“Perché ve ne state qui…senza fare niente?”
(G. Baglione, XVII sec., Carità e Giustizia)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
“Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”.
Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”.
Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi”. [Mt 20,1-16]
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Tre regole fondamentali erano a fondamento del vivere civile secondo il Diritto Romano: “honeste vivere” (vivere onestamente), “alterum non ledere” (non fare del male agli altri), “suum cuique tribuere” (dare a ciascuno il suo).
Non si può negare che siano regole di garanzia per una buona e pacifica convivenza civile. Basta farsi i fatti propri e rispettare quelli degli altri. Non è difficile. E che altro si può chiedere?
Il padrone della vigna va oltre. Per che cosa è fatto l’essere umano? Per il Diritto?, per la Giustizia?
Questi sono solo strumenti, mai fini. Il fine è la dignità dell’essere umano, la sua vocazione e il suo destino. Non siamo fatti per la Giustizia. L’Amore è il nostro destino. Non importa se è già tardi, non importa se il monte-ore è minore rispetto a quello di altri. Siamo fatti per l’Amore, sovvertitore di ogni regola, soverchiatore di ogni misura. Dare ad ognuno il suo è restituire ad ognuno la dignità per cui è fatto e anche il lavoro fa parte di questa dignità. Un uomo o una donna senza lavoro sono persone a cui è tolta la possibilità di costruzione e la possibilità di autonomia. In poche parole, viene negata la libertà di essere quello che si è. Siamo abituati a padroni attenti solo al loro profitto, per cui sono pronti a calpestare e a negare la dignità altrui. Sarebbe già tanto se si considerassero le tre regole del Diritto Romano, ma il Vangelo sa andare oltre. E ci chiede di andare oltre.
“Perché ve ne state qui tutto il giorno a non fare niente?” questo è ciò che danneggia e distrugge la dignità di un essere umano.
Nella vigna di questo padrone, invece, c’è sempre bisogno di operai, a qualunque ora del giorno. E a qualunque ora del giorno, chi non ha trovato collocazione altrove, può trovare qui il suo posto. Questa è la ricompensa. Quella vera. Con questo padrone, non si tratta con il Diritto alla mano, lui usa altro criterio che la Giustizia distributiva. Il “merito” non è dato dal numero di ore di lavoro, ma semplicemente dal fatto di aver accettato di lavorare nella vigna.
Ai suoi occhi nessuno è più meritevole di un altro. Anzi, proprio quelli che nessuno aveva voluto sono più ben accolti. Nessun contratto di lavoro potrebbe rispettare clausole come questa. Sappiamo contare e misurare e non concepiamo altra misura che la nostra. Così, tutto sembra essere classificabile, in un ordine stabilito, con privilegi e pseudodiritti. Qui non ci viene proposta alcuna classifica. Nessuno arriva primo, nessuno arriva ultimo, non c’è gara. C’è solo una vigna da coltivare perché porti frutto.Non si tratta di stabilire graduatorie. Qualunque ordine, a partire dai primi o dagli ultimi, sarebbe contraddittorio. Non ci viene chiesta la banalità interpretativa che vede come prioritaria la scelta degli ultimi.
Semplicemente, ci viene chiesto di sovvertire i criteri. L’importante non è né essere primo, né ultimo. L’importante è lavorare nella vigna. L’importante è aver lasciato tutto per seguirlo.
Pone una distanza, Gesù, fra il maestro e i discepoli: il mio modo di pensare non è il vostro e il vostro è diverso dal mio (“Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri” Is.55,8). Una distanza non colmabile con la logica del senso comune e neanche con la logica di una giustizia distributiva, fatta di diritti e di doveri, di meriti e di retribuzioni. C’è un solo modo per colmare la distanza: mettersi alla sequela di Gesù, sporcarsi le mani con la terra della sua vigna.
Non abbiamo meriti da far valere: cosa sarebbe un nostro atto d’amore di fronte all’abisso d’amore che è Dio? Il primo e l’ultimo hanno solo un’accezione temporale, cronologica, non di valore, non di merito. E questo vale sia per il primo, sia per l’ultimo. Come non è sufficiente essere primi per avere un qualche diritto, così non serve neanche essere ultimi.
“Vieni e seguimi” e “va’ a lavorare nella mia vigna”: sono questi i criteri del “Regno”. Nessuno arriva primo, nessuno arriva ultimo. Non c’è gara. C’è solo una vigna da coltivare perché porti frutto.
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