due parole per dire…
che ho sempre pensato che la poesia
potesse essere di tutti, universale e
non degli imitatori degli imitatori
che potesse essere come il Jazz,
un’improvvisazione che approdi là
dove non è mai ben chiaro
come le nostre vite
pronte a essere spezzate
ora o dopo o quando
come il gusto eterno di due note semplici
o un lamento blues di B.B. King,
una poesia nera e vera,
il vissuto nel sangue
nel ricordo di bianchi traghettatori,
caronti di nuovi inferni in terre lontane
ho sempre pensato che la poesia
non dovesse essere l’interpretazione
più o meno riuscita
di uno spartito del Carulli
o di una sinfonia di Wagner
o le pause di Satie così
studiate con gli intervalli
ubbidienti come tanti soldatini
pronti a immolarsi per una musica assente
– Le pause appartengono a tutti –
la poesia, un monopolio di sigarette,
sempre le solite, marlboro o gitane?
che differenza fa?
con il filtro o senza?
nuocciono gravemente alla salute
c’è scritto, un cancro e puff!
peccato che ci sia il fumo passivo…
lo dobbiamo subire anche all’aperto!
ma hanno la vita breve,
la legge punisce i trasgressori
si…
ma che li punisca!
ho sempre pensato che la poesia
fosse nell’aria inquinata che respiriamo,
nella vista rara di un bel tramonto,
nell’amore ancora più raro per una donna
tra i fondi di un bicchiere colmo di vino,
tra le parole che si fanno adulte
nelle conversazioni mute di due amici
e non in qualche salotto spelacchiato
o spazio ammuffito e buio
come buie e grigie le scuole
in cui studiavo con il marcio
del legno che puzzava
e la maestra che puniva la mia mano
“maledetto mancino”
che il Diavolo ti abbia in gloria,
schernito da saccenti compagni
che mi tiravano le noccioline
come giovane cucciolo in gabbia
dietro una vecchia lavagna logorata
e scrostata dal tempo che non l’ha
perdonata – la maestra –
il diavolo l’ha poi accolta in gloria!
Jimi, un maledetto mancino nero,
ha cambiato le sorti della musica,
una poesia diversa che ha sconcertato
le solite bolle di sapone
appesantite dalla paura
di dover cedere il passo
ai soliti extra-comunitari…
hai sempre avuto ragione,
caro Hank, a disprezzarli
– non sono cambiati –
sono sempre loro!
affluenti di un fiume
arido, in secca, sterile, senza pesci,
moribondi in attesa d’acqua…
quest’acqua che scarseggia,
il tempo cambia
e le previsioni non sono buone
sole a volontà…
immagino le rive di questi ruscelli,
ai lati file di banchi
e banchieri che si guardano
e non dicono,
non possono dire,
manca l’acqua
i pesci non passano
…e che cosa potrebbero dirsi…?
prendono un libro di storia
e ricordano
come era e…
come non è più
la storia si crea nel suo divenire
e non può essere copiata
– Impostore –
La poesia inizia a fluire , prima lenta
poi le rime proseguono il cammino
del respiro diverso dal tuo
tossisci ora…
la nicotina ti fa male!
ho sempre pensato che la Poesia
fosse in uno sgualcito poster di un bar…
o la Marilyn tappezzeria di un TIR
inginocchiata con le calze a rete
di una nera che ti prende il coso
e te lo succhia sino a farti male male
maledizione di una vita a senso unico,
unico modo di uscirne anticipare il saluto
prima che qualcuno ti stenda un bel
lenzuolo bianco immacolato e lavato
con l’orsacchiotto ammorbidente
Che cazzo!
non mi è mai piaciuto quell’ammorbidente
come quelle donne che indossano quel profumo
così borotalcato che ti prende la testa e ti fa
vomitare e l’ascensore in cui sei chiuso con lei
vomita assieme a te… ma anche questo.. è poesia!
due parole per dire…
che ho sempre pensato alla poesia
nelle fusa affettuose del mio gatto
e non nel riciclaggio di sacchi di patate
a cui pagar cospicui dazi a
squallidi mercanti d’arte impoveriti
dalla propria miseria umana ricoperta da
un libro di Montale con le
pagine sgualcite e impolverate
da saccenti starnuti del dopo,
copertura di grasse ignoranze
travestite da battone slave
che sulla Binasca reclamano
il loro diritto alla vita,
vita non scelta,
un’altra vita pensavano,
un altro padrone cercavano,
un altro lavoro,
un marito,
un figlio,
e
io
penso
ai nostri mecenati
che battono sulle strade di
una falsa poesia
chiedendo
(non danno)
percentuali
ai
loro clienti
per una pagina lampeggiante
per un premio inutile
dai troppi anonimi vincitori
per scuole che si aggiungono
a scuole olocausto
dove studiavo con il marcio del legno
che puzzava e la maestra
che puniva la mia mano
“maledetto mancino”
che il Diavolo ti abbia in gloria
schernito da saccenti compagni
che mi tiravano le noccioline
come giovane cucciolo in gabbia
dietro una vecchia lavagna
logorata e scrostata dal tempo
che non l’ha
Perdonata – la maestra –
il diavolo l’ha poi accolta in gloria!

grazie Marco
HO sempre pensato….
la poesia mi percorre ,mi attraversa e mi apre alla percezione di una diversa realtà per immergermi e non fuggire dai molteplici altri e così intuire quell’altro che sono io,
grazie c’è rabbia,polvere,amore,jazz e jimmi forse qualche speranza?
ciao
Grazie a Paola e Daniele.
Una precisazione prima di recarmi in ufficio. Questo monologo, postato in forma ridotta, l’originale, cronometrato, dura 10 min e 13 sec. di lettura, introduce una performance poetico musicale (mia e di altri autori)della durata complessiva di circa un’ora e mezza. Una linea di basso ( uno swing-blues in sol maggiore) accompagna una voce fuori campo, un attore di teatro che recita con “intensità” il monologo. L’effetto che ne deriva è suggestivo per chi ascolta anche perchè alla fine inizia…”prepotentemente” un blues elettrico su un altro testo.
Buona Giornata
Marco
Mi sto interrogando su cosa sia per me la poesia e la tua interpretazione è ottima.
Ciao sandra
Grazie Sandra.
Un caro saluto
Marco
“che potesse essere come il Jazz,
un’improvvisazione che approdi là
dove non è mai ben chiaro”
Bellissima immagine.
A presto
Nicoletta
Ciao Nicoletta,
in effetti la poesia, a mio avviso, non ha e non deve avere approdi “certi”.
Marco
L’ha ribloggato su poesiaoggi.