Via Cafaro una volta la chiamavano la strada dei pazzi. Una strada storta, squilibrata, con le nuvole che entravano e uscivano dalle orecchie dei muli. Ora è dritta, levigata, anodizzata, ora è una strada qualunque dove si vede che c’è ancora qualcuno solo perché c’è la macchina parcheggiata davanti alla casa. Il silenzio è unanime. Gli ultimi abitanti hanno una spalla in lacrime.
Via Portolecchia aveva il grano e piccoli papaveri davanti alle porte. In fondo, verso la ripa degli impisi c’era una barricata di spine. Quando ci si alzava nelle albe estive per andare insieme verso la campagna la strada diventava un giocattolo per i bambini. Adesso tutta la strada ha uno sguardo spento, obbediente. Perfino Zio Pasquale Mitrione ha smesso di frugare nella sua rabbia. Accende la televisione appena si alza. Cosa sente? Il fragore delle chiacchiere che sta maciullando il mondo.
Via Tagliata a gennaio aveva la neve che saliva fino alle finestre. Dentro le stanze imbiancate a calce ardeva il fumo, ardevano storie per stare insieme nella conca morta delle ore. Quest’anno la strada è rimasta asciutta, senza pianti e senza neve.
Via Garibaldi era piena di logge insanguinate dal sangue del porco. Il vento di marzo dava nuovo slancio ai pazzi. Tutta una strada piena di risse e malumore, ma il giorno del santo si copriva di petali di rose e il santo qui scendeva, si fermava a bere un bicchiere nelle case. Adesso qui puoi sentire miagolare un gatto e un tramonto. D’estate le formiche si fermano ai confini delle porte.
Via Cupa era la strada delle rondini e dei suicidi: almeno uno all’anno. La casa del morto per mesi e per anni appariva più pallida delle altre. Adesso la morte non ha bisogno di questi sponsor. La furia del lutto si è placata perché tutta la strada è morta. Qui il nulla ha la sua festa, la sua torta.
Via Orologio vecchio era molto lunga. Chi abitava all’inizio vedeva il tramonto molto prima di quelli che lo vedevano alla fine. La merda degli asini si raccoglieva nella curva dove giocavamo a pallone. Facevamo sul serio allora, ci riempivamo anche le vene di sudore. Adesso ogni casa è un’ambulanza di cemento armato. Dalle finestre osservo gli intubati prendere ossigeno dal televisore.

parole che, se campo, ricorderò e rileggerò. adesso le stampo e me le porto un po’ più vicine.
per antonella:è un omaggio per una persona che mi è molto cara. una persona che dovrebbe stare al mondo per tutto il tempo che il mondo resterà in vita. sto chiudendo un libro a cui tengo molto e forse qualcuna di queste righe finirà per stare insieme alle altre.
grazie marina.
Immagini davvero originali in questo racconto, a cominciare da questa: “con le nuvole che entravano e uscivano dalle orecchie dei muli”
E quest’ultima: “Adesso ogni casa è un’ambulanza di cemento armato. Dalle finestre osservo gli intubati prendere ossigeno dal televisore.”
Complimenti
Giovanni
Le vie sono vie.
Nelle vie ci stanno persone, in genere, a volte serenamente, a volte no, ma il rapporto tra lo stato degli stanti e la via non è definibile.
ciao Franco!
dimmi una cosa, ma tutti questi nomi, di vie e di persone, sono reali?
mi sembra di vederli i tuoi personaggi…(zio Pasquale Mitrione in particolare).
c’è sempre un fondo di cupezza nei tuoi racconti, che lascia dell’amaro..
dovresti mitigarlo con qualcosa di più leggero, magari un pizzico di ironia in più, non sò…!
Un carissimo saluto da via per lezzeno, dove abito io.
baci e buona giornata 😉
carla
forse un luogo per farlo vedere meglio devi ricostrirlo interamente nello studio. uno dei problemi del libro adesso è che devo sistemare le parti “girate” in esterno col paese ricostruito in studio. quanto all’ironia, direi che nel libro è dilangante e il lavoro di questi giorni è asciugarla.
qui voglio anche dire, visto che mi rivolgo a gente che scrive, un’altra cosa. sono andato a letto alle cinque e mi sono svegliato alle otto. mi attende una lunga giornata, ma quando entri veramente nella scrittura le ore hanno un altro peso.
Molto molto belle queste “descrizioni”.
Prosa poetica assai. E ricca di immagini inedite.
io la ringrazio Arminio
ogni volta che la leggo
mi vien nostalgia del mio paesino
e di quando vivere non aveva peso
e mi dispiace
e io la studio, sa?
Perchè un certo pudore
mi trattiene
e non vorrei fosse vergogna
o immaturità.
Lei mi libera. E copioincollo
passo al microscopio
e ancora non capisco perchè
mi fa star bene.
che bellezza.
cito Mario: *ancora non capisco perché mi fa star bene*, ma mi fa star bene.
Grazie, Franco.
Memoria e percorsi. Con piacere ci si perde.