L’esodo – Un racconto di Andrea TOSTI

Marco passò tutto il tempo della traversata in silenzio. Aveva fatto, nei giorni precedenti la partenza, le solite domande che ogni bambino curioso avrebbe posto: dove si trova il pianeta? (qui sulla carta, dove punto il dito) è abitato? (no, se fosse abitato non potremmo andarci) posso davvero dare il nome che voglio a tutte le cose che incontro? (si, a meno che qualcuno non lo abbia già fatto prima di te. Segna subito il nome se non vuoi che ti venga rubato). Ricevute queste risposte non chiese altro ma prese l’abitudine di rimanere in camera più a lungo del solito, scendendo spesso, quando non era giorno di scuola, solo per il pranzo e la cena. A molte ore ormai dalla partenza sembrava ostentare l’identica indifferenza, mentre intorno a lui gli scherzi dei suoi amici eccitati per il viaggio esplodevano e le loro risate continuavano a salire di tono.
Marco sentiva tutto, ma non ascoltava davvero, e non parlava perché aveva qualcosa fra i denti, bloccato dalla mascella fra la gola e le labbra, e ad aprir troppo la bocca aveva paura che potesse volar via, un qualcosa che aveva fretta di uscire e che invece doveva rimanere dentro per essere assorbito, rimasticato e purificato in attesa di un momento, un luogo, che neanche lui avrebbe saputo descrivere. Qualche volta, durante i giorni precedenti alla partenza, magari in qualche posto piccolo e chiuso, in un cantuccio della propria casa o nei bagni della scuola, aveva provato a farlo scivolare via dalla lingua, solo per ascoltarne il suono, ma poi, pentito, lo aveva ripreso per la coda e con i denti e con le mani ricacciato in gola. Anche adesso, sul lenzuolo bianco del suo volto, in un momento di silenzio, si sarebbe potuto sentire lo schiocchio ritmico della mascella, lo stridere dei suoi denti.
Il suolo cedette un poco sotto la pressione del vascello, e l’erba fitta si spezzò in una pioggia aguzza e cristallina. Il silenzio fu tale da far credere che quel mondo nuovo li stesse osservando: l’illusione, però, durò il tempo di un attimo, e gli scricchiolii, i crepitii, le urla, le lotte, i crolli, i richiami d’amore continuarono come se nulla di nuovo fosse successo. Per alcuni minuti l’astronave rimase immobile: migliaia di sensori svolsero il loro laconico lavoro analizzando la composizione dell’aria e del terreno. Quando i dati accumulati in precedenza dai satelliti trovarono conferma in quelli rilevati sul posto, da qualche parte in quel complesso sistema un circuito scattò, producendo un sonoro ‘click’, e i ventri di metallo delle piccole scialuppe cominciarono ad aprirsi. Decine di paia di occhi si affacciarono timorosi oltre il bordo delle paratie, un chiacchiericcio fitto fitto e sottovoce si diffuse nell’aria e poi, d’improvviso, i bambini si riversarono fuori come un’orda gioiosa, come un fiume di risa.
Si strinsero inizialmente intorno all’astronave, rimanendo nel rettangolo delimitato dagli esploratori, poi, forse fattisi forza a vicenda, forse incoraggiati dagli sguardi rassicuranti dei genitori, presero a muoversi: qualcuno, più deciso degli altri, andò subito avanti da solo e gli altri lo seguirono come il muro segue il crollo delle prime pietre. Andando ognuno dove lo portava la fantasia o l’istinto si dispersero ben presto per sentieri e viottoli naturali, aumentando, via via che il tempo passava, il ritmo del passo: quando vedevano qualcosa che li colpiva si avvicinavano per toccarla e subito la registravano con il nome che avevano scelto. Quasi nessuno tra loro si accorse che Marco era rimasto indietro.
Senza nessuna fretta aveva osservato a lungo i movimenti dei compagni e poi, come se dovesse seguire una direzione precisa, un percorso in quel mondo nuovo, si mise anche lui in cammino. Il suo tabellone non segnava ancora nessun nome, ma lui non sembrava preoccuparsene; lo sguardo sempre attento, il passo lento, si guardava intorno come se sapesse cosa cercare. Poco distante da lui delle ragazzine litigavano per dare il proprio nome a un piccolo mammifero che, stretto in quel salomonico doppio abbraccio, non sembrava interessarsi molto alla cosa, e forse passarono alle mani; ma non potè appurarlo perché, quando il bisticcio degenerò in lite, si trovava già oltre. Poco dopo un suo compagno di classe lo fermò per dirgli quale nome aveva dato a uno strano tipo di roccia, un minerale che secondo lui nessuno aveva mai scoperto prima: Marco, che continuava a camminare, era ormai troppo avanti quando il suo amico lo pronunciò, e così non potè sentirlo.
Continuando a camminare, si teneva distante da quella frenesia, da quella gioia, da quella voglia di possesso che avvinceva gli altri in quel gioco. Qualcuno dei ragazzi più grandi, di quelli che volevano trovare qualcosa di davvero importante come un mare o magari un oceano, si spinse davvero molto lontano ma, chi prima e chi poi, si fermarono tutti, mentre Marco, con la costanza del proprio passo, li superò uno a uno. Fu così che si trovò solo.
La radura era creata da un cerchio di alberi un po’ spogli. Il terreno era come il terreno che si era lasciato alle spalle, con quell’erba vetrosa che cresceva dappertutto, persino sulle rocce, conferendo alle cose, in quella penombra, una strana luminescenza. Sul suolo, però, non si vedevano impronte, nessuno sembrava essere mai stato lì prima: nessuno oltre gli animali del posto e loro, era chiaro, non potevano parlare. Il luogo in sé non aveva davvero niente che attirasse particolarmente l’attenzione, ma Marco sentì che poteva andare, capì che non aveva senso procedere ancora e così parlò.
Il suono gli gorgogliò improvviso e prezioso dalla gola come un liquore troppo dolce; sorso dopo sorso gli passò fra le labbra e con i denti ne contò le modulazioni, col palato l’intensità. Si aprì all’aria poco a poco, ma in breve tempo divenne il suono che risuonava fra le foglie e sotto i muschi, il suono che fanno le cose quando non le sentiamo, quello delle piante che crescono e del legno che si gonfia bagnato dalla pioggia. Marco non guardava nessuna cosa in particolare, ma allo stesso tempo guardava il niente particolare che aveva davanti e che, avvolto nelle spire di quella parola senza lettere, prese la forma che lui aveva pensato e che prima di quel suono forma non era. Quando chiuse la bocca, e un ultimo fiato esausto gli scivolò fuori dalle labbra in un soffio, la creazione fu completa. L’aria era ferma e immobile. Le bestie e gli insetti, sembravano essersi ritirati nelle profondità più oscure della foresta, rintanati nelle loro buche o nelle cavità di qualche tronco: fra i due non corse un suono. La creatura guardava Marco negli occhi, in attesa, e il ragazzo, a sua volta, contemplava il proprio creato, il nome che si era fatto forma, in quelli che occhi non erano ma che non potevano fare altro che osservarlo. Tra loro, a lungo, ma in realtà per un tempo assai breve, corse un silenzio sottile, un silenzio nuovo, un silenzio che silenzio era davvero, il suono delle cose mute e senza parola. Marco guardò a lungo ciò che aveva concepito e ne fu contento. Sentendosi svuotato e soddisfatto allo stesso tempo, capì che non era più il caso di restare; voltandosi per tornare indietro modulò ancora quel suono e sentì, dietro le proprie spalle, la creatura che si faceva strada nel fogliame, sentì che si disperdeva nel fogliame, capì che del fogliame, della terra e della natura intima delle cose avrebbe finito per far parte.
La sera, intorno all’astronave, ci fu una lunga festa. I bambini vennero premiati con varie medaglie, chi per aver assegnato più nomi, chi per aver inventato quello più bello; chi, ancora, per essere stato il primo a farlo, il primo a nominare qualcosa. Già dal giorno successivo tutte le cose sarebbero state legate fra loro da quella ragnatela di definizioni e così il sentiero tal dei tali avrebbe portato alla radura tizio, e la radura avrebbe confinato con un certo qual lago, e nel lago sarebbero sfociati fiumi con nomi di coraggiose ragazzine, mentre, sopra tutto questo, avrebbero vegliato, imperturbabili nel loro sogno ormai senza mistero, le catene montuose caso e torsolo di mela. Marco, come gli altri, prese parte alla gioia dei festeggiamenti, e davvero in lui non ci fu nessun atteggiamento che potesse ricordare quella malinconia, quella tristezza caparbia che, solo fino a poche ore prima, lo aveva tenuto distante dagli altri. Come gli altri giocò, scherzò, e rise dei nomi buffi che i più piccoli avevano dato agli animali e a certi insetti cornuti che ricordavano un po’ quegli scarabei visti solo nei libri. Forse perché presi dalla febbre della festa , forse perché, per scacciare il vuoto di quella prima notte che li lambiva fuori dai margini dell’accampamento, neanche uno osò voltarsi, nessuno notò che, ogni tanto, Marco si girava per guardare lontano, oltre gli alberi, oltre le foglie, con negli occhi qualcosa di strano. Nello stesso momento la creatura tendeva le proprie braccia vegetali, le proprie braccia radici sotto la terra, e respirava attraverso l’erba sopra la quale i coloni, senza avvertirsene, continuavano a mangiare. I bambini, finita la cena, colsero dei frutti, e se la creatura avesse potuto sentire dolore avrebbe urlato, e se fosse stata creata di carne dal pistillo sarebbe caduto del sangue a bagnare l’erba azzurra, e di quello stesso sangue la creatura si sarebbe nutrita, perché del terreno faceva parte, perché era essa stessa il terreno.
Più tardi l’emozione della prima notte tenne svegli quasi tutti. In quei rumori, in quei crepitii rapidi e lontani tutti immaginavano qualcosa di alieno e pericoloso; Marco, riconoscendovi la propria voce, se ne sentì rassicurato e così, cullato, senza aver paura di nulla, si addormentò.
***
Nota
ANDREA TOSTI nasce in provincia di Ascoli Piceno l’11 Agosto 1980 ed attualmente vive e lavora fra Ascoli Piceno e Roma. Si è laureato all’Accademia Internazionale per le Arti e le Scienze dell’Immagine, istituto di livello universitario, con sede a L’aquila, orientato alla formazione in campo cinematografico e televisivo. Come sceneggiatore ha pubblicato, per i disegni di Alessandro Scacchia, l’episodio pilota di Anna su la rivista L’Ostile, per i tipi della Coniglio Editore. Ha inoltre collaborato come redattore ed articolista alla rivista “La biblioteca di babele” (www.bibliotecadibabele.it). Come consulente ha partecipato all’edizione del volume sul cinema d’animazione, “Animazione”, redatto dall..Accademia dell..Immagine in collaborazione con Mondadori/Electa. Ha recentemente vinto il premio Spacewave, dedicato alla narrativa di fantascienza. Il suo primo romanzo, “Oggetti Smarriti” è attualmente in corso di pubblicazione.

in principio Dio disse: fiat …e tutto fu
un nuovo esodo, una terra nuova, una parola nuova che sappia ri-creare il mondo:
è il sogno che accompagna il cammino dell’uomo da sempre
grazie francesco
elena f
“Più tardi l’emozione della prima notte tenne svegli quasi tutti. In quei rumori, in quei crepitii rapidi e lontani tutti immaginavano qualcosa di alieno e pericoloso; Marco, riconoscendovi la propria voce, se ne sentì rassicurato e così, cullato, senza aver paura di nulla, si addormentò”.
dall’inconscio alla coscientizzazione: un lungo viaggio per riconoscere la propria voce.
‘Segna subito il nome se non vuoi che ti venga rubato’
ma il nostro vero nome è inciso dentro, e va ascoltato.
Bravo Andrea Tosti, e bravo Francesco!
Buona domenica 🙂
“aveva qualcosa fra i denti, bloccato dalla mascella fra la gola e le labbra, e ad aprir troppo la bocca aveva paura che potesse volar via, un qualcosa che aveva fretta di uscire e che invece doveva rimanere dentro per essere assorbito, rimasticato e purificato in attesa di un momento, un luogo, che neanche lui avrebbe saputo descrivere”
l’attesa,il momento opportuno del dire che purificato diventa creazione
bel racconto
ciao
francescaromana
Grazie.
Sì, Andrea è proprio bravo, e lo si vedrà, a maggior ragione, col romanzo.
Un vero “poeta”, anche se, forse, lui non lo ammetterebbe mai.
fm
hai ragione francesco, andrea faticherebbe ad ammettere di essere un “poeta”, eppure alcuni passaggi sia di questo racconto che del futuro romanzo, sono vera e propria poesia.
posseggono, ossia, la capacità di condensare attraverso immagini, parole, costruzione della frase, sospensioni e affondi, un pensiero, un’intuizione che riesce a farti riflettere in modo indiretto, nel profondo, senza che tu te ne renda conto.
credo che questa sia l’anima di ogni opera d’arte riuscita, la capacità di comunicare ad un livello inconscio, oltre la propria apparenza.
e questo è l’insegnamento più vecchio del mondo, nato nell’istante stesso in cui l’uomo ha iniziato a comunicare. non lo ritroviamo forse nelle pitture rupestri o nelle storia del mito?
ciao a tutti
daniele de angelis
Caro Andrea,
le mie riserve sono di caratterre lingustico, nel senso che esattamente al contrario di quanto affermato da Francesco e da Daniele non vi trovo poesia.
Per poesia non intendo versificazione né poeticità, ma la facoltà di utilizzare lingua e non linguaggio, cioè di plasmare materia a partire dal rivolo lavico delle lingue reali (almeno tre, oggi) e non al contrario di comunicare un concetto della materia mediante un linguaggio arbitrario condiviso (ufficiale: l’italiano burocratico della tradizione letteraria).
Ma la tradizione, insegna Croce ripreso da Gramsci, deve essere violentata dalla realtà per generare prole.
Se il linguaggio non si ingravida non procrea: è lingua morta, parto isterico.
Nè vi trovo musica, armonica o disarmonica, dunque nessuna contraddizione vitale a tale linguaggio ufficiale.
Quel che trovo è invece un omogeneo linguaggio medio, un italiano corretto attraverso cui mi si comunicano dei concetti.
Ma la poesia non è un mezzo comunicativo, e la lingua deve possedere già in sé tutte le comunicazioni da dare (che non può dare razionalmente).
Il tuo linguaggio arbitrario mi costringe invece a seguire esclusivamente la trama del racconto, ma un quadro non è la descrizione di un quadro né il suo significato lineare.
Se è una scelta, è una scelta che non condivido perché limita il campo dell’umano, cioè della poesia.
Questa è la mia riserva, spero costruttiva e valida per potermi ribattere e contraddire,
Ciao,
Dav.
a proposito di lingustica e di linguaggio c’è un ottimo saggio Einaudi che chiunque si occupi di problemi legati alla letteratura e alla critica letteraria o anche ad una lettura che vada a scavare un po’ senza accontentarsi della superficie dovrebbe leggere attentamente perchè fa un po’ chiarezza su quelli che sono stati gli errori, se non proprio gli orrori di interpretazione cui sono stati sottoposti i grandi che hanno aperto nel secolo scorso la strada agli studi linguistici.senza avere la pretesa di dare tutte le risposte apre nuove vie di riflessione.
Giovanni Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura, fondamenti e problemi, Einaudi.
buon pomeriggio
elena f
“Ma la poesia non è un mezzo comunicativo, e la lingua deve possedere già in sé tutte le comunicazioni da dare (che non può dare razionalmente)”
penso invece che la comunicazione non abbia un linguaggio, ma solo delle necessità che devono trovare un equilibrio con lo stile dell’artista.
la lingua di tosti, ma a questo punto anche quella di calvino, sono piane e letterarie, ma qual è il motivo per cui non ci si può trovare poesia? o meglio arte?
anche le fiabe hanno un linguaggio piano e letterario anche la lingua di borges è letteraria e proprio nella dimensione della letterarietà trova la sua forza, nel rimando ad un mondo parallelo a quello reale con il quale si interseca e scontra, e da questo urto entrambi si vivificano.
la scrittura di andrea, da come la conosco, mira ad edificare un mondo, all’interno della narrativa, dove i confini si perdono e gli stili più disparati possono essere amalgamati alla ricerca di una lingua che affascina proprio perché altra rispetto alla presa diretta sul reale.
ciò che domina il tutto è il piacere di narrare. quel piacere che spesso perdiamo nel voler dire.
ciao
daniele
Ciao Daniele,
grazie per la tua risposta. Io non ho la verità in tasca, tantomeno per quanto riguarda il mondo della narrativa di cui mi sento profondamente ignorante. Ho avanzato alcune riserve che mi avevano personalmente allontanato dalla lettura di un testo che a livello di plot, di sceneggiatura, non mi dispiaceva. Ho provato a spiegare questa lontananza attraverso alcune “questioni linguistiche” che sento profondamente, soprattutto dopo che si è tirata in ballo la parola “poesia” che per me è innanzitutto lavoro sulla lingua, almeno così come pittura è lavoro sul colore.
Come sai non amo particolarmente Calvino, anche se conservo la bellezza delle Lezioni americane, preferisco o forse più semplicemente trovo più affine la parola di Tozzi, o di Elsa Morante, o per parlare degli ultimi anni di due libri splendidamente vivi come Tristano muore di Tabucchi e L’eterna notte dei Bosconero di Flavio Santi.
Non faccio una questione di tono basso o alto nè di stile freddo o caldo quanto proprio di molteplicità interna, insomma, per tornare ai soliti termini: di pluristilismo e plurilinguismo, che non significano necessariamente pastiche linguistico estremo ma anche un leggero invisibile contrappunto tra toni caldi e freddi che facciano per contrasto vibrare vitalmente talune arie come il Soleil arancione nell’ Impression lillà di Monet.
Noto tra l’altro che in alcuni punti del racconto di Andrea ciò accade e mi permetto ad esempio di segnalare: «dove si trova il pianeta? (qui sulla carta, dove punto il dito) è abitato?» o anche «Più tardi l’emozione della prima notte tenne svegli quasi tutti.», che sono due momenti a mio avviso riuscitissimi, perchè non solo le parole sono essenziali, e non solo i toni diversi riescono a compenetrarsi, a dialogare, ma ciò avviene (ed è importante!) nel ritmo.
Allora proprio per questo mi permetto di consigliare ad Andrea, per quel che il mio consiglio vale, uno studio più attento sulla parola come materia da plasmare. Perché foss’anche rispettando i cinque principi di Calvino (leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità) non si arrivi affato ad una media koinè utilizzata come strumento comunicativo ma ad un “lavoro di scavo” che ci dia non la lingua della letteratura italiana ma la lingua di Andrea Tosti.
Anche nella narrazione, anche nella favola.
Stringendo la mia riserva forse è solo questa: ho sentito troppo italiano e poco Andrea.
Come prima,
spero queste parole siano costruttive e non sterilmente polemiche. Pronto ad essere contraddetto.
Ciao a tutti,
Dav.
Ciao Davide.
Purtroppo devo risponderti di fretta perchè, come già sai, qui ad Ascoli non internet a casa.
Non mi trovo molto d’accordo con il tuo primo commento, perché io credo che in letteratura possano convivere, spesso felicemente, molti approcci diversi. La storia del romanzo, più che del racconto può testimoniarlo. La tradizione europea, più di altre, ha presentato questa varietà: romanzo di intreccio, romanzo di poesia (inteso come uso presupposto poetico della lingua), romanzo di intrattenimento, romanzo di inazione ecc… ecc…
Io questa varietà rivendico, e conseguentemente un uso della lingua che sia succube rispetto alla materia del narrato. Come ha supposto Francesco non riesco a riconoscermi nella definizione di poeta proprio perchè non è mia attenzione approfondire questo lavoro sulla lingua, che in poesia, come te, giudico centrale, sempre all’interno di un equilibrio difficile fra intenti comunicativi e stile. La poesia è poesia, e definire “di poesia” altri mezzi comunicativi (come fra l’altro faceva Pasolini in “Empirismo ermetico”) spesso significa svilirli, mettendo in secondo piano invece le caratteristiche che li definiscono più propriamente. Allo stesso modo non ho mai capito la definizione di “poeta” attribuita ad alcuni cantautori (De Andrè in particolare): poeti non sono, e per scelta, e chiamandoli con altri nomi si infanga il loro operato. La lingua del romanzo, e del racconto in particolar modo, proprio per un fatto di sintesi e brevità, può permettersi una sciatteria (se voluta sia chiaro), una banalità che alla poesia, anche alla più semplice, non è permessa: una trasparenza stilistica che serve, appunto, a sostenere la trama, cercando di non invaderla con una eccesso di stile. Lo stile, molto spesso, è anche questo tirarsi indietro rispetto all’intreccio, o comunque assecondarlo. E’ sbagliato dire, come fa Daniele che la lingua di Calvino, è una lingua piana, …sicuramente, almeno dal punto di vista grammaticale, innova. Il romanzo, specialmente, si regge sull’intreccio piuttosto che sullo stile. Il racconto deve mediare fra una lingua densa, “quasi” poetica, e le esigenze del racconto.
Credo che ci divida, Davide, una diversità di orizzonti, interessi e letture. Da molte nostre conversazioni sul cinema, anche non d’autore, traspariva il fatto che tu apprezzassi film (ricordo in particolare il da me non molto apprezzato “Goodbye Lenin”) basati in gran parte sul racconto, e pochissimo su delle forti scelte di stile. Non capisco perché questo debba essere invece osteggiato in letteratura. Il mio racconto è una parte della mia produzione, e una parte della mia lingua e del mio essere rappresenta. Come un regista voglio poter cambiare tono, tematica e stile ogni volta che cambio testo, servendo il racconto e scegliendo le parole e le strutture che meglio la comunicano.
Sul secondo intervento, invece, mi trovi pienamente d’accordo. La varietà di toni è un’obiettivo arduo ma che ogni autore dovrebbe cercare di raggiungere. Purtroppo credo che sia un qualcosa che riguarda la maturità artistica di ognuno. Naturalmente la critica va raffrontata, secondo me, agli obiettivi che ci si prefigge. In un racconto così breve, una varietà eccessiva di toni, come dicevo anche prima, avrebbe, secondo la mia opinione, nociuto al racconto. Beethoven è l’autore di grandi e complesse sinfonie, dove diverse voci si rincorrono e creano quella complessità e varietà di toni di cui tu parli, ma anche della “sonata al chiaro di luna”, che nella sua semplicità è un piccolo capolavoro di stile e di racconto. Questo, allo stesso tempo, non mi impedisce di apprezzare un autore che amo moltissimo come Bach, che invece impone il suo, spesso gelido, punto di vista su tutte le sue composizioni, facendo si che ogni voce, in realtà, sia una variante della sua.
Spero, visto il tempo scarso a mia disposizione, di non essere stato troppo confuso, e vorrei che si replicasse a queste mie parole.
A presto
Andrea
Va bene Andrea, capisco quel che vuoi dire. Io credo nel lavoro ritmico e sulla lingua anche per quanto riguarda la prosa, ma forse solo perchè mi interesso “esclusivamente” di “poesia”, nelle sue forme (e su questo non ti do ragione: esiste la poesia in forma di prosa, esiste la poesia in forma di cinema, esiste la poesia in forma di teatro).
Proprio per questo capisco quel che vuoi dire e quindi, rimanendo bene o male sul giudizio espresso nel mio secondo intervento, ti invito a proseguire il tuo percorso.
Una cosa però non la capisco… Goodbye Lenin?????!!!!!
Ma… ma……. ma…. eh???!!! Eheheh 😀
A parte scherzi: l’ho trovato un filmetto carino, dolce e molto simpatico, ma non credo di aver mai espresso su di esso un giudizio artistico.
Su trama e stile non ci siamo credo proprio capiti, perchè io penso del cinema la stessa cosa che penso della prosa e la stessa cosa che penso della poesia, e cioè che significato e significante svolgono due percorsi paralleli con taluni momenti di coincidenza e taluni forti momenti di contrappunto. Insomma, il discorso sostanziale è sempre quello dell’apollineo e del dionisiaco in Nietzsche, tradotto in termini psicoanalitici o marxisti etc: nessuno dei due “momenti” è indipendente nè individuabile.
Tanto per chiarire, il mio cinema è questo: Nel corso del tempo (Wenders), Lo sposalizio di Dio (Monteiro), Elegia della traversata (Sokurov), Porcile (Pasolini), Simon del deserto (Bunuel), Hermitage (Carmelo Bene), Nostra signora dei turchi (Carmelo Bene), Lancillotto e Ginevra (Bresson), Blue velvet (Lynch), The addiction (Ferrara), Les amants regulier (Garrel) etc… (Bellocchio, Garrone, Sorrentino, Gaglianone…)
Ciao,
Dav.
La cosa strana, caro Davide, che io e te abbiamo probabilmente gli stessi gusti(con qualche riserva, da parte mia, su Bene). Il cinema che citi è il cinema che io amo. Solo che vediamo le stesse cose da punti di vista differenti.
Non mi sento, però, per esempio, di eliminare tutto il cinema di Woody Allen o quello di Bergman solo perchè, oggettivamente (esclusi rari casi) non hanno innovato il linguaggio cinematografico. Così come non credo che l’unica ricerca ammissibile in campo narrativo sia quella relativa al linguaggio. Se così fosse, dal settecento in poi, dovremmo eliminare dalla storia della narrativa “di valore” una gran parte della produzione europea basata più che altro sulla struttura del romanzo, ricerca che io invece considero propria di questo media.
Secondo me tu cadi in un errore critico, quello di chiedere ad un’opera più di quello che intende dare. Sarebbe come indignarsi perchè un’auto, se pur ben progettata, non è capace di andare sott’acqua.
Io sono per la pluralità della ricerca. In altri miei racconti ho sviluppato di più altri aspetti, più propriamente linguistici, ma in questo credo che la mia scelta servisse meglio la storia che avevo intenzione di raccontare.
Anche perché altrimenti, come tu temi che il narrato si imponga sul linguaggio, si rischia di cadere nell’eccesso opposto, cioè di una “sperimentazione” che non tiene conto della materia narrata. Sono d’accordo con te: è auspicabile l’equilibrio. Però è anche vero che molti capolavori nascono dalla mancanza di questo equilibrio.
Ogni ricerca, secondo me, si ferma, come diceva Moretti, di fronte a quello che è il “mistero del testo”: un mistero senza il quale sarebbe inutile cercare di produrre arte.
Sono d’accordo con Zeri quando dice che il primo criterio critico deve essere la noia. La critica non può essere a priori. Se l’opera ci piace possiamo interrogarci sui motivi che ci portano ad amarla. Per questo posso dire che se do spazio affettivo, enorme, a “The addiction”, lo riservo però anche a Small Soldier, a certi cartoni della Disney e a bellissimi film come “Ritorno al futuro” e “Guerre Stellari”.
A presto
Mi sono permesso di postare questo racconto sul forum http://www.fasancult.org nella sezione racconti
http://www.fasancult.org/fasancult/forumdisplay.php?f=149
In questa sezione gli utenti hanno creato un gioco (indovina chi?) dove si postano mini racconti personali e si commenta cercando di undovinare l’autore