di Mauro Baldrati
Continua l’originale cammino di Woody Allen negli stili e nei drammi del noir. L’ultimo atto della trilogia inglese, Cassandra’s dream, tradotto in italiano in Sogni e delitti (i primi due sono Match point e Scoop) ha raccolto opinioni contrastanti, come sempre accade, del resto, con WA. La trama è già stata abbondantemente trascritta su web e giornali, pertanto credo di non svelare nulla se la illustro brevemente anche qui: due fratelli, interpretati da Colin Farrell e Ewan Mc Gregor, trascinano esistenze diverse, ma ugualmente insoddisfacenti: il primo lavora come operaio in un’autofficina, ma ha il demone del gioco; il secondo gestisce col padre un ristorante in difficoltà, ma sogna di emigrare in California a investire negli alberghi, diventare un uomo d’affari di successo, pieno di soldi e auto sportive; come il mitico zio, fratello della madre (e da lei continuamente osannato, in presenza del marito che invece non ha combinato granché), che viaggia per il mondo ed è un gran signore.
Proprio a lui, lo zio leggendario, che arriva un giorno dalla Cina, si rivolgono i due fratelli, in grave stato di difficoltà: Colin ha perso 90.000 sterline al poker e rischia la pelle, Ewan sta conducendo un gioco sopra le righe con un’attrice di teatro che sogna Hollywood, si spaccia per un uomo d’affari arrivato (“Alberghi in California” dice, cioè cerca di realizzare con una menzogna quello che in psicologia si chiama “passaggio all’atto” di una fantasmagoria), guida Jaguar d’epoca prese in prestito dall’officina di Colin. Lo zio li ascolta, ma anche lui è in pericolo. Il suo socio d’affari minaccia di denunciarlo per certi affari sporchi e lui finirà in galera per molti anni, completamente rovinato. L’unica soluzione, dice lo zio sotto un ansiogeno acquazzone londinese, è liquidarlo, e dovrebbero essere proprio i due fratelli a occuparsene. Inizia un serrato, complesso gioco di ruoli, dove i profili psicologici dei due fratelli prendono forma: Colin è tormentato, oppone tutto il suo rifiuto, ma è insicuro, confuso, contraddittorio; Ewan invece ha già accettato, è freddo, deciso. Colin è spettinato, con la barba lunga, le unghie sporche di grasso, Ewan è sempre in tiro, ama i bei vestiti, i regali costosi per la sua attrice. Woody Allen gioca a fondo sull’aspetto psicologico, ed è un vero specialista (è stato in terapia per una quarantina d’anni, ne sa): inserisce sottili indizi che a malapena notiamo, come certe battute della madre, un personaggio importante nell’equilibrio delle varie personalità, che ci fanno capire come, tra i due, il preferito sia sempre stato Ewan, l’erede del mitico zio. Ed è lui che conduce il gioco, è lui la mente, mentre Colin si occupa dei dettagli tecnici (la costruzione di due pistole artigianali). La storia procede spietata, avvincente, con una scansione teatrale, con dialoghi fitti, da psicodramma, quasi una recitazione nella recitazione, intercalata dalle rasoiate musicali di Philip Glass, tra sigarette continuamente accese e onnipresenti bicchieri di whisky, dipinta nella bella fotografia di Vilmos Szgmond, e sprofondati nelle poltrone ci chiediamo come andrà a finire, soprattutto dopo il previsto, preparato tracollo psicologico di Colin. La risolve da maestro, con un colpo di scena finale, forse inevitabile, forse l’unico possibile.
L’accusa dei detrattori è di avere realizzato un film di maniera, con una patina opaca di già visto. A me sembra un eccellente innesto del ritrattista fine psicologo dell’upper class di Manhattan in un ambiente piccolo borghese inglese lacerato dal male di vivere, una storia nera che si avvita, scena dopo scena, dialogo dopo dialogo, nella spirale tagliente e inesorabile della tragedia.
Se in Cassandra’s dream abbiamo un regista americano che fa l’inglese, in American gangster (per fortuna non tradotto in italiano col solito stravolgimento) c’è un inglese, Ridley Scott – tra l’altro coetaneo di Allen – che gira in America. E che America: grandi scenari, arredi sontuosi, in perfetto stile Scott. Siamo a New York a cavallo degli anni ’60 e ’70, quartieri malfamati e fatiscenti di Haarlem, Frank Lucas (Denzel Washington), un gangster realmente esistito, è il favorito di un anziano boss nero, un patriarca del crimine che il giorno del Ringraziamento distribuisce tacchini ai poveri. Poi il vecchio muore e Frank, sinceramente addolorato, prende il suo posto. Subito introduce metodi moderni e apre un canale col sud est asiatico, per mezzo di un militare di stanza in Vietnam, da dove importa enormi quantità di eroina purissima che vende con la griffe “Blue Magic”. In breve diventa il principale narcotrafficante della città, fa venire tutta la famiglia dal sud e, spalleggiato dai fratelli, diventa un superboss, un intoccabile che si allea con la mafia italiana e accumula milioni di dollari. Accanto a Frank, o contro, in uno dei dualismi che stanno a cuore a Ridley Scott, dove coppie di personaggi si inseguono, si affrontano, si combattono (I Duellanti, Il Gladiatore, Alien, Blade Runner) un poliziotto onesto, praticamente l’unico nella polizia ultracorrotta di New York, oggetto di mobbing proprio perché onesto (Russel Crowe), si mette sulle sue tracce. Sono tipologie di personaggi molto diverse tra loro: Frank è elegante, distinto, rilassato, sempre rasato e pettinato, Richie è stropicciato, fa una vitaccia e stringe i denti, combatte da solo contro il mondo. E’ l’idealista americano, anche se il suo idealismo e minacciato, sporco, sfilacciato. In uno scenario metropolitano durissimo e violento, popolato da tossici terminali, prostitute e ballerine seminude ovunque, automobilone anni ’70 e una bella musica soul, blues, i duellanti si fronteggiano, ognuno col suo piccolo esercito e noi sappiamo, perché il cinema di Hollywood ha le sue regole, che uno vincerà e l’altro soccomberà. E’ un film lungo (157 minuti), un contenitore di stili, fumetto, kolossal, gangster movie, videoclip, che sconta alcuni difetti che gli impediscono di essere un capolavoro come altre opere di Scott: un montaggio a tratti frenetico, ritmi troppo veloci, un sovraccarico di personaggi, di storie, di complicanze, una non perfetta credibilità di Denzel Washington nei panni di un supercriminale, qualche compiacimento nella rappresentazione della città del vizio, imprecisioni con fini di spettacolarizzazione (si è mai visto un tossicodipendente che pianta l’ago in verticale nella vena facendo uscire un fiotto di sangue?), un uso ossessivo delle sigarette, qualche esagerazione nella caratterizzazione dei due eroi; ma che musica, che fotografia, che stile, che avvenimenti (il leggendario incontro di boxe Clay-Frazier), e che finale, col nuovo che avanza nella città dannata sulle note di un martellante hip hop.

tra i due film quello che mi attira è il secondo, ma è anche per via degli scenari di questa America. grazie della segnalazione
Davvero grazie, Mauro: avevo già intenzione di andare a vedere Woody Allen (che adoro). Per quanto riguarda “American Gangster” sono curiosa: anche se quando si parla di certi argomenti i miei pensieri vanno inevitabilmente a uno dei più grandi film della cinematografia mondiale di tutti i tempi (con la colonna sonora più sublime mai scritta), ovvero “C’era una volta in America”.