Sentire il freddo gelido di una frase insinuarsi sottopelle, penetrare nelle ossa. Guardarsi intorno e ritrovarsi nei boschi che punteggiano il passo della Cisa. Avvicinarsi alla finestra che si affaccia sul litorale di Sarzana, vedere il mare in lontananza e averne paura.
«[…] lo sguardo sul mare lucido e verdastro che nonostante la bella giornata sbava ancora, minaccioso, martoriando il litorale, un’onda dietro l’altra.
Merisi ha paura del mare, una sacra paura che va al di là del rispetto naturale che dice di avere. E ogni volta che si ferma a osservarlo, che sia calma piatta oppure tormenta, lo immagina che si ritira, che indietreggia su se stesso gonfiandosi nel cielo, che si arriccia in un’unica enorme verticale oscurando il sole, e l’onda gigantesca e inarrestabile che scende e travolge ogni cosa sulla terra ferma».
Non si fatica a provare sul proprio corpo le sensazioni suscitate dalle descrizioni di un paesaggio che diventa sorprendentemente co-protagonista e familiare.
Di Merisi non si conosce il nome. È un uomo stanco, lacerato, diviso in due. Un uomo al limite, come la terra di confine che fa da sfondo alla sua storia: la Lunigiana. Un uomo che deve scegliere tra il nulla, la fine, il vuoto e un nuovo amore. Forse spera che la vita scelga per lui. O forse si lascia scegliere.
«Incassato nella poltrona di pelle davanti alla vetrata, luce spenta, gusta il rumore assordante e continuo dell’acqua sul tetto, il rombo dei tuoni che corrono in casa, i fulmini che rischiarano la costa e quel mare nero laggiù, fermo, silenzioso, sdraiato sotto il cielo».
Il mare – l’acqua, e la vita che essa rappresenta – terrorizza, e al contempo, attira Merisi in un momento in cui la sua esistenza di tranquillo investigatore privato di provincia è scossa dalla morte atroce di un ragazzo ritrovato nudo e straziato da ferite di arma da taglio nei boschi della lunigiana.
«Accosta cauto in uno stretto spazio ricoperto da un cumulo di neve ghiacciata che crocchia sorda sotto i pneumatici. Scende e si infila un cappotto. Il freddo con punte di spillo lo attacca alle gambe. Merisi pensa che l’indagine lo sta portando solo dentro a dei boschi».
Malgrado le indagini della polizia non abbiano portato a nulla, Merisi viene comunque incaricato dal procuratore di “fare carta”: la famiglia del giovane ucciso è potente e ricca e non vuole arrendersi all’evidenza. Precisamente da qui, da una morte, parte paradossalmente la quest for life di Merisi. E da qui si dipana un cerchio perfetto – a dispetto del titolo – che porterà il protagonista all’unica conclusione possibile.
Il dualismo vita/morte, eros/thanatos si protrae lungo tutto l’arco della narrazione, rappresentando il vero punto di forza del romanzo, assieme a una lingua tesa, senza sbavature, eppure ricca di musicalità e di suggestioni. Una lingua che diventa gelida e spezzata quando l’autore entra nella mente del serial killer. In una sorta di gioco di specchi, l’eroe buono e stanco – un uomo che agisce spesso suo malgrado, che si impara ad amare con estrema facilità, perché è così vicino a noi e alle nostre debolezze – si confronta a distanza con una creatura a lui complementare, rafforzando il dualismo che è il perno dell’intera storia.
Il mare e la terra: il rischio e la sicurezza. La vita e la morte. L’amore e il nulla.
Mi si potrebbe rimproverare di non aver parlato troppo della trama, ma l’intreccio è talmente serrato e i dettagli così ben incastrati l’uno nell’altro che rivelare anche solo un particolare in più potrebbe andare a detrimento della lettura.
Merisi è lacerato ma testardo: la sua non è soltanto una bella storia “di genere” (noir, in questo caso), ma il racconto della vita di un uomo. Potrebbe sembrare, a tratti, che le indagini rappresentino un “accidente” in confronto al vissuto del protagonista ma è precisamente questo uno dei numerosi aspetti positivi della struttura narrativa di Imperfetto: quello di essere un microcosmo in cui il tutto è molto di più della semplice somma delle sue parti.
Ho chiesto all’autore come fosse nata l’idea alla basa del suo romanzo (e ho letto le sue risposte dopo aver scritto questa recensione, notando, con grande gioia, che esse confermano la mia analisi): «Volevo scrivere un romanzo dove tutto è importante, dai luoghi ai personaggi, dalle loro idee al modo di vivere, dalla storia d’amore ai problemi di tutti i giorni, dalle indagini ai tempi morti; un romanzo che avesse tutti i crismi istituzionali del noir e del giallo ma che, allo stesso tempo, li alterasse e li risolvesse in modo nuovo ed efficace; una storia con colpi di scena per niente teatrali o artificiosi ma fluidi e correlati allo sviluppo della vicenda; dove l’amore e la morte la facessero da padrone come nella realtà».
M/Merisi, l’autore, ha stampato da sé mille copie; quelli di Autocircuito lo hanno contattato grazie a Tecla Dozio che gli ha segnalato il suo nome: cercavano “autoprodotti” di qualità da inserire nella loro distribuzione. Ora Imperfetto è distribuito in quasi tutta italia, e per un autoprodotto è una sorta di utopia che si realizza.
Proprio oggi ho terminato di leggere – ancora in bozza – Biondo 901, un romanzo breve nato dall’omonimo racconto che verrà messo in scena a Lucca, il 15 dicembre prossimo. Sarà il suo quinto romanzo, non uscirà sotto pseudonimo e verrà pubblicato in primavera dalla casa editrice Perdisa, nella collana Babele Suite/Perdisa Pop curata da Luigi Bernardi.
In effetti ho sbagliato a esprimermi: non avrei dovuto dire “proprio oggi ho terminato di leggere”, bensì: oggi alle 12.30 ho iniziato a leggere Biondo 901, per poi finirlo alle 14 (minuto più, minuto meno).
Detesto le recensioni piene di superlativi, le detesto perché non credo rendano un buon servizio a ciò di cui si parla, né al lettore della recensione stessa. Quindi, per Biondo 901 mi limiterò a un unico aggettivo, per me assolutamente esaustivo.
Sorprendente. Biondo 901, come Imperfetto, è sorprendente.
Gaja Cenciarelli
[M/Merisi è stato anche redattore de La poesia e lo spirito. Ho avuto l’opportunità di conoscerlo di persona in occasione del Festival di Letteratura Noir a Sarzana/Ponzano Superiore da lui ideato e che si tiene nella prima metà di settembre. Parlerò, sempre su questi schermi, delle mirabolanti presentazioni di Cattivo sangue (Franz Krauspenhaar) e de I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti, cronista padano (Valter Binaghi) rese esilarantemente (si potrà dire? Tanto ormai l’ho detto…) indimenticabili dagli autori e dall’intervento di un presentatore d’eccezione: il Maggìco nonché dorado Giovanni Choukhadarian.]

Notevole la Lunigiana profonda, può davvero far paura. Io una volta ho fatto un grande viaggio a piedi, valicata la Cisa e sceso giù dalla vecchia provinciale semiabbandonata. Un giorno intero senza un’anima, solo un paio di macchine, l’asfalto spaccato con le erbacce ai lati, un camioncino di gelati guidato da Felice Gimondi (! e chi non mi crede è un pazzo), un paio di serpenti e un bel po’ di altre visioni. Gran posti.
Sì, Anna. Anche io conosco abbastanza bene la Lunigiana e ti capisco. Confesso che sentirla raccontare da una persona che ci è nata e vissuta fa tremare un po’ anche le persone più equilibrate. E questo è uno dei motivi per cui il libro di Merisi è coinvolgente. Concordo, gran posti, gente di tempra speciale.