di Fabrizio Centofanti
Gualberto Alvino è stato l’uomo della tradizione, l’uomo delle origini. Voleva dare un fondamento alle cose e alle parole, trovando per ognuna la collocazione più precisa, come se cercasse l’Ordine nascosto sotteso alla realtà. Comunicava serenità, come fosse sempre contento della vita, anche coltivando le sane ambizioni che ogni intellettuale custodisce in un cassetto del suo studio. C’era in lui una curiosa miscela di eccellenza e discrezione, come se volesse incidere senza mai apparire. Dava l’idea d’essere totalmente assorbito dallo studio, ma sono convinto che i suoi famigliari ci direbbero di una presenza mai venuta meno. Aveva raggiunto, probabilmente, l’equilibrio dei saggi.
Gualberto appartiene a quella specie di persone che trovano la vena aurifera della passione, e la coltivano con entusiasmo ininterrotto.
Tutto ciò ha fatto, del nostro, un uomo non solo competente oltre ogni dire – pochi come lui conoscevano le sfumature della nostra lingua -, ma anche affidabile, rappacificante, una garanzia per ogni genere di condivisione, come quella che donava al nostro blog, “La poesia e lo spirito”, con la sua seguitissima rubrica “L’arte dello scrivere”.
Gualberto dava l’impressione di coltivare, sotto il rigore delle forme perfette, una passione travolgente che emergeva, ad esempio, nella verve polemica con cui portava avanti certe sue granitiche certezze.
Mi metteva al corrente dei suoi impegni innumerevoli, del suo barcamenarsi tra richieste disparate, di un’energia che doveva distribuire in mille rivoli. La sua vita è stata una ricerca continua di equilibrio tra il fare e l’essere, tra l’io e l’altro, e il suo interesse è andato sempre oltre la superficie levigata delle cose, è stato sempre aperto sul mistero.
Grazie, Gualberto, a nome di tutti, per il dono di te, che ci hai fatto fino all’ultimo.

