E poi in effetti il Tevere quel giorno aveva uno strano ritmo. Voglio dire scorreva ad una velocità insolita. Il mio amico di Milano, il giornalista, avrebbe detto che era nervoso. Certo anche tutte quelle sirene dalle parti dell’Isola Tiberina…
Fatto sta che proprio in quell’atmosfera (e c’era anche un tramonto quasi grigio a fare da contorno) ho deciso di telefonarle.
“Non c’è” mi ha riposto la madre.
Così ho riattaccato e ho ripreso a respirare con regolarità.

nelle tue short stories, Emanuele, tutto è sospeso, come se il libro da scrivere fosse un altro, e l’autore ancora da individuare. ma proprio questa sospensione ci interpella, come se dovessimo noi continuare, completare, o forse sospendere a nostra volta il tutto.
Condivido a pieno il pensiero di Fabrizio, come se dovessimo noi continuare, completare, o far sospendere…
Disarmante quel dire…
Così ho riattaccato e ho ripreso a respirare con regolarità.
Come un respiro sospeso che attende un’assenza per riprendere il fiato.
la brevità toglie il fiato ad ogni dire e lascia respirare il silenzio
grazie
potrebbe essere l’inizio di un nuovo racconto o di un libro che si potrebbe provare a raccontare.
di certo c’è un seguito e il bello è che ognuno può inventare il suo. lo scrittore fa anche questo evocare in altri dei sogni, stimolare la fantasia e la poesia, il desiderio di qualcosa che ognuno vorrebbe vivere.
“… ma lo scorrere nervoso del fiume sembrava mormorasse un invito. mi fermai e decisi di traversare il ponte per arrivare sull’altra sponda. il mormorio si fece più forte, fra le tante sirene mi sembrò di riconoscerne una. mi fermai. come in trance volsi lo sguardo verso il fiume. il richiamo divenne più forte, sirena ammaliatrice dal ponte.
mi specchiai nell’acqua verde e torbida e un viso si confuse con la corrente. il procedere veloce dell’acqua fece aumentare di nuovo il battito cardiaco e di nuovo a ossessionarmi quella voce, poi una calma improvvisa e la certezza.
immerso in quell’atmosfera irreale presi il telefono e provai di nuovo.
“pronto” rispose e il mio cuore si fermo nella magia di una Roma dimenticata senza tempo iniziò una comunicazione fatta di parole non dette.”
grazie Emanuele
Stella
“… ma lo scorrere nervoso del fiume sembrava mormorasse un invito… fatto sta che proprio in quell’ atmosfera decisi che era giunto il momento di chiamarlo.
Non potevo soggiornare nella sua città incurante del fatto che solo un anno prima vi respiravamo insieme.
Presi il coraggio a due mani e composi quel numero che il telefono conosceva a memoria, una lettera digitata ed eccolo qui l’uomo di sempre.
Un libero mi concesse ancora di pensare a quale ciao donare.
Una voce femminile rispose alla mia chiamata, restai in silenzio senza sapere se era la madre o l’amante di un tempo.
Rimasi in silenzio, riattaccai, pensando che forse Roma poteva attendere , mentre il sole scaldava gli umori, chiamai un taxi che mi portò verso nuovi rumori sempre più silenziosi.
Richiedono un passo particolare queste tue brevi storie, un equilibrio tra sintesi e concentrazione estrema e tra silenzio e parola ed immagine; “prendendo” subito il lettore, senza indugi, nel breve spazio della narrazione – toccando corde emotive, suscitando stimoli percettivi: “strano” ritmo, giornalista …”nervoso”, velocità “insolita”, per *tutte quelle sirene*(?) – per lasciarlo infine a sé stesso, con la propria soluziona, a “respirare con regolarità”.
Giovanni
Nei racconti di Emanuele molto spesso la narrazione è sospesa, ma questo non necessita un completamento da parte di chi legge.
Quello che viene detto, anche se può essere colto come un frammento di un episodio o di un emozione, contiene già la sua sostanza, e dunque per questo non va diluito in nessun altra sostanza. Del resto è così anche nella vita. Ci sono cose che hanno senso anche se non conosciamo il resto del loro senso, anche se non ce ne ricordiamo l’inizio o non sappiamo predirne la fine
mi scuso con ritardo per i due apostrofi mancanti…:-)