Introduzione a Accordi eretici di Fabrizio De André
di Mario Luzi
Caro De André,
sono invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento e me ne scuso” – così vorrei dire al musicista che invece tutti conoscono e seguono da anni di concerto in concerto, di album in album, Fabrizio De André. Sono dovuto andare alla ricerca di cassette e registrazioni per ricostruire una storia, la sua, che non avevo partecipato e di cui non avevo che vaghissima conoscenza.
Non mi è stato facile risalire come avrei voluto il filo delle sue canzoni e tanto meno farlo ordinatamente. Quella sarebbe stata in forma limpida la sua storia artistica, dietro la quale – noi lo sappiamo – ce n’è sempre un’altra che siamo, noi destinatari, tenuti a ignorare, a meno che essa laceri la finzione e venga all’aperto confidando magari nella forza del trauma.
È non è il caso suo, mi pare, perché lei felicemente lascia trasparire qualche esperienza bruciante ma non vuole mai soverchiare il suo ascoltatore con il pathos. La soccorrono argomenti migliori. Lei conscio della natura simbolica dell’arte demanda il senso dei suoi canti che è anche, un senso generale della vita e della società, disingannato eppure pronto a incantarsi a motivi verbali e musicali che hanno una preistoria popolare molto intensa e significativa.
La virtù che subito le riconosco è di ritrovarli nella loro freschezza e anzi di rinnovarli fino a suggerire l’emozione di una originaria verdezza. In lingua o in dialetto queste risorse emotive dell’espressione sono molto generose con lei: e lei è tanto pulito e sobrio da captarle con naturalezza e a farne uso con piena credibilità. Questa è, appunto, l’altra sua virtù che mi sorprende: l’uso libero, saputo e ingenuo – sulla scorta di antiche filastrocche e ballate – delle battute verbali, delle frasi, dei luoghi linguistici: senza sintassi o paratassi, ovviamente, che acquistano però senso dalla semplice accumulazione e variazione. C’è, noto, molta eleganza in questo gioco, ma chi è che veramente lo comanda? Senza il concorso del ritmo avrebbe un minimo effetto questa bella sequela di parole? E quando dico ritmo intendo la parola come la intende un musico concertatore e non un lettore di testi letterari tutti più o meno segnati da una loro ritmica. Io non ho fatto questa prova, invito però a farla: ma da quella prova non discende alcuna conseguenza discriminatoria, essa serve solo a svelarci se tra le componenti del linguaggio di De André il tempo e il ritmo sono da considerarsi primari oppure cercati e ottenuti; e lo stesso argomento vale per i pregi del testo, avendo beninteso già chiara in testa la conclusione sulla inscindibilità del risultato. Del resto che io sappia lei non ha mai applicato le sue invenzioni a quelle di parolieri e anche con i poeti è stato parsimonioso e le sue scelte, tra cui L’antologia di Spoon River e Cecco Angiolieri sono indicative. Il suo canto è integrale: una compatta espressione nel cui amalgama c’è tutto il suo primo e anche secondo perché. Insomma, nelle sue canzoni, l’unità tra il testo e la musica che per lo più è innegabile precede o segue il lavoro? E se dovessimo considerare la fusione raggiunta come prodotto di una operazione sapiente quale sarebbe l’elemento che prima è entrato nel crogiolo e ne ha regolato la temperie? In termini molto grezzi e approssimativi: ha prevalso il poeta o il musicista? Bene, proprio il suo a me pare un caso in cui la distinzione non è da proporre, è perfino improbabile per quanto non sia illegittima.
Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c’è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c’è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti. Per quanto il suo dono di affabulazione crei una certa magia, non sarebbe in grado di soggiogare l’uditorio senza il foco di quella concrezione e sintesi.
Sono quasi sicuro che queste note le appariranno questioni di lana caprina e le dò ragione: se non che in questo scorcio di tempo lo splendere di una plèiade di cantautori e la fortuna dei loro concerti domina la scena italiana e quella delle rock star quella internazionale, e proprio questi sono i quesiti che si pongono e vengono posti a uno scrittore, tanto più che l’udienza che esalta i riti e le cerimonie musicali contrasta con la relativa indifferenza nei riguardi della letteratura e della musica classica.
Anche penso le riescano futili e inconsistenti i commenti sulla sua modernità e sul suo arcaismo che si potrebbero fare: l’uno e l’altro sono evidenti nella bella sinergia che lei riesce a creare; e già questo è tipico della nostra epoca, se questo avesse un valore per lei che nelle modalità mutevoli ha trovato sostanze invariabili.
Godiamoci, De André, il suo repertorio giacché io ne ho avuto, tardivamente, una notizia soddisfacente e mi scusi la passata omissione.
Fonte: http://www.italica.rai.it/index.php?categoria=libri&scheda=luzi_intrdeandr&lingua=ita.siamo disponibili a rispondere dei diritti d’autore.

Conoscevo il pezzo per vie indirette. E quindi davvero grazie, ora che lo leggo… De Andrè si riconosceva però in quanto detto da Luzi, non volendosi mai definire un “poeta” ( “poeta” è una parola molto pericolosa e difficile da utilizzare)…
Mi viene in mente invece, per contrasto, Piero Ciampi… altro stile, altra vita… altro “grande”. Lui, che se ne fotteva della vita ed era un giocatore della vita… l’unica cosa che voleva – la sua araldica – era questa: definirsi un “poeta”. Giacché poi Ciampi ne ha avuto retaggio, di poesia, fin da subito… (poi, a me personalemente, mi piace ricordare tutti i giudizi che ha avuto… sia quello parco di De André, sia quello d’amico di Bene). So che è un “detour” dal post… ma secondo me se qualcuno riprende questo argomento spalanca un portale di scoperte. Io, per ora, non riesco a sviluppare un discorso articolato: perché mi mancano le fonti e una conoscenza più approfondita del “bell’argomento”
Saluti a tutti
Gianluca Pulsoni
De Andrè ha accompagnato gli anni più belli della mia adolescenza,
le sue ballate, insegnamenti…
i suoi testi, poesia della vita.
E’ difficile disgiungere “parole e musica”, come direbbe Conte, ma io credo che il cantautoriato, e noi in Italia ne sappiamo qualcosa, come qualcosa ne sanno in Francia, e sez’altro hanno saputo negli USA, sia il modo più moderno, industriato e popolare di diffondere poesia.
De André ne è un emerito rappresentante, quello che da noi spicca per crescita (esponenziale) e potenza di discorso. Un punto (a sfavore?) da far notare è la sua costante collaborazione con altri “geniali”, Bubola, Pagani, Piovani, Bentivoglio, Mannerini (forse il primo), Fossati, De Gregori.
Ma sappiamo che, e questo vorrebbe rispondere a Luzi, non è la qualità ritmica della struttura musicale quella che porta i testi, che han di per sé soli autonomia. Lo vediamo in tutta Creuza de mà, il dialetto studiato e carnoso che viene a portare insaziabili sortilegi, lo vediamo altrove ma io voglio portare ad esempio una delle mie preferite, 1978, Rimini, da un album straordinario:
Teresa ha gli occhi secchi
guarda verso il mare
per lei figlia di pirati
penso che sia normale
Teresa parla poco
ha labbra screpolate
mi indica un amore perso
a Rimini d’estate.
Lei dice bruciato in piazza
dalla santa inquisizione
forse perduto a Cuba
nella rivoluzione
o nel porto di New York
nella caccia alle streghe
oppure in nessun posto
ma nessuno le crede.
Rimini.
E Colombo la chiama
dalla sua portantina
lei gli toglie le manette ai polsi
gli rimbocca le lenzuola
“Per un triste Re Cattolico – le dice –
ho inventato un regno
e lui lo ha macellato
su di una croce di legno.
E due errori ho commesso
due errori di saggezza
abortire l’America
e poi guardarla con dolcezza
ma voi che siete uomini
sotto il vento e le vele
non regalate terre promesse
a chi non le mantiene “.
Rimini.
Ora Teresa è all’Harrys’ Bar
guarda verso il mare
per lei figlia di droghieri
penso che sia normale
porta una lametta al collo
è vecchia di cent’anni
di lei ho saputo poco
ma sembra non inganni.
“E un errore ho commesso – dice –
un errore di saggezza
abortire il figlio del bagnino
e poi guardarlo con dolcezza
ma voi che siete a Rimini
tra i gelati e le bandiere
non fate più scommesse
sulla figlia del droghiere”.
Rimini.
Ovviamente, scusate, “su una croce di legno” e “Harry’s Bar”.
Due errori ho commesso.
Mi piace veder seduti uno di fronte all’altro due dei più importanti poeti della seconda metà del Novecento Italiano, così diversi per luoghi, modi, mezzi. Eppure capaci di riconoscersi.
posto qui alcune risposte che de andrè ha dato durante le rare interviste rilasciate, forse possono aiutare a comprendere, sebbene poi siano i fatti a parlare: de andrè ha scelto come forma d’arte la canzone e non la poesia,ha scelto per esprimersi una forma che si definisce come unione di parola e musica, credo che se avesse voluto essere poeta solo con la parola avrebbe fatto il poeta solo attraverso la parola,invece i suoi testi per quanto belli sono stati pensati per essere cantati, la sola lettura per me resta una visione parziale , bella, ma parziale del suo essere poeta,ma questo è solo il mio pensiero.
le interviste in oggetto si possono trovare per esteso nel sito www. viadelcampo. com
Forse l’aria di Roma ti ispira più di quella di Genova, dove sei nato e dove risiedi abitualmente? »
« No, si tratta di ragioni puramente tecniche. L’ispirazione non c’entra… Sai, il mio “arrangiatore” e di Roma, così come è di Roma un ragazzo che solitamente mi da una mano a ritoccare e a limare i testi. Così, per evitare continui spostamenti e viaggi da Genova a Roma, e viceversa, ho preferito stabilirmi qui per qualche mese ».
(BOLERO TELETUTTO – 31/10/1971)
Molti dicono che tutto quello che produci non sia completamente farina del tuo sacco, è vero? »
« Tu credi che i grandi autori che sono all’estero e che hai citato lavorino da soli? Tutti lavoriamo in “équipe” e io mi avvalgo di ottimi collaboratori come Giuseppe Bentivoglio e Nicola Piovani. Con tutto il rispetto e le dovute proporzioni, vorrei ricordarti che anche Gesù Cristo aveva dei collaboratori: addirittura dodici! »
(BOLERO TELETUTTO – n° 1394 – 20/01/1974)
« Scusa, Fabrizio, non vedo come, dal momento che lo spettacolo andrà in onda… » ribatto io.
« Ma è semplice! » esclama il cantante. « Dopo un anno lo spettacolo è diventato “vecchio”. I vestiti sono fuori moda, le canzoni superate, io stesso sono cambiato, a cominciare dai capelli che oggi porto più lunghi, e con un taglio diverso. Mandare in onda uno spettacolo a un anno dalla sua registrazione, è come vedere quelle vecchie foto ingiallite dei nonni, che si tengono nel comò… »
« Dunque, avresti preferito che non avessero programmato “Incontro con Fabrizio De André ?…” »
« Be’, in un certo senso sì », risponde con sincerità il cantante, soprattutto per una forma di onestà nei confronti di me stesso e dei telespettatori. D’altra parte, che ci vuoi fare? A questo punto, interviene la casa discografica che vuole che lo spettacolo vada in onda a tutti i costi, per evidenti ragioni pubblicitarie; e ciò, unito a mille altri fattori, farà sì che io debba rivedermi in TV, con rabbia, dopo un anno… »
« Fabrizio, queste ragioni sono validissime, però non è piuttosto paura la tua? Timore di un indice di gradimento troppo basso?… »
« Questa è un’obiezione che mi è già stata fatta », risponde pacatamente De André. « In effetti io non sono uno “showman”; mi limito a cantare le mie canzoni, accompagnandomi con la chitarra. Le mie trasmissioni non sono buontempone e spiritose come… Canzonissima… »
« A proposito di Canzonissima » riprendo io « perché ti rifiuti di partecipare a questo genere di manifestazioni? È timidezza la tua? »
« No, non è per questo. La timidezza può essere la ragione per cui non faccio serate. Alle manifestazioni sul genere di Canzonissima o del Festival di Sanremo, non partecipo per una questione di principio. Vedi, le mie canzoni sono un mezzo come un altro per lanciare un messaggio. A questo punto, non vedo perché, per esprimere ciò che sento dentro, debba mettermi a gareggiare con altri cantanti che, per di più, non hanno niente di importante da dire. »
Fabrizio De André da una occhiata all’orologio e mi fa capire che deve andarsene.
(BOLERO TELETUTTO – 09/11/1969)
buona notte
elena f
Trovo ammirevole, per la sua puntualità, l’interrogarsi di Luzi sulla “canzone”, e comprensibile (“in questo scorcio di tempo lo splendere di una plèiade di cantautori e la fortuna dei loro concerti domina la scena italiana e quella delle rock star quella internazionale”).
Egli si domanda: “…ha prevalso il poeta o il musicista? Bene, proprio il suo a me pare un caso in cui la distinzione non è da proporre, è perfino improbabile per quanto non sia illegittima.”
La conclusione a cui perviene non ha di certo l’altera chiusura di altri poeti e studiosi, che ogni tanto riaffiora, su qualche quotidiano nazionale:
“La sua poesia, poiché la sua poesia c’è, si manifesta nei modi del canto e non in altro; la sua musica, poiché la sua musica c’è, si accende e si espande nei ritmi della sua canzone e non altrimenti. Per quanto il suo dono di affabulazione crei una certa magia, non sarebbe in grado di soggiogare l’uditorio senza il foco di quella concrezione e sintesi.”
Non credo che le canzoni soverchieranno la poesia tradizionale.
Come per la prosa, e come più volte è stato detto, ci sarà poesia (tradizionale) fino a quando ci saranno storie (e mondi e sentimenti) da raccontare.
Ci sarà poesia fino a quando permarremo sulla terra, e con noi la comunicazione ed il linguaggio: parole-mattoni per nuovi edifici, tanto più, nel mutare inarrestabile della lingua.
Grazie
Giovanni
De andrè emerito rappresentante della borghesia più ipocrita quella ROSA!