa. Sui resti del palazzo imperiale di Massimiano spunta un balconcino, con le sue piante: più che uno sfregio, un segno di appartata vitalità. Una bicicletta: e sullo sfondo l’abside monumentale di piazza Santa Maria delle Grazie; un’altra bicicletta: ed è appoggiata al muro della piccola chiesa della Madonna dell’Assunta. Nella diversa collocazione, nell’eguale semplicità, i due mezzi di trasporto giacciono senza malinconia, attendono solo di essere inforcati, di andare oltre, di pedalare verso una meta, verso uno scopo. La cappella del cimitero di Muggiano, bianchissima, non abbaglia con la sua purezza, non si staglia eterna contro il cielo: si limita ad esprimere devozione, accoglienza. Le acque che scorrono lungo i navigli lambiscono un territorio caratteristico, come caratteristiche sono le case di ringhiera, con le scale, i ballatoi; ma il passato non preme sul presente, non si pone come pietra di paragone: il giudizio appare sospeso in ragione di una continuità doverosa, inevitabile.
La solitudine che ci trasmette l’occhio del fotografo appartiene tanto alla città quanto ai grandi assenti, le donne e gli uomini che in queste immagini non la percorrono, non ne riempiono i vuoti, e che ne fanno parte, tuttavia, che le hanno dato forma e significato. Sono i portatori di una solitudine assorbita nel quotidiano, nel divenire. Estratti ma non espulsi dal contesto, fanno sì che il contesto stesso li rappresenti, assoluto protagonista di una realtà composta per accumulo di dettagli, grandi e piccoli. Nulla di scenografico in questa Milano essenziale, dal fascino raccolto; troppo concreti i grattacieli e i parchi, le chiese e le cascine, i mobili abbandonati in strada e i monumenti. Alla fine, comunque, una Milano che sembra non poter fare a meno dei milanesi, fantasmi altrettanto concreti, custodi attivi della propria solitudine.

Matteo Caremoli, Milano sola, Magenes Editoriale 2024

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