Dubbi

uelsmann_symbolic_mutation.jpgdi Arturo Fabra

«È nato, pesa trechiliduecentosettantagrammi… sì… sta bene… fate con calma…ciao». Francesco chiude il cellulare. Ha ancora addosso il camice verde di carta usa e getta.
Per il primo figlio non era entrato in sala parto, ma stavolta Anna non gliel’avrebbe perdonata. Sono le tre del mattino e si sente distrutto, ma non può darlo a vedere, l’eroe della nottata è sua moglie, lui è solo un comprimario di sfondo.
Rientra in sala parto e immediatamente gli ronzano le orecchie. Il medico si è messo a ricucire Anna – santiddio, la ricuce nel vero senso della parola – servendosi di qualcosa di simile a un paio di forbici che stringono un ago curvo con tanto di filo che sale e scende nelle carni… sale e scende… come il vomito che sta per arrivare..
«Perché non viene con me al nido?» chiede una delle due ostetriche, per evitare che il neo papà si esibisca in uno svenimento davanti a tutti. Francesco coglie l’occasione e la segue, lei spinge davanti a sé l’incubatrice portatile con dentro Paolo, lui scambia un cenno di saluto con Anna ed esce.
«Stava per svenire». dice Anna rivolta al medico.
«Chi, suo marito?» chiede questi, proseguendo a suturare.
«Sì, sembrava un cadavere… non è molto coraggioso».
«È da un pezzo che ho capito qual è il vero sesso forte» afferma il medico, usando una frase ormai sperimentata, ma vera.
Anna non risponde, si risistema con piccoli movimenti la camicia da notte sul seno, le hanno appena staccato Paolo per mandarlo al nido.
Che sensazione…
Ha lavorato nove mesi, no, di più, per questo secondo figlio. Era rimasta l’unica tra le amiche a non aver ancora avuto il secondo, sembrava ci fossero dei problemi, ma lei era andata avanti decisa, fino a trovare la dottoressa e la cura giusta. Convincere Francesco non era stato un problema. Anna era orgogliosa della sua testardaggine: finalmente anche la sua era una “vera” famiglia («Cos’è una famiglia senza almeno due figli?», era solita dire)

«Va meglio?»
Francesco guarda l’ostetrica con gratitudine profonda, e si scalda le mani con il bicchiere di plastica del cappuccino caldo. «Sì, grazie mille» resta seduto e guarda suo figlio tra le mani dell’altra.
«Di niente, noi ci siamo abituati…» dice lei, mentre trascrive la temperatura di Paolo sulla cartella clinica.
«Perché fa così?» chiede Francesco, quando Paolo ha un piccolo sobbalzo.
«È normale, non si preoccupi, lo teniamo in incubatrice finché non ha raggiunto la temperatura giusta e poi lo portiamo alla mamma, tra poco il dottore finisce la sutura e la mettiamo a letto».
Francesco beve quel che rimane del cappuccino e si alza. «Ancora grazie… io torno fuori».
«Tolga pure il camice e lo metta nel secchio nero». Francesco prova a sciogliere i nodi che glielo legano addosso, ma sono stretti. «No no, se lo strappi, come nei telefilm, è fatto apposta». Lui obbedisce e si sente stupido ma anche un po’ figo.
Decide di andare a sedersi davanti alla sala parto. Il cellulare vibra per un messaggio. Lo legge: «Un figlio è speranza e responsabilità. Auguri. Roberto».
Resta a guardare le parole sul piccolo monitor senza capire come si sente davvero. Roberto ha cinque figli e lui e la moglie sembrano una famiglia da Mulino Bianco. Mai un’incertezza, mai una crisi, sempre avanti come una truppa d’assalto alla conquista della vita perfetta.
Roberto.
«Stronzo». Lo ha sibilato sottovoce e non vuole sapere – non vuole capire – a chi sia riferito. Rimette il cellulare in tasca, si siede e appoggia la nuca contro il muro, socchiudendo gli occhi nella penombra della corsia.

«Considerando la situazione dei suoi ultimi mesi di gravidanza le faremo una terapia con anticoagulanti e antibiotici, ovviamente nulla di tutto questo è dannoso per l’allattamento o per il bambino, sono gli stessi farmaci che assumeva prima» dice il dottore ad Anna.
La sutura è finita e l’ostetrica la sta aiutando a risistemarsi. «Vado a chiedere gli assorbenti a tuo marito» la informa.
«Digli che stanno nella tasca laterale della valigia, quelli grandi». precisa Anna, sperando che Francesco si sia ripreso.
Certo che anche lui ha attraversato un brutto periodo. Lei incinta e con le complicazioni che la costringevano a fare avanti e indietro dall’ospedale, lui a seguire gli ultimi giorni del padre e, come se non bastasse, anche i muratori in casa. Però ha retto bene, a suo modo. È dovuto tornare dallo psicologo: non ha un carattere forte, il suo Francesco, ma se ben indirizzato fa quello che deve.
«Eccoli» dice l’ostetrica rientrando con gli assorbenti «rivestiamoci che ti faccio uscire con le tue gambe, te la senti?»
Anna sorride. «Certo».
«La signora è una tipa tosta» commenta il medico, che sta scrivendo la cartella. «È stato un piacere» conclude, ed esce dalla sala parto.
«Tosta tosta no, ma me la cavo» gongola Anna.
«Noi donne siamo tostissime, altro che ‘ste femminucce di uomini» fa l’ostetrica.

Francesco stringe la mano al medico e lo ringrazia, gli hanno fatto vedere la stanza dove metteranno Anna: solo due letti, e solo lei, per ora. Ne è felice, potrà appoggiarsi sulla poltrona comoda con lo schienale lungo e dormire un po’.
«Ciao» dice una voce femminile alle sue spalle, e lui ci mette un attimo a realizzare. È Sonia, la moglie di Roberto, grande amica di Anna, praticamente una sorella. «Oh, ciao» risponde Francesco e si abbracciano. «Auguri. Dov’è il bambino?»
«Al nido».
«Chiedo se me lo fanno vedere. Torno subito, tra poco arriva anche Roberto».
Ma chi glielo fa fare a questi di alzarsi nel pieno della notte e venire a rompere le scatole in ospedale?, pensa Francesco, che vorrebbe dormire. Ma la rabbia ha altre radici.
Roberto, l’uomo senza dubbi.
Lui invece di dubbi ne avrà sempre, tanti. Come per quella volta al mare, a casa di suo zio: lui e Roberto, un pomeriggio d’agosto, da soli, sul divano per la pennichella.
Due vecchi amici.
Solo due vecchi amici.
La porta della sala parto si apre e Anna esce accompagnata dall’ostetrica: «Visto che moglie?»
Francesco prende Anna sottobraccio, sforzandosi di sorridere «Una vera roccia, senza dubbio».

[Arturo Fabra è nato nel 1961 a Napoli. Nonostante la sua professione di ginecologo ospedaliero collabora da diversi anni al Corriere della Fantascienza. Attualmente fa parte della redazione di Inutile e di vibrisselibri. Collabora anche a Pagina Tre con recensioni e interviste. È un lettore e cinefilo onnivoro, nonché compulsivo ascoltatore di musica. Attualmente sta scrivendo la sceneggiatura di alcuni fumetti che usciranno in Francia e ha partecipato alla stesura di due antologie della Carboneria Letteraria che saranno pubblicate a breve. Fa parte dell’autore collettivo Pelagio d’Afro. E ovviamente ha anche un blog (www.kalpal.splinder.com).]

10 pensieri su “Dubbi

  1. fabry2007

    “l’uomo senza dubbi”: da Montale in poi, sembrerebbe impossibile. ma è vero che a volte sembra essere così, anche se le strutture più solide hanno una segreta debolezza, quella di essere esposte a quel sibilo senza indirizzo, ma testimone di una reazione umanissima: “stronzo”.
    grazie a Gaja e ad Arturo.
    fabry

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  2. elena f

    Le famiglie da “mulino bianco” direbbe Jung celano più dubbi e ombre di chi scendendo nei meandri della propria fragilità ne prende dolorosamente atto.
    eppure la figura di spicco qui non sembra essere l’uomo o la donna ma la vita, quella stessa vita che non ha dubbi e vuole nascere nonostante sia lacerante, nonostante sia doloroso, nonostante tutto.quella stessa vita sulla quale il nato continuerà ad interrogarsi e a cercare risposte, per la stessa ragione del viaggio… viaggiare.

    grazie gaja e arturo

    elena f

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  3. Stefano Calosso

    Bertrand Russell, se non ricordo male, diceva più o meno così:

    “Il problema dell’umanità sta nel fatto che le persone intelligenti sono piene di dubbi, mentre i cretini sono strasicuri”

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  4. Stefano Calosso

    @Elena

    Beh… Spero per lui di sì, ma vedi… nulla toglie che, sommerso dai dubbi, abbia potuto “crederci”… 😛

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  5. Carla

    Gran bel racconto!
    chi di noi non ha mai avuto dubbi?

    a proposito di citazioni:

    “è men male l’agitarsi nel dubbio, che il riposar nell’errore.”

    Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame.

    Buon Week 🙂

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  6. robertorossitesta

    Cari amici,
    sono stato un bambino senza televisione e un adolescente ribelle, ma “la famiglia del Mulino Bianco” di cui sentivo vagamente parlare per me è sempre stata un inarrivabile traguardo.
    Certo, io sono più vero ma anche più sfasciato: bella consolazione.
    Altro che “stronzo”: sapere ciò che va fatto, e farlo. Io non ci sono riuscito, e mi brucia.
    (Che ne dite? Un bel sasso in piccionaia, tanto per agitare un po’ questo agosto troppo sonnacchioso. Ma, vi assicuro,
    non solo.)
    Un caro saluto,
    Roberto (non quello dei cinque figli)

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  7. Arturo Fabra

    Grazie a tutti quelli che hanno letto e per quanto avete scritto.
    Volevo solo dirvi che il racconto viene direttamente da una coppia di amici che conosco bene e il cui secondo figlio (coincidenza?) è nato proprio sabato sera mentre questo racconto compariva su LPELS.
    Strana la vita.

    Art

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