Delle reti, i nodi. Poesie di Serena Granatelli.

rete.jpg

Qui la mia concubina

ha posato gli escrementi

e le femmine dei gatti

stanno sopra i letti

coi piedi infossati

le code tese alle sere

divise

queste sono case

chiuse alla preghiera

dal nostro lato non si spera

l’unica cosa vera

è la tua nuca

***

Mi diagnostico ninfomane

signore stesa

a cercare i confini del tuo spazio

con le mani appese

a tracciare la sagoma

sdentata dei tuoi sogni

e le gambe sciolte

a incollare i corpi

nei momenti di silenzio;

per il tuo pene orbo

questo guaito da cane

questo gioco con la lingua

al tuo palato, ritorni

signore ti attraverso

fino all’ombelico

nel buio nel chiuso

nel colore del fiato,

ma porti ancora calze a rete

in testa, un saio rosso

shock un abuso.

***

Questa schiena stesa

tra due rive è un ponte

frequentato spesso su questo

cordone teso si srotolano

vertebre e passanti;

i solchi lasciati

coperti e ripassati

sono trame di vite

perse e arterie

lasciate aperte sottopelle

***

In questi giorni di prosa

scadente e di poca vita

rimpiango le stagioni di pioggia

battente quando le gocce

infilavano aghi di poesia

nel legno e nel cervello.

Intorno alla mia vocazione

per nuovi credi ho lasciato

crescere l’erba e bruciare

le speranze in falò estivi.

***

Mi scopro attento

al tuo particolare

al passo irregolare

che mi insegue al seme

ruvido nascosto;

non ho trovato un posto

che possa contenere la parola

e la prole è seminata vagabonda

negli spazi aperti dei deserti,

ai margini del tempo

e della bocca.

***

Ho scavato intorno

due metri per uno

ho mangiato la terra

intorno al tuo corpo;

ora ti sento sui denti

e ti posso onorare

ti ho ingoiato a morsi

per anni.

***

La distanza che rimane

è la parte che ho

da darti misurata

in ossicini fini

in-filati nei minuti

negli spazi banchi

d’attesa, ti ho visto

incollato al fondo

della terra

ma non sei grigio

stringi forte

10 pensieri su “Delle reti, i nodi. Poesie di Serena Granatelli.

  1. Gaja

    Straordinarie, impressionante la tua fisicità, Serena. Ti sento molto vicina al mio modo di intendere la scrittura: le tue poesie sono flash accecanti e mozzafiato. Ancora.

    Rispondi
  2. Gaja

    due metri per uno
    ho mangiato la terra
    intorno al tuo corpo;
    ora ti sento sui denti
    e ti posso onorare
    ti ho ingoiato a morsi
    per anni.

    e questa è magnifica (non che le altre siano da meno).
    Complimenti, davvero. (ANCORA!)
    Grazie, FranzO, di averle postate.

    Rispondi
  3. Michele Ortore

    Ohibò, dopo una veloce ricerca su google, ho scoperto che non solo sei mia conterranea, ma anche quasi-coetanea!
    Io, rispetto a Gaja, sono abbastanza distante dallo stile e dall’impronta dei tuoi versi, la corporalità difficilmente mi colpisce, a meno che non ci sia un certo Allen Ginsberg a farla deflagrare nei suoi Urli.
    Tuttavia, ho trovato molto interessante la volontà poetica che c’è nella tua poesia. Diciamola così: mi piace più il gesto sicuro con cui impugni lo scalpello, piuttosto che la statua che scolpisci.
    Alcuni dei versi che mi sono piaciuti di più: “queste sono case/chiuse alla preghiera/dal nostro lato non si spera/l’unica cosa vera/è la tua nuca”; “con le mani appese/a tracciare la sagoma/sdentata dei tuoi sogni”;”sono trame di vite/perse e arterie/lasciate aperte sottopelle”.

    Spero di leggerti ancora, e di continuare i nostri scambi letterari marchigiani!
    A presto,

    Michele

    Rispondi
  4. lambertibocconi

    Anch’io come Michele sento la verbalizzazione della corporalità come qualcosa verso cui stare mooolto attenti e da usare con parsimonia nella ricerca espressiva (e Gaja lo sa!). Però queste poesie mi sono piaciute, e soprattutto vorrei evidenziarne la musicalità, che nel caso di versi corti e liberi spesso è assente, e allora per me è difficile distinguere una poesia da frasi normali in cui ognitanto si va a capo. Insomma, nelle poesie di Serena Granatelli ho sentito un bel ritmo e un bel suono, e questo anche se io cose come “pene orbo” e “gambe sciolte a incollare i corpi” non le scriverei mai. Perciò: quando all’orecchio sveglio, rispettoso e aperto di un lettore-critico attento (io in questo caso) una qualità si staglia anche al di là dei gusti personali, mi pare che il testo abbia fatto centro. E così dovremmo interagire. Vado a proseguire la giornata. Tanti baci a tutti.

    Rispondi
  5. Gaja

    Tutti e due marchigiani? Anche tu, michele/nightswimmer? io non mi stanco mai di raccontare che sono marchigiana d’adozione… e le Marche mi mancano moltissimo…
    Quindi sono ancora più felice di star qui con voi! ;-)))

    Un abbraccio a entrambi!

    Rispondi
  6. Sparz

    non ho trovato un posto / che possa contenere la parola, sì, Serena, le tue poesie si fanno strada lentamente, se la scavano poco a poco. Si è spinti a rileggerle. Grazie. A.

    Rispondi
  7. Renata

    io invece mi riconosco nell’antropofagia di s.g. – strano a dirsi questo precipiato di corpi e oggetti rappresenta a volte l’unico dominio in cui si può parlare con agio – pericoloso, per carità, ma ordinato, e questo è già una piccola forma di pace, un esorcismo.

    ma porti ancora calze a rete

    in testa, un saio rosso

    shock un abuso.

    siamo stati tutti intorno alla culletta di sylvia, almeno una volta? di sicuro noi “marchigiane” (mi chiedo se non sia meglio lasciar stare i mostri a volte).

    brava,
    re

    Rispondi
  8. Michele Ortore

    @ Gaja: Sono contento che ti sia ricordato della mia passata identità!! Ho dovuto abbandonare lo pseudonimo(ed è stato un sacrificio perché NightSwimmer mi piace proprio) dopo un paio di volte in cui mi ero dimenticato di firmare, e gli altri per citarmi dovevano ricorrere per forza al nickname…
    Sì, io sono marchigiano di nascita, anche se dell’estremo sud. Però, come ho avuto l’occasione di dire nella nostra conversazione su Roma, solo ora che sono nella Capitale ho capito cosa significa sentirsi “appartenenti” al luogo in cui si vive. Sarà che San Benedetto aveva poco a che vedere con le vere Marche. Lo stesso Pasolini, dopo un breve soggiorno, scrisse che la mia città di nascita era la classica provincia in cui l’acculturazione del neocapitalismo aveva attecchito alla perfezione. E infatti sono scappato…

    Mi scuso per la deriva autobiografica, per chi non fosse interessato!!

    A presto, marchigià!!

    Michele

    Rispondi
  9. Gaja

    Scusa, scusa?
    MIchele: hai parlato di San Benedetto? Marche “sporche”? Quindi Cupramarittima?

    Ecco, il mio cuore (o una parte del) è lì.

    Chiedo perdono a Serena e a Franz, che ringrazio ancora.

    Complimenti di nuovo, Serena.

    Rispondi

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